Davvero la compressione della spesa pubblica, la politica dei «tagli», deve esercitarsi indiscriminatamente in ogni settore della vita del paese, senza eccezioni? La domanda si ripropone oggi con particolare urgenza di fronte alla consistente riduzione delle risorse destinate alle attività culturali, alla ricerca scientifica e alla formazione dei giovani, decisa dal ministro delleconomia Giulio Tremonti e diventata parte integrante della manovra economica deliberata prima delle vacanze dal Governo e dal Parlamento. Non si discute la scelta di "tagliare"; solo si vorrebbe che una politica con questo obiettivo debba misurarsi con lesperienza di un "progetto" di lunga durata, che ridisegni le priorità del Paese e, quindi eviti in ogni modo di fare di ogni erba un fascio; perché, senza scegliere - e con nettezza - obiettivi e strumenti, la semplice riduzione della spesa corrente finisce per impoverire ogni aspetto della nostra vita quotidiana, moltiplicando le ragioni di insoddisfazione e di sofferenza. Cultura, ricerca e formazione sono state da più parti indicate come le leve sulle quali agire per mettere in moto un radicale cambiamento sociale, economico e civile, leve, per altro, assai trascurate nel passato più o meno recente, perché ogni volta urgenze improvvise avevano la meglio, rinviando sine die gli interventi "strutturali": così, anche in un campo dove la competizione e quindi la qualità hanno importanza decisiva, si è preferito agire in direzione quantitativa, offrendo servizi, generalmente modesti, a una parte sempre più larga della popolazione, e per lo più a titolo gratuito o quasi. Il caso delluniversità è lampante: allaumento degli studenti è corrisposto un contenimento delle tasse a loro carico e un reclutamento di insegnanti sempre meno correlato al lavoro di ricerca e quindi sempre più appiattito su modelli didattici ripetitivamente nozionistici. Non diverso è stato il destino di ogni genere di scuola, di musei e biblioteche, di teatri e accademie, di laboratori e centri specializzati e di quantaltro si voglia immaginare attinente al campo in questione. Che il sistema così comè funzioni malamente a me pare indiscutibile e che in questo modo si disperdano molte risorse è evidente a chiunque osservi con attenzione; tuttavia tagliando il 10 o il 15 non si migliora la situazione né si riducono gli sprechi. Quella che sarebbe necessaria è una radicale riforma del settore, introducendo fattori di competitività, elementi di mercato, diverse valutazioni sugli obiettivi e sui mezzi per raggiungerli. In Italia le risorse destinate al sistema bibliotecario finiscono per esaurirsi prima che si comincino ad acquistare nuovi libri, servono cioè per le sedi, il personale, le utenze; ma una biblioteca senza i libri nuovi funziona a metà, cioè serve poco e male agli utenti. Lo stesso ragionamento vale per i musei, e il basso numero dei visitatori rispetto a quanto accade in altri paesi conferma che è necessario, tanto più tenendo conto della fittissima rete di raccolte museali diffuse ovunque sul territorio, immaginare nuovi criteri di gestione, che distinguano nettamente le responsabilità della conservazione da quelle altre della fruizione, che è inutile e impossibile garantire in ogni caso, e che, invece, hanno bisogno di strategie di promozione e comunicazione che si rinnovino stagionalmente, lefficacia delle quali non può che essere misurata, anche quantitativamente, sulla risposta e la soddisfazione del pubblico. Per queste ragioni non credo sia giusto soltanto tirare la cinghia con linevitabile conseguenza di ridurre ulteriormente la qualità dei servizi. Bisogna capovolgere la prospettiva fin qui adottata e rimettere in discussione lidea stessa che tocchi allo Stato, solo allo Stato, sostenere economicamente lintero sistema scientifico e culturale, coinvolgendo, invece, per un verso Regioni ed Enti Locali e per laltro lasciando spazio alliniziativa privata, favorendone lintervento con adeguati strumenti di incentivazione fiscale e di riconoscimento sociale. Apparentemente già da qualche tempo si è provato a muoversi in questa direzione gli enti lirici sono diventati fondazioni e così anche Biennale, Triennale, Quadriennale -, ma la trasformazione sinora è stata più nominale che altro, poco di più si è fatto per trasformare in profondità enti e istituzioni, per rimettere in moto la competizione e premiare il merito e la qualità. Fino a quando non accadrà che anche le istituzioni culturali siano costrette a fare i conti con i loro risultati lintervento pubblico continuerà a sostenere inefficienze e ritardi, livellando al ribasso buoni e cattivi. Leguaglianza universale, che nei secoli della modernità è a lungo sembrata un traguardo decisivo, ha invece rivelato la sua impraticabilità, se non accettando il trionfo della mediocrità. La questione del rilancio culturale del Paese non può essere ridotta alla semplice erogazione di fondi, ma neppure al loro taglio indiscriminato, deve piuttosto affidarsi allo sviluppo di un progetto fortemente innovativo che intrecci risorse pubbliche e iniziative private, che mescoli creatività, innovazione e produzione, che si allarghi a un pubblico vasto e articolato. Di questa progettualità attendiamo impazienti lavvio. Pubblichiamo il saggio di Cesare De Michelis, pubblicato sul periodico «Arte In», bimestrale di critica e di informazione delle arti visive, in questi giorni in edicola.