Chilometri e chilometri sopra le nostre teste gli aerei sfrecciano carichi di quadri di Tiziano e Poussin, Van Dyck e Goya... Gli amministratori calcolano quale sarà il probabile impatto sul deficit del bilancio annuale, rammaricandosi che la scelta non sia caduta su Monet o Van Gogh. Intanto gli editori fanno gli straordinari per far uscire in tempo i loro voluminosi cataloghi». Con queste parole linglese Francis Haskell (1928-2000), indagatore della storia sociale dellarte, docente a Oxford, introdroduceva nel 2000, poco prima di spegnersi, la raccolta postuma di saggi ora tradotta in italiano (La nascita delle mostre. I dipinti degli antichi maestri e lorigine delle esposizioni darte, Skira editore, 222 pagine illustrate, 25 euro). Da allora la girandola europea e nordamericana di rassegne darte antica ha contagiato il Giappone, sta contagiando la Cina, arriverà nei paesi degli sceicchi, là dove portano soldi e potere. Una pratica planetaria che per Haskell non significava affatto una democratizzazione della cultura. Lo prova il libro di saggi che ha sistemato, con una cura anche affettiva, Nicholas Penny, direttore di uno dei musei più ricchi di dipinti e più visitati al mondo, la National Gallery di Londra (4 milioni 160mila ingressi nel 2007). Mr. Penny, nel volume Haskell scriveva che le mostre darte antica crescono a danno dei musei. «Sì, e probabilmente fu il primo a capirlo. È solo negli ultimi 20-30 anni che tutti i musei hanno iniziato ad allestire mostre». Cosa li ha scatenati? Perché? «Lossessione di dover fare mostre di successo. I musei sono tenuti sotto pressione dai media, dallamministrazione locale, dal ministero, e se una rassegna riesce o meno lo si misura solo dal numero dei visitatori». Lunico metro di giudizio, nella cultura, nei libri, nello spettacolo, sembra diventato quanta gente compra, vede, cè. Anche i musei si sono assogettati a questo pensiero unico? «Sì, purtroppo. A Londra il British, la National Gallery o la Tate ogni anno vogliono avere più visitatori di quello precedente. E oggi quando si pensa a una mostra su un artista non ci si chiede se è davvero valido e va fatto conoscere, bensì quanto sarà apprezzato: è paralizzante». Ma le mostre non sono proliferate anche perché un visitatore comprende, o pensa di capire, meglio un artista o un movimento in una selezione circoscritta che in un museo dove deve spaziare nei secoli e stili restando magari disorientato? «E verissimo. Ma unesposizione ti impacchetta cosa vedi, ti dice cosa dovresti vedere dandoti la sensazione di aver capito. Invece in una raccolta devi inventarti un tuo percorso, metterlo in relazione con il resto: è unesperienza più impegnativa eppure più libera, più autonoma». Le esposizioni continueranno a livello esponenziale? «Non è detto. Ora i costi sono schizzati come razzi, le spese di assicurazione sono fuori controllo, è più difficile trovare sponsor, e poi le opere non sono più così disponibili. Anni fa la National Gallery di Londra allestì in un quinquennio seguitissime mostre su Raffaello, Tiziano, Caravaggio e Velazquez generando due effetti: il pubblico ne voleva altre analoghe, il che era impossibile, e per avere quei maestri il museo dovette promettere molte opere in prestito negli anni. Il fenomeno è chiaro: non ricevi grandi dipinti se non presti i tuoi in cambio. Danneggiando chi viene al museo». Nel saggio «Botticelli al servizio del fascismo» Haskell parla della mostra darte italiana del 1930 che portò a Londra, via nave superando una tempesta al largo della Bretagna, la Venere di Botticelli, la Tempesta del Giorgione, capolavori di Masaccio, Carpaccio, Tiziano e molti altri capolavori. Mussolini intendeva la mostra come utile propaganda. Pochi anni fa il ministro della cultura Buttiglione pensò di spedire, invano, Botticelli in Giappone, lanno scorso Rutelli, su parere dei tecnici, inviò lAnnunciazione di Leonardo a Tokyo nonostante lopinione contraria del direttore degli Uffizi Natali. «Per me Natali aveva completamente ragione ma il punto più interessante sollevato da Haskell è che anche da un punto di vista politico spedire tesori allestero serve a poco. Mussolini prestò la grande arte italiana credendo di dimostrare quanto era grande lItalia, alla fine si rese conto di non aver avuto limpatto politico desiderato. Prestare arte allestero anche diplomaticamente è unidea pessima, in realtà è un omaggio alla potenza che ospita le opere. Van Straten: «Ecco quanto costa allestire una rassegna importante». Quanto costa allestire unimportante mostra darte antica? Se non sei un museo ricco di capolavori ma la organizzi senza avere opere da «scambiare» spendi sui 2,5-3 milioni di euro. Lo stima Giorgio Van Straten, ex presidente (fino al 31 luglio scorso) della società romana che gestisce le Scuderie del Quirinale e il Palazzo delle Esposizioni. La rassegna in corso alle Scuderie, con 65 dipinti prestati da mezzo mondo, su un maestro del Rinascimento come Giovanni Bellini, costa circa 2,5 milioni di euro tra assicurazione, trasporto con scorta armata, spese locali, comunicazione. «Quello che manda fuori schema è pagare i prestiti come fanno gli organizzatori spregiudicati. Con i costi vivi se la mostra va bene puoi far pari o anche guadagnare, comè accaduto con Antonello da Messina alle Scuderie nel 2006». Oggi le spese lievitano per le assicurazioni e, salvo accordi sulla sponsorizzazione, una compagnia chiede l'1-1,5 per mille del valore complessivo stimato: se era di 600 milioni di euro, come per la retrospettiva su Antonello, lorganizzatore paga tra i 600 e i 900 mila euro. « È chiaro - annota Van Straten - che oggi con molte esposizioni in giro ottenere opere è più difficile. I musei statunitensi prendono in considerazione richieste di prestito solo se spedite con almeno 18 mesi di anticipo». direttore della National Gallery di Londra: