«Stiamo preparando con cura la fine di una civiltà». Salvatore Settis usa le parole come proiettili. Colpi secchi, appena sfumati da una voce mite e una trama fitta di ragionamenti: «È stato azzerato il 95 dei bilancio di funzionamento dei Beni culturali. Comuni, Regioni, Province e Stato sono perennemente in guerra tra loro, mentre si moltiplica il ricorso ai commissariamenti invece di far funzionare le istituzioni culturali del Paese». Il direttore della Scuola Normale di Pisa e presidente del Consiglio superiore dei Beni culturali chiude coni fuochi pirotecnici il convegno pensato e organizzato da Mirella Barracco, fondatrice di Napoli Novantanove. Il pretesto, ma neppure tanto, è la celebrazione dei vent'anni dal restauro dell'arco di trionfo di Alfonso d'Aragona (1444) incastonato all'ingresso del Maschio Angioino a Napoli. Un'occasione per parlare di restauro (finalmente osteggiato da molti esperti perché costosissimo, traumatico ma con il vantaggio di un forte impatto mediatico) e la conservazione programmata, una pratica assai meno invasiva e decisamente poco costosa ma che prevede una cura continua del monumento. Settis sintetizza le due scuole di pensiero con una battuta: «In Italia, il pendolo oscilla tra l'accanimento terapeutico e l'abbandono». Il soggetto, s'intende, sono i beni culturali. Di nuovo la coppia restauroconservazione. Mirella Barracco è un'esperta della materia. Con la fondazione Napoli Novantanove si è lanciata nell'impresa titanica della valorizzazione del patrimonio culturale prima di Napoli e poi del resto d'Italia (il progetto "Adottiamo un monumento" è stato ideato nelle stanze della fondazione partenopea). E Napoli, anche per il patrimonio culturale, è un laboratorio, quasi un acceleratore di conflitti ma allo stesso tempo la città in grado di anticipare un nuovo modello di modernità. Qualche anno dopo il restauro, per esempio, l'arco di trionfo diventò il bersaglio della rabbia di un gruppo di disoccupati, non si sa bene se organizzati o non. Un fitto lancio di uova piene di vernice rossa deturparono un monumento che come ha ricordato il sovrintendente per il polo museale di Napoli, Nicola Spinosa, è uno dei simboli dell'identità mediterranea. Si ripulisce di nuovo ma da allora, quasi per santificare il pendolo di Settis, l'arco aragonese è stato abbandonato alle deiezioni dei piccioni e alla vernice spray che celebra l'innamoramento di Enzo e Marina. La Barracco è tornata alla carica con il cimitero cosmopolita degli inglesi di Napoli, che sorge alle spalle del quartiere degradato di Piazza Garibaldi. Anche questa volta un grande lavoro di ripulitura fisica (furono portati via 80 camion di monnezza) e culturale, cui si sommò un incessante lavorìo per inoculare nei napoletani l'unicità e la bellezza di questo e altri luoghi. Conflitti sociali e conservazione «programmata» della bellezza. Parole che potranno schiudere la «deriva micidiale» paventata dal professor Settis o i primi, timidi risvegli di una società più Consapevole.