Con la chiusura dell'Ospedale San Giacomo un'altra nobile istituzione, la cui fondazione risale al 1339, sembra destinata a lasciare il centro di Roma. Dispiace assistere al depauperamento dei caratteri storici e delle funzioni civili nella città; dispiace anche immaginare quali prospettive di affari immobiliari stia svegliando l'imminente fine della secolare struttura sanitaria che occupa il grande isolato a ridosso dell'Augusteo, tra via del Corso e via Ripetta. Anzi, non è del tutto fuor di luogo l'ipotesi che a determinarne la sorte possano influire anche mire speculative. Negli anni Settanta si era consolidata la prospettiva, o meglio l'illusione, che Roma potesse meritare una politica urbanistica capace di regolarne effettivamente lo sviluppo. Nell'idea della città concepita da Giulio Carlo Argan, sindaco e storico dell'arte, i grandi edifici pubblici che si trovano al centro di Roma e sono sede di uffici, come i ministeri, o che non devono più svolgere le funzioni per cui sono stati creati, come il Poligrafico dello Stato, avrebbero dovuto essere gradualmente destinati a potenziare la cultura, lo studio, la ricerca, a sostenere attività degne di Roma. Tutto questo non è avvenuto, anche quando sarebbe stato facile e possibile, come nei recenti casi del Poligrafico a Piazza Verdi e dell'ex Istituto Nazionale Geologico a Largo di Santa Susanna, sacrificati entrambi disattendendo ogni esigenza di spazio per musei, università e istituti di ricerca ora in sedi inadeguate, o di cui comunque occorre pagare l'affitto. È, per esempio, il caso dei musei nazionali dell'EUR: Alto medio Evo, Tradizioni Popolari, Preistorico ed Etnografico Pigorini e di tante altre istituzioni culturali. "Sono musei inutili", si dice, "perché non ci va nessuno", ma naturalmente non si fa nulla perché la gente ci vada. Eppure si tratta di strutture gloriose per tradizione di studi e patrimonio, invidiateci in ogni parte del mondo; ma questo non impedisce di programmarne l'estinzione. Il primo ad essere dismesso sarà probabilmente il Museo Nazionale dell'Alto Medio Evo, che in modo incongruo si vuole accorpare con la Crypta Balbi, un museo destinato a rappresentare aspetti molto specifici di Roma, le sue trasformazioni urbane e i suoi caratteri economici e culturali dalla tarda antichità alla fine del medio evo. La triste fine del Poligrafico, destinato ad albergo, residence, uffici privati e spazi commerciali, e quella dell'ex Istituto Geologico, che subirà pari sorte, sono esempi di sperpero di risorse e di occasioni che non si ripeteranno facilmente per il risanamento di interi settori della cultura a Roma. La Spagna e la Francia, certamente più generose e attente verso la propria tradizione culturale, hanno dato vita a due grandiose istituzioni, il Museo Casa de la Moneda a Madrid, ed il Musée del la Monnaie a Parigi, entrambi eredi delle antiche zecche. Il museo parigino occupa una sede settecentesca non certo inferiore per dimensioni e prestigio a quella di Piazza Verdi. Eppure noi abbiamo collezioni numismatiche di immenso valore, a cominciare da quella di Vittorio Emanuele III, costituita dalle coniazioni degli antichi Stati italiani, ora nel Museo Nazionale Romano. In questo museo, insieme alla grande raccolta di monete del mondo antico, essa forma la più importante raccolta numismatica del mondo, che non può essere smembrata come si sta forse meditando di fare se non al prezzo di sacrificare un incomparabile patrimonio scientifico. L'intero settore numismatico del Museo Nazionale Romano avrebbe però potuto essere trasferito, come a suo tempo si propose invano, nel palazzo di Piazza Verdi per dare vita, anche a Roma, a un Museo della Moneta. Ma già si sente dire che a Roma vi sono troppi musei, come se fosse cosa inconveniente per questa città.