Dio ci ha dato anima e corpo. Dobbiamo nutrire entrambi per sopravvivere. Per il nostro corpo ha imbandito la tavola con i prodotti della natura; per il nostro spirito ci ha messo a disposizione la saggezza, vale a dire la possibilità di scelta tra bene e male. Ovviamente è più facile cucinare una cotoletta che capire quale strada prendere negli incroci della vita. La saggezza è materia indiziaria, controversa, frutto di uriosservazione meditata e mai definitivamente chiarificatrice. I filosofi, scienziati del vero e amanti della sapienza, da sempre svolgono la loro attività spirituale per decifrare le ragioni del nostro essere e del nostro agire che cambiano con il tempo e con i mutamenti storici. Ogni popolo, infatti, di generazione in generazione, costruisce il suo patrimonio di conoscenze, di credenze, di convenzioni e di aspettative che definiscono la sua cultura. Occuparsi quindi di cultura vuol dire operare nellambito dei nostri beni spirituali, della nostra anima. Lindimenticabile ministro francese degli affari culturali, André Malraux, disse una volta che la cultura è ciò che fa delluomo qualcosa di diverso da un accidente delluniverso e che, nello stesso tempo, non si eredita ma si conquista. Questo spiega perché gli uomini lhanno sempre avuta a cuore: lanima, senza nutrimento si inaridisce e ci riduce a semplice corpo affamato, come quello degli animali. Oggi in Italia, più che mai, diamo scarsissimo credito ai benefici della cultura. Preoccupati come siamo a scacciare gli antichi fantasmi della fame trascuriamo la realizzazione della nostra humanitas. Non è poca cosa rinunciare alla ricerca del bene e del bello, specie per le nuove generazioni, le quali devono confrontarsi con i grandi temi della vita, come lamicizia, lamore, la guerra, la morte, la trascendenza, il passato, la natura, la storia, il sapere, eccetera. I luoghi di questo cibo sono i libri; il teatro, il cinema, l'arte figurativa, le scuole, le botteghe, la musica, la danza, i musei, i beni archeologici e ambientali, la ricerca e la sperimentazione. Spegnere la luce in questi santuari del pensiero e delle emozioni interrompe il racconto delle nostre anime, ci fa andare a tentoni lungo la strada che conduce a noi stessi. Bisogna convincersi che in quanto a bisogni, leggere le pagine del Qohélet o scrivere una poesia non valgono meno di una cotoletta. Il nostro governo, assillato da una malinconica economia, non ha esitato un istante a sacrificare la cultura (e la scuola), considerandola un bene superfluo e improduttivo, e non già una risorsa. Le volta le spalle lasciandole appena unelemosina. Così agendo mostra di avere della nostra società una visione parziale, amputata della sua anima. Qualcuno dice che per questo governo labbandono della cultura è organico a una politica che ha vita più facile in una società poco pensante e narcotizzata dalla televisione. È una voce troppo severa, ma ha poca importanza, di fatto la cultura è stata messa in ginocchio perché non si è voluto credere ai benefici che può apportare al paese, sia da un punto di vista economico (la nostra è la nazione più ricca al mondo in quanto a bellezze) che da quello spirituale. Non ci sono altri strumenti che la cultura per la crescita civile e per la prevenzione contro le patologie sociali. È fatale che i pochi mezzi messi a disposizione del nostro ministro della cultura non potranno che mantenere a bassissimo regime lesistente, con spirito conservativo e burocratico, mentre cè urgenza di dare unimportante spinta alla nostra proverbiale inventiva e alle nostre attività artistiche e culturali, proprio per aiutare a dare dellItalia una immagine di grande vivacità e intraprendenza. Penalizzate più che mai saranno le iniziative culturali di paesi e città, a causa dellimpoverimento degli enti locali e della politica fatalmente centralistica del governo, che si limiterà al finanziamento dei mammut della cultura istituzionalizzata. Invece si deve rovesciare la piramide gerarchica dei privilegi e mettere la parola "risorsa" al posto di "sovvenzionamento". E va finalmente instaurato un pluralismo reale delle idee eliminando i monopoli e gli accumuli di potere. Vanno trovati spazi espressivi e create opportunità di socializzazione per le giovani generazioni, così come si deve agire per far conoscere allestero i nostri indubbi e comprovati talenti. Molto ci sarebbe da fare per rendere produttivi gli Istituti italiani di Cultura disseminati nel mondo. Oggi sonnecchiano, quasi tutti. Vanno dati luce e colore ai nostri oggetti testamentari, ai siti archeologici e ai musei, con iniziative, eventi, ricostruzioni fantastiche, evocazioni, incontri, spettacoli, esposizioni. Utilissima risulterebbe una sinergia degli investimenti distribuendo territorialmente ogni singola iniziativa. Ma quale entusiasmo si può mai avere quando è il governo, per primo, a spegnere linterruttore della cultura? Il giorno in cui in Italia la politica si ricorderà di essere stata inventata dalla cultura, per noi inizierà unaltra epoca. Quando la politica capirà che è solo la cultura a offrirle una fotografia del mondo sul quale deve agire, cambierà totalmente il suo linguaggio e si farà capire da tutti. Quando, finalmente, sarà senso comune che i bisogni dello spirito sono ben più importanti e decisivi di quelli materiali, la vita ritroverà la sua interezza, la sua sacralità.
TAGLI ALLA CULTURA - Non di sola cotoletta
Il testo discute l'importanza della cultura per la società e la politica. L'autore sostiene che la cultura è essenziale per la crescita civile e per la prevenzione contro le patologie sociali. Tuttavia, il governo italiano ha sacrificato la cultura per motivi economici, considerandola un bene superfluo e improduttivo. L'autore critica la politica del governo, che ha messo in ginocchio la cultura, e sostiene che è necessario dare un'importante spinta alla cultura per aiutare a dare dell'Italia una immagine di grande vivacità e intraprendenza.
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