Se ne torna a discutere a vent'anni di distanza del celebre restauro operato all'Arco di Trionfo di Alfonso, su iniziativa della Fondazione Napoli Novantanove e dalla Soprintendenza per i beni artistici e architettonici A vent'anni di distanza del celebre restauro operato all'Arco di Trionfo di Alfonso d'Aragona a Castelnuovo a Napoli, che diede simbolicamente l'avvio al "Rinascimento napoletano", si torna a discutere del valore dell'azione conservativa programmata e a tutto campo sui beni artistici del nostro patrimonio, nell'ambito del convegno tenutosi oggi a Roma, nella sede della Stampa Estera, promosso dalla Fondazione Napoli Novantanove e dalla Soprintendenza per i beni artistici e architettonici, gli stessi soggetti che nel 1988 vollero fortemente l'azione di restauro. Vent'anni dopo un intervento di restauro così radicale, seppur necessario per far fronte al degrado nel quale versava lo storico Arco del Castello partenopeo, è emerso quanto sia ancora oggi attuale la lezione di Giovanni Urbani, restauratore e storico dell'arte, che promuoveva un'azione tesa alla conservazione programmata, fatta di interventi poco invasivi e continuativi, rispetto ad azioni di restauro radicali su un numero ristretto di monumenti. "Negli anni - ha spiegato Mirella Stampa Barracco, presidente della Fondazione Napoli Novantanove - abbiamo avviato progetti come 'Adotta un monumento' e 'Monumenti porte aperte', ovvero momenti di lavoro e formazione civica puntando sull'educazione delle giovani generazioni. E' fondamentale che l'intervento di manutenzione sia continuativo e a 360". "Credo che in questo momento sia per scarsezza di fondi che per ricerca di spettacolarizzazione dell'intervento di restauro - ha dichiarato Salvatore Settis, presidente del Consiglio Superiore del Beni Culturali - rischiamo di restare intrappolati tra due estremi. Da un lato l'accanimento terapeutico su pochi monumenti e dall'altro lato l'abbandono di tutti gli altri, destinati a perire se non si corre ai ripari. A rendere più difficile la situazione è il degrado ambientale e l'inquinamento atmosferico e acustico. Ritengo valida l'ipotesi di accantonare, per ogni intervento di restauro, fondi per la futura manutenzione dello stesso monumento". Appare necessaria dunque la diffusione di una cultura della conservazione e della tutela di un patrimonio collettivo, espressione tangibile di una identità comune. Difficile la gestione del problema con scarse risorse a disposizione degli enti preposti. "Per il prossimo triennio - ha aggiunto Salvatore Settis - si prevede che al Mibac vengano operati tagli per oltre 1 miliardo di euro. Entro il 2011 verrà tagliato il 95 dell'azione concreta del ministero per i Beni Culturali. E' una situazione molto grave che non è stata analizzata né dalla maggioranza né dall'opposizione". Dalla meritoria esperienza del restauro partenopeo ad oggi il panorama italiano appare notevolmente diverso. "L'esperienza di Napoli Novantanove ha rappresentato una ventata d'entusiasmo che oggi sembra si sia affievolita ma che credo, tuttavia, non rimarrà senza effetti futuri", ha sottolineato Giuseppe Proietti, segretario generale del ministero per i Beni e le Attività Culturali. Un restauro quello operato a Napoli nel 1988 che testimonia l'eccellenza dei tecnici italiani "che hanno salvaguardato un patrimonio storico con i materiali originali". "All'estero invece - ha aggiunto Roberto Cecchi, direttore generale per i beni architettonici e storico artistici del Mibac - prevale la scelta del restauro stilistico o analogico, caratterizzato dalla volontà di replicare forzatamente l'originale. Ogni intervento di restauro rappresenta un trauma per il patrimonio oltre che oneroso, occorre puntare sulla manutenzione programmata".