Non ho competenza per commentare le sentenze su Tuvixeddu per gli aspetti formali. E l'autorevolezza dei giudici mi rassicura. Mi soffermo, invece, sulla proposta della commissione regionale censurata dal Tar con dispendio di energie, nonostante venisse da un organo da essi già ritenuto privo di legittimità. Per aiutare a correggerla, ha spiegato il Consiglio di Stato. E' allora utile interrogarsi sul giudizio del Tar andato oltre il profilo delle legittimità, oltre le valutazioni dello stesso Tribunale nel contenzioso sul Ppr. Per Tuvixeddu i giudici hanno esaminato i luoghi. Senza considerare che per analizzare un paesaggio serve il concorso di più saperi. Le disposizioni del Codice dei beni culturali, le conclusioni della Convenzione Europea, dimostrano come le implicazioni sul tema si siano moltiplicate nel tempo. E questo sconsiglia ogni semplificazione del tipo «mi piace-non mi piace». La commissione regionale, quella ritenuta illegittima, è pervenuta ad una sintesi mettendo a confronto nove opinioni. Nessuno dei giudici che hanno argomentato contro la proposta era un esperto degli argomenti trattati. Né hanno ritenuto opportuno, almeno così pare, servirsi di consulenti. E' vero, al giudice, peritus peritorum, spetta l'ultima parola. E può decidere di fare tutto da sé. Ma è credibile, ci chiediamo, che un giudice, non pratico di una scienza, possa nel corso di un dibattimento acquisire competenze tali da permettergli di dirimere razionalmente il contrasto tra i pareri in causa? Tanto più in una materia che muta di continuo. Tanto più perché sulla proposta della commissione hanno convenuto interamente decine di docenti delle università sarde, esperti riconosciuti, lo stesso Giovanni Lilliu. Insomma, tutta questa sintonia all'interno del mondo scientifico avrebbe dovuto suggerire un verdetto meno autarchico. Il convincimento dei giudici sull'inutilità del più ampio vincolo si fonda su un'impressione soggettiva; forse influenzata dalla stagione nella quale si è svolto il sopralluogo. Quel paesaggio non è piaciuto al Tar per il suo carattere definito «brullo». Per la mancanza di verde, parrebbe. Come se i luoghi aridi non avessero forza espressiva, o contenuti suggestivi o valore scientifico. Pensiamo all'attenzione che si rivolge a balze, crete, formazioni carsiche, dune, alle stesse deprecate aree di cava. Sul fascino dei luoghi aridi c'è ampia letteratura e, a partire dal Romanticismo, una lunga serie di memorabili rappresentazioni di grandi artisti. Il Tar ha negato il valore degli orli «brulli», dei vuoti conservati per millenni per il riguardo verso la città dei morti. Eppure è la stessa impresa - in contrasto con il giudice che sminuisce il valore di quei luoghi - a riconoscerne il pregio. Tanto che vi investe capitali ed energie. E non si comprende perché appaia superflua la ricerca dei fili che legavano e legano le diverse parti di questo luogo. Quei fili spiegano il senso storico delle distanze mantenute, affatto casuali, e oggi indispensabili per leggere il paesaggio superstite. Altro che luoghi degradati da abbandonare al loro destino urbanistico, come sembra suggerire il Tar. Proprio i princìpi dello sviluppo sostenibile, impropriamente richiamati nella sentenza, sottintendono energiche forme di tutela anche per «siti non incorrotti ed inseriti in contesti fortemente urbanizzati». Arrendersi all'idea di una tutela esercitata sui cascami del processo di urbanizzazione, è sembrato alla commissione un modo riduttivo di pensare. Certo, è anche per la accresciuta sensibilità - argomento debole secondo il Tar ma storicamente fondante - che in assenza di «fatti nuovi» si può ampliare la tutela. È proprio per la accresciuta sensibilità - ma nonostante il mare sia sempre stato lì - che si è resa inviolabile una fascia di costa sempre più ampia. In assenza di «fatti nuovi», salvo la diversa consapevolezza del valore del bene. I giudici hanno ritenuto una fisima l'esame di carte storiche alla ricerca dei fili di una importante vicenda. Hanno censurato il mancato ricorso a rilievi recenti, mentre - è negli atti - la disciplina di tutela è stata redatta su una carta aggiornatissima. E su questo nodo il Consiglio di Stato non si è espresso. E' stato infine accolto il metodo discrezionale dei «coni visivi», selezionabili a piacere come si sa, fino rendere incorporeo ogni intervento che siccome sta nelle depressioni dovrebbe scomparire dalla vista. Accertata la «bruttezza» del paesaggio, il Tar ha privilegiato l'aspetto archeologico, enfatizzando il parere di un componente della commissione (uno su nove). Solo il soprintendente archeologo, Vincenzo Santoni, ha infatti ritenuto adeguato il grado di tutela vigente. Pure in contrasto con l'opinione del direttore regionale per i beni culturali. Così un solo voto ha assunto centralità, ed è prevalsa una posizione minoritaria. Tuttavia è inspiegabile che un conservatore ritenga inutile l'ampliamento del livello di protezione di un paesaggio ricco come Tuvixeddu. Tant'è che la stessa Avvocatura di Stato ha proposto appello avverso la sentenza del Tar. Ancora più incomprensibile è la posizione di Vincenzo Santoni se si pensa che egli era a conoscenza dell'estensione della necropoli oltre le misure note. Doveva conoscerli i dati, poi forniti dalla stessa soprintendenza, sull'impianto funerario di Tuvixeddu arricchito di oltre 1100 sepolture. Ma in commissione le importanti novità non sono state riferite. Se, come sostiene il Tar, ci sono difetti nell'istruttoria, ciò è dipeso essenzialmente da questa omissione di informazioni. Ma per avere un'idea di come l'ex-soprintendente ha immaginato il futuro di Tuvixeddu è sufficiente osservare nell'area vincolata l'addobbo in corso di realizzazione: qui primeggiano imponenti strutture per un giardino che interferiscono gravemente con la trama minuta e delicata della necropoli. Qui, dicono le cronache, sono stati realizzati, sotto la sorveglianza del suo ufficio, lavori in difformità rispetto al progetto. E questo basta per confermare i dubbi sull'approccio del dottor Santoni, già contraddetto, alla radice, dal recente e opposto provvedimento del soprintendente ai beni paesaggistici Fausto Martino. Ha fatto parte della commissione regionale che ha proposto la dichiarazione di interesse pubblico per Tuvixeddu
La Nuova Sardegna
8 Ottobre 2008
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SA
Sandro Roggio
La Nuova Sardegna
La commissione regionale ha proposto la dichiarazione di interesse pubblico per Tuvixeddu, un paesaggio arido e brullo, ma il Tar ha censurato la proposta. Il Consiglio di Stato ha spiegato che la commissione regionale è stata priva di legittimità. I giudici hanno esaminato i luoghi, ma non hanno considerato le implicazioni sul tema, come le disposizioni del Codice dei beni culturali e la Convenzione Europea. Nessuno dei giudici era un esperto degli argomenti trattati e non hanno richiesto consulenti.
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