Si respira un'aria di attesa, di sconcerto, in qualche caso di scoraggiamento in quei severi edifici storici dove da una parte all'altra d'Italia hanno sede le nostre soprintendenze. Dopo molti dubbi e polemiche è infarti arrivato al traguardo della "Gazzetta Ufficiale" il Codice dei beni culturali voluto dal ministro Giuliano Urbani con l'ambizioso proposito di risistemare le moltissime norme in materia, accompagnato anche da una riforma abbastanza profonda dello stesso ministero. In questo Codice ci sono almeno due novità dirompenti che piovono sulla testa degli italiani e che già hanno sollevato una corale protesta di ambientalisti e storici dell'arte, di architetti e di archeologi. La prima novità è il via libera, sia pure con una speciale procedura, alla vendita del patrimonio pubblico, finora inalienabile. La seconda riguarda invece il radicale cambiamento (qualcuno parla di vero e proprio azzeramento) delle norme che tutelavano il nostro paesaggio. Bisogna ammettere che la situazione del Belpaese non era delle più felici nemmeno prima dell'arrivo del Codice. Di fronte al patrimonio artistico più ampio del mondo, i fondi impiegati per tutelarlo erano molto inferiori alla media Ue (spendiamo solo lo 0,39 per cento del bilancio statale, contro l'0,9 del Portogallo e l'l,35 della Germania). Negli ultimi anni poi si erano via via indebolite proprio le soprintendenze, strette da un lato dalla necessità di controllare il territorio e di restaurare l'esistente e dall'altro dalla pressione crescente a costruire e a sfruttare economicamente le nostre risorse. Insomma, a «fare cassa», come dice senza peli sulla lingua il ministro Tremonti. In mezzo a questa bufera, le preoccupazioni di un esperto di vecchia data come Antonio Paolucci, il soprintendente del Polo museale di Firenze, si concentrano sulla messa in vendita di molti beni di proprietà non solo dello Stato, ma degli enti pubblici. «Il patrimonio culturale di una nazione dovrebbe essere inalienabile perché rappresenta la nazione stessa, perché è di tutti noi», sostiene Paolucci, che guarda con inquietudine ai lunghi elenchi di palazzi barocchi, fortezze e antichi conventi che stanno per piovere sui tavoli delle soprintendenze regionali. Quegli uffici dovranno smaltire una parte burocratica e poi inoltrare il tutto alle soprintendenze territoriali. Anche se quasi sempre sotto organico, dovranno verificare che cosa non si può vendere e porre un vincolo. Ci saranno in tutto 120 giorni (all'inizio si era parlato di 30). Se non ci sarà risposta, magari perché non si è riusciti a portare a termine la pratica, scatterà la ta-gliola del "silenzio-assenso" e il bene perderà ogni tutela. «Teoricamente 120 giorni potrebbero essere sufficienti. Ma ci sono sovrintendenze, per esempio in Lombardia, così povere di funzionari che per loro sarà difficile farcela», spiega Paolucci. Ed è proprio questa crisi di tecnici nel cuore ricco del Nord uno dei segnali del declino a cui sono avviati questi organismi un tempo importantissimi. Come sostiene Irene Berlingò della Asso-tecnici, «siamo un corpo di funzionari che è stato fra i migliori del mondo, ma che si avvia all'esaurimento. Da sei anni non vengono più fatti i concorsi e la nostra età media è arrivata a 50 anni. Molti se ne vanno, anche perché gli stipendi sono bassissimi, mille euro al mese all'inizio, 1.300 euro dopo anni di carriera». Quel che finora aveva mandato avanti pur fra mille difficoltà i soprintendenti e i loro collaboratori era in realtà la fiducia nel proprio ruolo e nel proprio prestigio. «Ci sentivamo i prefetti del patrimonio diffuso del nostro paese, i custodi della sua identità e della sua bellezza. Ma adesso stiamo diventando figure irrilevanti», dice un soprintendente del Sud che non vuole essere nominato, dopo che nei mesi scorsi erano arrivate dal ministero minacciose reprimende scritte a chi aveva criticato le scelte di Urbani. Gli strumenti già troppo deboli per controllare la vendita dei beni pubblici diventano addirittura evanescenti per far fronte all'altra grande novità del Codice, la modifica delle tutele del paesaggio. Proprio su questa rottura di argini puntano il dito il Wwf, il Fai e Italia nostra. Finora quasi metà del territorio italiano, cioè in sostanza la sua parte più pregiata, che contribuiva a disegnare la morfologia del paese, era protetto dalla legge Galasso del 1985, la rivoluzione Galasso, come l'ha definirà appunto il Wwf. In questo ambito il ministero dei Beni culturali, attraverso le soprintendenze, poteva annullare entro 60 giorni qualunque autorizzazione a costruire rilasciata dalle regioni o dai comuni. Certo si trattava di un potere anche troppo largo almeno sulla carta, a cui peraltro non aveva corrisposto un rafforzamento degli uffici che dovevano esercitarlo. Ma nel corso degli anni, con notevole tigna, la pattuglia delle sovrintendenze aveva evitato parecchi scempi. Da una ricerca messa assieme dal Comitato per la bellezza presieduto da Vittorio Emiliani risulta per esempio che nel '99 erano stati esaminati in tutta Italia 152 mila progetti e che ne erano stati annullati più di 3 mila, circa il 2 per cento (ma in una regione aggredita dalla speculazione come la Campania la percentuale era salita all' 11 per cento). Potrebbe anche sembrare poco. Ma quasi sempre si erano evitati scempi di dimensioni considerevoli, dagli insediamenti industriali in paesaggi intatti, ai mega alberghi nei punti più belli delle coste, come documentano i quaderni fotografici pubblicati dall'Ufficio centrale per i beni ambientali e paesaggistici. Proprio il mostruoso Fuenti era stato abbattuto grazie a questo meccanismo. Con il codice, invece, tutto cambia. Abrogata con un colpo di spugna la legge Galasso, in futuro le soprintendenze dovranno pronunciarsi nella fase della progettazione. Ma il loro parere sarà solo consultivo. Anche con il loro "no" i lavori potranno cominciare, mentre diventerà centrale il ruolo delle regioni. Si fa portavoce dello sconcerto di molti architetti Francesco Ca-nestrini, che lavora alla soprintendenza di Caserta e che recentemente era riuscito a bloccare un edificio a pochi metri dalle mura romane di Alife. «Il nostro potere di tutela del paesaggio diventa pari a zero. Tutto passa nelle mani di quegli enti locali con cui combattevamo giorno dopo giorno per limitare i danni». Di fronte allo sconcerto generale della sua periferia, il ministero di Urbani ha convocato nei giorni scorsi una mega riunione a Roma, per spiegare ai suoi tecnici che non si sta andando incontro a nessuna catastrofe. In un clima decisamente acceso, una solerte funzionarla dell'ufficio giuridico ha illustrato le bellezze del Codice. Ma sembra che non molti siano usciti convinti del fatto che l'Italia del condono edilizio, della Patrimonio Spa e dell'attacco ai Parchi sia avviata a una nuova età dell'oro.
L'Espresso
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Chiara Valentini
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