Con l'approvazione delle Finanziaria a ridosso delle vacanze il Ministro dell'Economia ha ottenuto l'importante risultato di aver messo in sicurezza i conti pubblici per i prossimi tre anni. Si tratta di un'impresa non da poco. Soprattutto in tempi di crisi come quelli che ci aspettano. Quando il denominatore dei parametri europei, ovvero il Pil, si avvicina pericolosamente allo zero, tutto diventa più difficile. È per questo che in autunno bisognerà affrontare il tema della crescita e dello sviluppo. Uno strumento classico per stimolare la crescita è quello degli investimenti pubblici. Non solo in senso keynesiano, ma anche, e soprattutto, per accorciare il deficit infrastrutturale che il nostro Paese ha con il resto dell'Europa. Ma come finanziare gli investimenti quando i conti pubblici sono stretti dalle morse della crescente spesa sociale e dei costi per interessi, anch'essi crescenti, del nostro abnorme debito pubblico? È possibile trovare nuove forme di finanziamento degli investimenti che pesino il meno possibile sul bilancio pubblico e, quindi, sulle generazione future? Alcune norme già contenute nella Finanziaria ci possono venire in aiuto. Ci riferiamo in particolare a quelle (come l'articolo 58) che favoriscono la valorizzazione del patrimonio immobiliare pubblico. Ma andiamo con ordine. L'Italia spende circa 70 miliardi di euro all'anno che vengono dal bilancio pubblico per finanziarie gli investimenti. Di questi il 14 per cento rappresentano grandi opere di interesse generale. Il restante 86 per cento sono investimenti effettuati dalle amministrazioni locali. In tempi di tagli ai trasferimenti e di debiti della sanità fuori controllo, le amministrazioni locali sono in difficoltà. Bisogna fornire loro risorse aggiuntive. Non potendo estrarle dal bilancio pubblico è necessario cercarle altrove. Tre sono le fonti possibili a cui rivolgersi. Attrarre capitali privati; utilizzare i flussi di cassa che alcune infrastrutture producono per pagare, tutto o in parte, il costo del debito; utilizzare beni del patrimonio pubblico al momento inutilizzati, o male utilizzati, per fini di interesse pubblico o strumentale. Strumenti per la valorizzazione del patrimonio pubblico, come i fondi di sviluppo urbano, i fondi per le infrastrutture ed i fondi ad apporto per la dismissione degli immobili pubblici, funzionano proprio mettendo a fattore comune questi tre elementi. Intercettano capitali privati, vengono in parte finanziati con i proventi dei beni immobili pubblici dimessi o valorizzati, ed utilizzano, per quanto possibile, il project financing per finanziare il costi dell'investimento. E su questi strumenti, quindi, che ci dobbiamo concentrare. Ed è proprio per facilitare il trasferimento di immobili in questo tipo di veicoli che sono state inserite le norme nella Finanziaria a cui abbiamo fatto cenno sopra. L'articolo 58 è particolarmente efficace. Esso prevede che entro sei mesi regioni, comuni ed altri enti locali, predispongano un "Piano delle alienazioni immobiliari" nel quali siano stati individuati tutti gli immobili non strumentali all'esercizio delle proprie funzioni e che quindi possono essere dimessi o valorizzati. Il Piano, votato in Giunta, "avvia la procedura dei cespiti come patrimonio disponibile e ne dispone la destinazione urbanistica, anche in variante del piano urbanistico regionale". Si tratta di una norma molto forte. Tuttavia, ogni tanto, è necessario "dare una spinta" per favorire processi che per troppo tempo erano rimasti fermi sulla carta, per ragioni non propriamente di interesse pubblico. L'emergenza, quindi, sembra ora giustificare la straordinarietà della norma. La sua forza sta proprio nell'incentivo che essa potrà dare a "liberarsi" di immobili da anni abbandonati o male utilizzati o addirittura utilizzati in maniera abusiva per rimetterli in circolazione. La loro valorizzazione potrà contribuire a creare attività economica, a fornire risorse aggiuntive per finanziare gli investimenti, a riordinare il territorio, offrendo nuovi spazi pubblici ai cittadini. Va in questa direzione anche la possibilità che gli enti locali utilizzino lo strumento dei fondi immobiliari pubblici messo a disposizione per lo Stato dalla legge 410 del 2001, che offre forti facilitazioni procedurali per il trasferimento di immobili pubblici in questo tipo di strumento finanziario. Ma quanto possiamo aspettarci di ottenere dalla valorizzazione del patrimonio immobiliare locale pubblico? Dalle stime del ministero dell'Economia esso ha un valore di mercato che aggira intorno ai 400 miliardi di euro. Se nei prossimi anni si riuscisse a valorizzarne il 5 per cento si tratterebbe di 20 miliardi di euro di risorse aggiuntive per finanziare le infrastrutture del Paese. Un impresa certo non facile, ma oggi resa più agevole dalle nuove norme contenute nella Finanziaria. Un ultima osservazione. Per facilitare questo importante processo non è necessaria solo la volontà delle amministrazioni locali. È necessario anche il contributo di investitori "etici" di lungo periodo. Perché non utilizzare il ruolo delle Fondazioni bancarie sempre più lodevolmente impegnate nella valorizzazione del territorio e, perché no, con un ruolo di regia anche la Cassa depositi e prestiti, oggi già presente in questo settore? Si tratta di soggetti storicamente vicini alle realtà locali, quindi in grado di assicurare l'interesse pubblico generale nelle operazioni di valorizzazione. Un obbiettivo, questo ultimo, da cui un processo di tale dimensione e importanza non può certo prescindere.