In questi anni «si è costruito troppo e male: nel 1900 eravamo in 20 milioni e oggi siamo diventati 60» Si continua a costruire e i dati sono impressionanti (ogni secondo, quattro metri di città, almeno in Lombardia; in Svizzera solo 1 metro). Di fronte a questa crescita esagerata, il compito della Soprintendenza per i Beni architettonici è quello di tutelare l'esistente nell'ottica della conservazione oppure demolire per ricostruire? «Il destino dell'edilizia moderna tra rinnovo e recupero» era il titolo del convegno che l'Ordine degli architetti ha organizzato ieri in collaborazione con l'Ordine degli ingegneri e i Collegi dei geometri e dei costruttori. A dibattere, coordinati da Anita Loriana Ronchi, sono stati chiamati due personalità della cultura come gli storici dell'arte Philippe Daverio e Francesco Poli. Un tema questo di grande attualità - come ha ricordato il soprintendente Luca Rinaldi -, dopo le recenti esternazioni del ministro dei Beni culturali Sandro Bondi, che al Congresso mondiale degli architetti di Torino ha definito l'architettura italiana del dopoguerra «brutta, disumana, squallida e mostruosa». E dopo soprattutto la polemica cittadina sull' ipotesi di demolizione di due delle torri di San Polo progettate da Leonardo Benevolo e che per anni sono state additate come «esempi luminosi di sviluppo urbanistico». Philippe Daverio, papillon d'ordinanza e sempre godibile nelle sue digressioni, ha dato un taglio antropologico all'argomento. Si è costruito troppo e male - ha detto -, perché nel 1900 eravamo in 20 milioni e oggi siamo diventati 60 milioni. Ma non solo. «Ci sono popoli stanziali, come noi, che costruiscono per l'eternità, e popoli nomadi che costruiscono con materiali che hanno invece una durata limitata, come gli americani. Questa velocità di consumo e questa precarietà del costruito è anche alla base di due concezioni dell'economia. Personalmente credo nell'architettura come segno di una identità. Pertanto dobbiamo avere la capacità di pensare e di mantenere ciò che è stato edificato, salvo eccezioni. Si può e si deve metabolizza-re. Quello che oggi è noto come Castel Sant'Angelo a Roma ha subito nella sua storia molte mutazioni d'uso ed è bello proprio per questo, per questa concrezione di stili». Anche Francesco Poli ha sposato la concezione dell'architettura come manutenzione. «Ma la città - ha evidenziato nel suo intervento - non è solo composta di case o di monumenti. È un sistema, un organismo, fatto di percorsi esistenziali, di persone che ci abitano. Anche questo è qualità di vita. La bellezza è il senso che acquistano le cose. Un esempio? Il quartiere di Belleville a Parigi, quello al centro dei romanzi di Pennac, che è diventato bello non per le sue architetture, ma perché impregnato di memoria. E ancora: il recupero del Lingotto a Torino, che ha cambiato la sua funzione: una volta era una fabbrica, il luogo triste del lavoro, e oggi è qualcosa di diverso ma legato alla storia della città, con alberghi, cinema e auditorium. Recuperare il vecchio, edificare il nuovo, inserendo il tutto in una memoria». Al di là delle opere degli «archistar», che spesso dialogano solo con se stesse e non sono inserite nel tessuto della città, «bisogna - ha detto Daverio - che gli architetti dialoghino con il presente».