Se Maometto non va alla montagna, la montagna va da Maometto. D'accordo. E se il visitatore non va al museo? È giusto, legittimo e opportuno che l'opera d'arte vada dal visitatore? La domanda è di quelle toste, che interrogano il senso stesso dei musei e dell'arte. Il senso ultimo della bellezza, alla quale Dostojevski affidava la possibilità di salvare il mondo. La parola a Mickhail Piotrovsky, direttore dell'Ermitage, Maria Cristina Acidini, sovrintendente del Polo Museale Fiorentino, e Ornella Casazza, direttore del Museo degli Argenti di Firenze. Sollecitati da Stefano Scansani, che anima un dibattito fast. Veloce come un talk show, al galoppo nella Sala dei Cavalli. La risposta? Alla fine a decidere è l'opera d'arte. Forse. L'intuizione è quella di "rapire" gli ospiti. Di non congedarli dopo la sequenza taglio del nastro-risotto-sbrisolona, ma spremerne conoscenze e passioni. Metterli seduti attorno a un tavolo e interrogarli sulle cose dell'arte e del mondo. Sì, il dibattito sì. Vivace, però. Un giro di domande tira l'altro, mentre monta il confronto. Si parte con "la" domanda. È giusto che le opere viaggino, o devono essere i visitatori a mettersi in cammino? La Casazza, che della mostra "Il Cammeo Gonzaga" è curatrice sposa una posizione mediana. Né sì né no. Nì. Poi si sbilancia: «Se il tasso di sofferenza delle opere è pari a zero, perché negare il confronto tra capolavori che altrimenti dovremmo vedere separatamente a Roma, Vienna, Napoli, San Pietroburgo?». A capo di una "fucina di prestiti" (1.100 opere all'anno lasciano i musei di Firenze), la Acidini esalta il valore aggiunto di certe mostre in termini di contesto: «Il Cammeo Gonzaga sta benissimo a San Pietroburgo, ma solo a Mantova scocca una scintilla. È un ritorno, la temporanea cucitura di una lacerazione della Storia». Sempre però con un occhio a casa propria, ché va bene il contesto ma nel concedere un prestito occorre valutare «l'aspettativa delusa dei visitatori». Lo sconforto di chi va in un museo attratto dal richiamo irresistibile di un'opera che poi non trova. Piotrovsky la prende larga: «La funzione principale dei musei non è esporre, ma collezionare, tutelare e studiare le opere». Non solo, il direttore del museo più grande del mondo si spinge fino al cuore dell'arte: «Appartiene alla gente e noi dobbiamo condividerla con gli altri musei. Non siamo né gli schiavi né i legittimi proprietari delle opere, il nostro compito è di renderle accessibili». Assente giustificato Henry Loyrette, direttore e presidente del Louvre, che si fa perdonare annunciando l'adesione al comitato scientifico del Centro Te per bocca del suo presidente Enrico Voceri. Posto che le opere debbano viaggiare da un museo all'altro, restano da precisare le condizioni e sciogliere i dubbi sollevati da un'epoca di mostre pop. Spunta così la parola chiave "reciprocità". A pronunciarla è la Acidini, che pure prende le distanze dalla logica del do ut des, «scambio meccanico e forzato», per affermare il principio della fiducia. Mantova, ad esempio, ha poco da prestare. Palazzo Te niente. Eppure. Lo scambio ha funzionato «perché il rapporto è incardinato sulla fiducia - dichiara la sovrintendente del Polo Museale Fiorentino -, nelle istituzioni e nelle persone. La fiducia si costruisce nel tempo. La Storia ha un'impalcatura solida, le mani di vernice della contemporaneità sono fragili. Ecco perché 150 anni dopo sta tornando la coscienza dell'appartenenza preunitaria. Non si tratta di campanili, ma della consapevolezza di radici storiche, scambi, amicizie, legami che è nostro dovere interpretare e portare avanti». Nel nome dei Medici e dei Gonzaga. Il cuore al passato e lo sguardo all'orizzonte, dove si affacciano nubi che più nere non si può. Con la crisi finanziaria che minaccia di decimare il popolo delle mostre. La bellezza può forse funzionare da talismano? Può salvare il mondo, per dirla con Dostojevski? «Potrebbe - risponde cauta la Acidini -, dipende da come viene usata. Il pubblico delle mostre è uno strato sottile, noi dobbiamo andare più in profondità. Sono d'accordo, il compito dei musei è collezionare, preservare e studiare, ma devono anche comunicare, trasmettere, far arrivare le cose. Divulgare». L'ultima parola spetta a Piotrovsky: «Di certo non potrà salvare il mondo, ma la bellezza sta nella differenza». Nel profilo di Tolomeo e Arsinoe.