Affabulatore irresistibile, capace di invettive contro inerzie e burocrati che lasciano andare in malora scrigni dell'arte (denunciò l'invasione edilizia nel parco dell'Appia antica a Roma) e, meno giustamente, contro studiosi rivali come Argan e Longhi. Pirotecnico, luciferino, tormentato, sarcastico, dall'humour nero, narratore di barzellette, conoscitore di rango internazionale per il quale l'aggettivo «geniale» non è un'iperbole, Federico Zeri si spegneva per infarto, nella sua villa a Mentana, non lontano da Roma, a 77 anni il 5 ottobre 1998. Figlio di medico, sapeva scoprire vie inesplorate dell'antica pittura, ebbe un rapporto conflittuale con le istituzioni. Per lo Stato fu ispettore delle Belle arti dal '46 fino a quando si dimise, il 22 ottobre 1955; vi tornò come vicepresidente del Consiglio superiore dei beni culturali dal '94 al '98, mentre dai primi anni 60 all'83 aveva contribuito a creare e dirigere il museo del mecenate J. Paul Getty a Malibu, Los Angeles. Uomo la cui vera complessità potranno dirla studi approfonditi, sulla sua eredità riflette lo studioso più «militante» per la salvaguardia del patrimonio culturale e artistico del Paese: Salvatore Settis: archeologo, direttore della Normale di Pisa, presidente del Consiglio superiore del ministero beni culturali con rutelli e ora con Bondi. Professore, nell'83 al Giornale dell'arte Zeri dichiarò che nonostante il ministero per I beni culturali non esisteva un piano generale per la salvaguardia del Paese. Cosa ha significato la sua voce? «Ha rappresentato una voce molto alta e precoce nella storia d'Italia. Aveva visto con grande lucidità che un ministero non era la soluzione ma un nuovo problema e questa sua profezia si è puntualmente verificata. Ne parlammo spesso: avvertiva con enorme fastidio che si provasse ad affrontare l'urgenza della tutela con la banale burocratizzazione, con un nuovo ministero, con le Regioni, invece che radicandone la consapevolezza nei cittadini». Zeri provò a diffondere una consapevolezza andando in tv per «sfidare il perbenismo parlando di cose serie in abiti non ortodossi», come disse. «Sì, il caffettano serviva a suscitare l'attenzione delle persone, ma la trovo un'ingenuità. A volte aveva il candore di un bambino». Non diamolo per scontato: perché salvaguardare il patrimonio artistico? «Bisogna tutelarlo, includendovi il paesaggio, non perché i turisti portano soldi ma perché è parte di un vissuto identitario, ci appartiene come la lingua, la musica, la cucina. Ha una ricaduta economica molto chiara anche perché - come sosteneva Zeri - se uno è più contento e fiero di sé lavora di più e meglio. Il nucleo centrale per lui, e condivido, era però creare una coscienza nella scuola e nei cittadini piuttosto che chiamare nuovi direttori generali e o nuovi soprintendenti». Noi Italiani abbiamo ancora o no un senso del «bello» maturato dal connubio antico tra l'opera umana, l'arte e il territorio? «Gli italiani hanno un senso del bello però oggi lo intendono in modo "proprietario". Ovvero si pensa: questo è bellissimo e intoccabile però il discorso non vale dove costruisco io. C'è un egoismo individuale dovuto a una ideologia mercantilistica che domina la nostra civiltà. Invece il Paese non è la basilica di San Pietro o il Duomo di Firenze, è la trama fittissima della sua arte, l'intreccio fra paesaggio, centri storici, chiese di campagna... Lo ricordava proprio Zeri in un giro che facemmo in un piccolo gruppo organizzato da Einaudi a San Gimignano, Montefalco in Umbria e Monterotodondo nel Lazio: appariva evidente che gli italiani sono molto fieri del proprio patrimonio ma al tempo stesso lo danno per scontato: siamo come i figli di nobili i quali credono che saranno sempre ricchi e invece sperperano i propri beni. Si pensa: "è tutto bello, cosa volete che sia se uno fa un balcone o parcheggio dove non deve?"» Dalla morte di Zeri il degrado non si è certo fermato. «Anzi. Basti un dato incontrovertibile: siamo il Paese nell'Unione europea con il tasso di natalità più basso e il più alto consumo del suolo, cioè edificato. È una bomba orologeria che scoppierà, costruiamo troppo, la Süddeutsche Zeitung poco tempo fa ha scritto un articolo sulla fine del mito della Toscana non si possono fare 3mila agriturismi. Si dice che lo si fa per la crescita economica e per attirare turisti, in realtà l'effetto sarà tutt'altro». Zeri ripeteva: è essenziale un catalogo per salvare l'arte. «L'idea è antica, ma la capillarità del patrimonio culturale rende improponibile un catalogo esaustivo. Continuiamo a oscillare tra la metodologia del catalogo universale e l'inazione. A volte si programmano schede talmente elaborate che per redigerne una, anche di un candelabro, servirebbero tre giorni. Così non finiremmo mai. D'altra parte se vogliamo individuare cosa conservare dobbiamo schedare, ma chi lo fa? Il personale non c'è, i soldi nemmeno, e anche gli immobili pubblici non sono catalogati come dovrebbero». Che fare allora? «Quando assistiamo a un degrado delle coscienze così forte al massimo si può provare a frenarlo. Per invertirlo servono scelte politiche che nessuno ha fatto». Per Zeri la storia artistica non era accademia slegata dalla realtà. «Infatti la vedeva come impegno civile di ogni cittadino. Le racconto un fatto: ai corsi di orientamento della Normale con l'ultimo anno dei licei l'anno scorso ho chiesto quanti avessero sentito parlare di paesaggio non dipinto, cioè quello vero, e su 3-400 ragazzi hanno alzato la mano in due. Questa non è storia dell'arte per il nostro tempo. Zeri invece, pur lavorando come privato, ha sempre difeso un'idea nazionale del patrimonio. Un'impostazione che gli nasceva dalla storia dell'arte, non da nozioni giuridiche, a cui legherei la sua, a volte durissima, "virtù dell'indignazione", una capacità che stiamo perdendo perché scivoliamo verso una cultura della docilità».