Per un buon teatro o un bel museo spesso si è costretti a fare le valigie Venerdì come tanti altri. Venerdì 3 ottobre. Viene voglia, appunto, di uscire la sera per andare a vedere uno spettacolo. E allora? Si aprono i quotidiani: si sfogliano le pagine milanesi del Corriere della Sera per ricevere un caloroso invito a partecipare al festival "M'illumino di scienza" di Bergamo. Si fa un tentativo con Repubblica, per scoprire - grazie a una doppia pagina - che l'ombelico del weekend culturale è Chiasso dove c'è di tutto, dalla Biennale dell'immagine nell'ex sede di polizia alle iniziative dello spazio officina o del Max museo. C'è sempre, poi, la possibilità di fare una scampagnata al teatro sociale di Como dove è in programma l'avvio del circuito lirico lombardo con la Turandot di Puccini. Così va il cartellone milanese. Si è costretti a fare le valigie per andare nelle città satellite del capoluogo lombardo. E così, in una sera di ottobre, viene da fare i conti in tasca alla cultura milanese. C'è poco, troppo poco. E il problema - si badi bene, perché non vogliamo essere fraintesi - non è solo nel fatto che, da settimane, la città di Milano non ha più un assessore alla cultura. Vittorio Sgarbi, membro dell'esecutivo, è stato mandato in esilio dal sindaco Letizia Moratti, ma ciò che guasta è l'assenza di una figura autorevole che giorno e notte pensi a come rianimare la cultura milanese. Milano è Giorgio Strehler, fondatore nel 1947 del Piccolo Teatro. Milano è certamente la Scala così come il teatro Manzoni. Milano è, oggi, anche lo scandalo del teatro lirico: è chiuso da anni ed è quello in cui - dagli anni Sessanta agli anni Novanta - i milanesi si ritrovavano per godersi spettacoli teatrali, concerti di Giorgio Gaber o balletti. Da anni si parla di rivederlo aperto, ma a oggi l'unica certezza sono quelle insegne chiuse che si vedono passando in via Larga 14. Eppure, il lirico è in pieno centro: è dietro la Madonnina, è a due passi dall'arengario, è a un tiro di schioppo da Palazzo Marino. E in questa chiusura è possibile leggere la chiusura di Milano, il suo non voler riaprire gli occhi e sognare di essere provocata da tanti nuovi Martinetti, Verri o Beccarla. Non è tempo, qui, di lanciare dardi. Né tanto meno di andare a leggere i cartelloni perché, ovviamente, le proposte interessanti non mancano e accusare un'istituzione significherebbe far male a qualcuno, in primis a qualche artista. È tempo, però, di tornare a parlare del valore della cultura. Perché la cultura, appunto, rappresenta un'esigenza fondamentale dell'uomo. Di più, essa è una declinazione della libertà dell'uomo, un'espressione in cui la persona ha la possibilità di scoprire ed esaltare la propria natura, la propria tradizione e, quindi, la propria umanità: a questo concetto di cultura i milanesi sono profondamente legati. È un concetto di cultura viva e vitale, aperta al reale e capace di rinnovarsi dentro una storia. In tutto questo non si vuole tirare le orecchie alle istituzioni, chiedendo a loro di scrivere i programmi. La titolarità della creazione e della produzione culturale spetta alla società civile. E alle istituzioni, appunto, cosa spetta? Quello di porsi come garante di una fruizione aperta e accessibile a tutti delle proposte culturali. Quello, inoltre, di valorizzare le eccellenze magari ancora nascoste. Quello, in poche parole, di stimolo. Ci piacerebbe, appunto, vedere le istituzioni milanese unite nel promuovere percorsi di qualità. Nessuno sogna di rivedere Vittorio Sgarbi all'opera. È stato, per certi aspetti, un assessore troppo invadente al punto che le iniziative da lui sostenute quasi scomparivano dietro alla sua personalità. Di Vittorio Sgarbi, semmai, ci sarebbe bisogno alla guida dei teatri milanesi, per inventare nuove rassegne, creare nuovi corti circuiti, valorizzare la nostra identità, andare a caccia di percorsi inesplorati. Ma, soprattutto, serve qualcuno - a Milano - che lavori secondo il metodo della sussi-diarietà. Che non vuoi dire poco o nulla. Vuoi dire libertà e pluralismo. Vuoi dire cercare di aiutare tutti gli attori in campo a fare sistema, ponendo le istituzioni pubbliche come catalizzatrici di circuiti e processi virtuosi. È nell'immagine della rete che bene si esprime l'idea positiva che sta alla base di ogni buona politica culturale: fare rete, appunto, per collegare le esperienze di eccellenza e potenziare la qualità complessiva del sistema territoriale. Milano ha bisogno di questo, di network. Perché la cultura è da sempre un ponte verso il mondo. E chi fa cultura deve avere come obiettivo quello di portare Milano nel mondo e il mondo a Milano. La cultura - al pari della moda - è un brand originale, un marchio di fabbrica. Della serie: noi siamo milanesi e sappiamo creare questo e quello. Sappiamo di arte, musica e pittura, moda e design: lo vedete, amici del resto del mondo? Venite a Milano per vedere ciò che i milanesi sanno creare. Venite pure alla Borsa, venite pure a fare shopping in via Montenapoleone, ma se volete approfondire il "made in Milan" dove passare dai suoi teatri, dai suoi musei, dalle sue sale pubbliche.
MILANO. La cultura abbandonata
Il testo discute la mancanza di cultura a Milano, in particolare nel settore teatrale e museale. Il sindaco Letizia Moratti ha mandato in esilio l'assessore alla cultura Vittorio Sgarbi, ma non c'è una figura autorevole che pensi a come rianimare la cultura milanese. Il teatro lirico è chiuso da anni e non ci sono iniziative culturali di qualità. Il testo sostiene che la cultura è un'esigenza fondamentale dell'uomo e che la società civile deve essere la titolare della creazione e della produzione culturale. Le istituzioni devono valorizzare le eccellenze e stimolare la cultura.
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Bene culturale
Luogo