Nelle scuole appendiamo i Picasso L'arte moderna in Italia non se la cava bene. Gallerie e musei spesso sono deserti Domani è la giornata del Contemporaneo. Mostre, dibattiti, convegni la animeranno, eventi gratuiti in ben ventiquattro musei e ottocento "luoghi della cultura", come li chiama l'associazione dei musei d'arte contemporanea che promuove l'evento, giunto alla quarta edizione, con il sostegno del ministero dei beni culturali. E a proposito, il ministro Bondi ha dichiarato: «Spero che i giovani affollino, numerosi, musei e gallerie». Una speranza, appunto. Perchè l'arte contemporanea in Italia non se la cava mica tanto bene. I musei, a parte qualche eccezione, scarseggiano di visitatori; le gallerie non ne parliamo; Vittorio Sgarbi, con la sua consueta e colorita verve, si scaglia contro l'arte contemporanea in Italia a giorni alterni; il mercato promuove spesso opere che con l'arte non c'entrano granchè; e soprattutto, ogni volta che la gente entra in un museo, è quasi sempre una visita al buio: non sa niente nè dell'artista che espone nè è preparata per apprezzare o no quello che espone. Perchè dell'arte contemporanea si parla poco, a cominciare dalla scuola. Così la pensa Gillo Dorfles, il celebre critico che di quell'arte è tra i massimi esperti. L'ultimo suo lavoro è "Horror pleni - La (in)civiltà del rumore" (edito quest'anno da Castelvecchi), in cui analizza come la "scoria massmediatica" dei nostri tempi abbia soppiantato le attività culturali, mentre la moltiplicazione inarrestabile degli oggetti, delle informazioni, delle sollecitazioni sensoriali - visive, auditive, tattili - ci fa parlare di Horror Pleni, orrore del pieno invece che del vuoto. Professor Dorfles, anche per l'arte si può parlare di moltiplicazione inarrestabile? Insomma, si fanno troppe mostre? Perchè a parte in città d'arte come Roma o Firenze spesso anche le mostre di arte classica non danno i risultati sperati... «Il fatto è che non sono ben selezionate. Dovrebbero essere meno, e più selezionate. E vale anche per Firenze e Roma. Si fanno troppe mostre e molto costose, in località periferiche. Queste mostre dovrebbero essere fatte girare. Meglio una mostra molto ben organizzata che viaggi in quattro città lmitrofe, ad esempio Torino, Novara, Milano e Piacenza, piuttosto che una mositra immiobile magari realizzata in centri dove non va a vederla nessuno. Ci vorrebbe un'organizzazione pluriurbana e policittadina, per così dire. Invece ognuno vuole la sua mostra». Ma veniamo allo stato dell'arte contemporanea in Italia, terrificante secondo Vittorio Sgarbi. Lei come la pensa? «Sgarbi esagera. Però l'Italia oggi non è proprio al suo livello massimo, come accadeva nel periodo dell'arte povera e della transavanguardia. Negli ultimissimi anni effettivamente si assiste a un certo declino, anche se devo aggiungere che il panorama è sempre molto vivace e che non mi sentirei di parlare di crisi dell'arte contemporanea». Eppure i centri per l'arte contemporanea spesso arrancano per attrarre visitatori. La gente non capisce l'arte contemporanea e finisce per pensarla come Sgarbi? O l'arte contemporanea è vittima di un equivoco che la dipinge meno fruibile di quel che è? «C'è sempre l'equivoco tra l'opera d'arte e il mercato, e oggi è più forte che mai. E' vero che per raggiungere un valore mercantile l'opera d'arte deve avere anche un valore artistico, ma è vero anche che talvolta il mercato appoggia opere che non sono artisticamente rilevanti. Per quanto riguarda la scarsità di visitatori o di apprezzamento per l'arte contemporenea, ritengo che il pubblico non sia affatto preparato, non può distinguere l'opera d'arte dall'imposizione del mercato. Il male è alla radice: bisognerebbe che fin dalle elementari ci fosse un'insegnamento dell'arte contemporanea. Perchè se alle pareti delle scuole ci fossero Klee, Kandinski o Picasso, forse fin da bambini si acquisterebbe una familiarità con l'arte contemporanea che oggi manca, e si sarebbe in grado di distinguere le opere d'arte autentiche da quelle che con l'arte c'entrano poco». Un primo criterio di distinzione? «L'arte deve sempre dare un'emozione a chi la guarda. se è un'autentica opera d'arte. Accade invece che talvolta vengano esposte opere che non hanno niente a che fare con l'arte. Ma non è la consuetudine, ancora oggi ci sono esposizioni di prim'ordine». A proposito, facciamo un veloce esame dei maggiori centri per l'arte contemporanea in Italia? «Penso innanzitutto che l'Italia dovrebbe avere molti più musei come il Mart di Rovereto, che è il migliore. Bisognerebbe prendere esempio da quell'esperienza e moltiplicarla in altre città. Roma, Napoli e Torino negli ultimi tempi hanno lavorato parecchio per avere bei musei d'arte contemporanea, Milano invece non ne ha e lo trovo vergognoso. Diversa è la questione del museo Pecci di Prato: è stato un caso un po' disgraziato soprattutto per la sua infelice collocazione. Credo che lo spazio su cui sorge sia poco accessibile, lontano sia da Firenze che da Prato centro. Finisce che non ci vanno nè i fiorentini nè i pratesi». Quali e quanti sono a parer suo gli artisti contemporanei da salvare in Italia? «Ce ne sono moltissimi, abbiamo artisti contemporanei di prim'ordine che dovrebbero essere più conosciuti all'estero, ma i nostri mercanti non sono abbastanza abili nel lanciarli e promuoverli a Londra o a New York». Ma se l'arte contemporanea attrae molti meno visitatori dell'arte classica, cosa devono fare le amministrazioni comunali, puntarci come fa Prato o evitare di spenderci denaro pubblico magari vivendo benissimo sull'arte del passato come fa Firenze? «Trovo che le amministrazioni comunali e regionali debbano assolutamente occuparsi dell'arte contemporanea, sarebbe assurdo il contrario. Alcune delle città dove si è fatto di più, come Torino con Rivoli e Napoli col Madre, sono state premiate. L'Italia non deve dimenticare che il patrimonio artistico contemporaneo è importante anche dal punto di vista economico, basta fare i nomi di Fontana, Manzoni, o dei futuristi e così via. Sarebbe assurdo non valorizzare un patrimonio del genere». Però in Toscana pare che quest'anno non sia andata benissimo la biennale di Carrara... «La biennale di Carrara è una mostra più che dignitosa. All'altezza di quella di due anni fa. Mi sembra quindi che sia un'iniziativa fondamentale: sfruttando il fascino delle cave di marmo e di un paesaggio tanto singolare come quello apuano, si può realizzare un'esposizione di grande richiamo». Che cosa dovrebbe fare secondo lei il ministero dei Beni Culturali per promuovere l'arte contemporanea, al di là del sostegno alle giornate dedicate? «Invece che sperare che ci vadano molti giovani a vedere le opere d'arte contemporanea in un giorno dell'anno scelto per celebrarla, bisognerebbe portarla nelle scuole. E poi, per prima cosa, istituire una commissione di esperti, fatta di critici e storici dell'arte, per affidare le mostre a persone che sappiano davvero farle. In Italia manca la carriera di curatore, che invece in Germania o negli Usa è ritenuta di importanza fondamentale e tenuta in alta considerazione».