NAPOLI. Il patrimonio immobiliare italiano di valore culturale non si tocca, l'altro, quello che non ha nessun interesse storico-artistico, invece, sarà dismesso il prima possibile. Ad assicurarlo è il ministro dei Beni culturali, Giuliano Urbani, a Napoli per visitare i cantieri-museo della metropolitana partenopea dove sono stati portati alla luce reperti archeologici risalenti all'età imperiale romana. «Non abbiamo venduto e non venderemo mai beni di valore culturale - afferma il ministro - Quelli che non hanno nessun interesse culturale, invece, prima li vendiamo e meglio è. In ogni caso il parere dei soprintendenti sarà vincolante». Urbani chiarisce cosi la strategia del suo ministero in materia di vendita del patrimonio artistico demaniale e, ribadendo l'attenzione del governo verso quello che costituisce un tesoro sparso lungo tutta la penisola, sottolinea: «i Palazzi storici non diventeranno certamente dei fast food o amburgherie. Ne potete stare certi». «Abbiamo disposto un meccanismo - spiega Urbani - per separare all'interno del cosidetto demanio statale i beni che hanno un valore culturale, che andranno a costituire il demanio storico artistico che stiamo creando per la prima volta in Italia, da quelli che non hanno nessun interesse culturale che vanno venduti non solo per il bene delle casse dello Stato ma soprattutto perché cosi smettiamo di fare manutenzione su cose che i privati possono fare meglio di noi e a loro spese». L'intento dell'esecutivo, quindi, è separare ciò che ha importanza culturale da ciò che non lo ha, nella certezza che il Centrodestra alla guida del Paese non ha mai stato venduto, «né venderà mai - ribadisce Urbani - nessun bene di valore culturale». Il ministro ha tenuto anche a precisare le competenze e il ruolo svolto dai soprintendenti nella vendita del patrimonio culturale, ricordando che la normativa prevede il parere vincolante del soprintendente alla cessione dell'immobile. «La regola del silenzio assenso costringe i soprintendenti a dare una risposta in tempi ragionevoli, ovvero 120 giorni. Ai soprintendenti - spiega il responsabile dei Beni culturali - arriva la richiesta di un parere da noi e dal ministero dell'Economia, con la conseguenza che l'elenco dei beni sui quali i soprintendenti devono esprimersi è già stato filtrato, il che fa sì che le possibilità che ci siano beni di interesse culturale siano praticamente zero». «I soprintendenti - aggiunge il ministro - avranno 120 giorni per controllare se in questi beni c'è qualche cosa che consigli la vendita ai privati oppure la privatizzazione con destinazione d'uso limitata». Questo tempo dunque serve a chiarire l'uso dei beni cui può essere destinato l'immobile che, privo di grande valore culturale, può essere dato ai privati. E in ogni caso il parere del soprintendente non è consultivo ma vincolante: se il soprintendente dichiara il proprio dissenso il suo parere è vincolante per l'alienazione del bene. Quanto al ruolo dei privati nella gestione dei beni culturali, il ministro ne auspica un maggiore coinvolgimento: «I privati sono già presenti nella gestione di molti musei per servizi minori, bar, guardaroba, libreria, noi vorremmo che la loro presenza si estendesse anche ad altre attività minori dei musei tipo la pulizia, l'illuminazione e la vendita dei biglietti, ma sempre e soltanto sotto la direzione dei soprintendenti che sono i soli tutori della conservazione artistica e sono anche quelli che devono decidere cosa è compatibile con la tutela e cosa no». «Di questi gendarmi artistici che abbiamo in Italia - ha aggiunto il ministro - siamo particolarmente orgogliosi perché nel mondo ce li ha soltanto l'Italia».