Due i bersagli dellinvettiva che Renato Brunetta, ministro per la Pubblica amministrazione e linnovazione, lancia intervenendo nei Colloqui internazionali di Ravello Lab: «I polverosi musei-depositi, dove lassenteismo del personale può arrivare al 5o per cento con lappiattimento burocratico nella loro gestione». E soprattutto «gli enti lirici trasformati in centri di spesa inefficienti e clientelari, nei quali non cè trasparenza e non si giustificano gli occupati». Il ministro, dalla tribuna di Ravello Lab-Federculture, scende nei particolari: «Cè il San Carlo di Napoli, un ente lirico commissariato che sceglie di aprire la stagione con Parsifal, lopera più costosa per un pubblico a volte ignorante oppure dedito alla rappresentazione di sé. Piuttosto che chiudere una scuola, io chiuderei il Fus», ovvero il Fondo unico dello spettacolo che sovvenziona gli enti lirici. Così «la borghesia paga il 20 per cento del costo dello spettacolo se va a vedere lopera, mentre loperaio la partita se la paga. Se la borghesia vuole lopera, se la paghi...». Conclusione molto polemica e colorita: «Diciamo la verità, questa cultura è attualmente un pannolone un po indecente con il quale si coprono rendite personali, mentre dalla cultura dovrebbe nascere una buona economia. La cultura può trasformarsi da sovrastruttura in struttura, diventando un centro attrattore di flussi economici». Immediate e durissime le reazioni. Antonio Paolucci, direttore dei Musei Vaticani ed ex ministro dei Beni culturali nel governo Divi: «Credo che Il ministro Brunetta non conosca i musei, se vuole sono pronto ad accompagnarlo per quelli del suo Veneto. Che siano polverosi è vero, ma il personale non è assenteista. Sugli enti lirici credo invece abbia ragione». Gianfranco Cerasoli, segretario della Uil Beni culturali e membro del Consiglio nazionale del ministero, invita Brunetta a chiedere scusa: «Straparla, dicendo sciocchezze con laggravante di offese a un sistema museale e a lavoratori che rappresentano alcune tra le eccellenze del nostro Paese. Colpa della gestione Bondi-Brunetta-Tremonti se, con i tagli, ora i musei italiani praticheranno orari da Terzo Mondo». In quanto agli enti lirici, Walter Vergano, sovrintendente del Regio di Torino, chiede al ministro di «non rivolgersi alla stampa, ma alla magistratura, se ha contezza che sono stati commessi reati gravi. Siamo il Paese dovè nata lopera e a dispetto di ciò i contributi statali sono inferiori a quelli di tutti i Paesi che ci circondano. Chiudiamo pure i teatri, gli Uffizi e Pompei, ma non lamentiamoci se i nostri giovani vogliono andare a vivere allestero». Maurizio Roi, presidente della Fondazione Toscanúri e vicepresidente dellAgis, contesta Brunetta: «Spara nel mucchio, con frasi che fanno titolo sui giornali ma non guardano il problema. Si può scegliere di chiudere il Fondo unico per lo spettacolo, ma questo significa chiudere i teatri». Roi ammette che il Fus è uno strumento «in parte superato», ma ribatte sul merito della spesa: «Oggi, con 379 milioni di euro è quasi inesistente e la cultura alta non è sostenibile se non dal denaro pubblico». Paolo Arcà, compositore e direttore artistico del Maggio musicale fiorentino, chiede di «non sparare a zero, ma di operare invece in modo costruttivo». Proprio al Maggio il sovrintendente Francesco Giambrone ha deciso di mettere in scena, dall8 ottobre scorso tutte le sere e per due settimane, tre opere popolari di repertorio come Tosca, La Bohème, Cavalleria Rusticana, più due balletti per raggiungere trentamila spettatori in quindici giorni e dimostrare, in polemica con i tagli al Fus, che «il melodramma è un fattore di identità nazionale vivo e imprescindibile per la nostra cultura, al quale lo Stato non può far mancare il proprio sostegno». Giambrone assicura di aver ottenuto «massima duttilità ed entusiasmo dalle masse artistiche e tecniche fiorentine. Non vogliamo attendere inerti la fine, i tagli al Fus non sono compatibili con la sopravvivenza, ma noi intendiamo dimostrare che il Maggio fiorentino è un teatro in piena salute artistica». A Brunetta risponde anche il diretto interessato, il ministro per i Beni culturali Sandro Bondi: «Lamico Brunetta -ha toccato un problema reale, quello della spesa fuori controllo delle fondazioni lirico-sinfoniche, che io stesso ho affrontato recentemente in unintervista. Lopera lirica è una espressione dellarte italiana che ancora oggi rappresenta un vanto per la nostra cultura in tutto il mondo». Bondi assicura di voler individuare «al più presto una soluzione degna del rilievo dellopera lirica, nellambito però di una razionalizzazione dellintero comparto, in collaborazione con i sindaci interessati e con i sovrintendenti». Per quanto riguarda invece la questione dei musei, che «rappresentano un patrimonio di inestimabile valore per lItalia», Bondi ribadisce «la volontà di presentare un piano nazionale dei musei e delle aree archeologiche, che preveda un investimento adeguato e una direzione improntata a criteri manageriali che, facendo salva la tutela dello Stato, si fondi sulla collaborazione con gli enti locali, le fondazioni bancarie e e i privati». Il sottosegretario Francesco Giro precisa i particolari parlando di una grande rete nazionale museale sulla quale investire 20 milioni di curo «ai quali si aggiungerà subito una identica cifra da parte di privati interessati».