«Abbiamo il dovere di tutelare non solo ciò che appare sulla superficie della terra, ovvero ciò che è visibile. Dobbiamo occuparci anche di ciò che è conservato sotto terra e non è ancora sotto i nostri occhi». Come? «Proteggendolo dai principali perturbamenti. Ovvero gli infiniti, spesso eccessivi scavi che solo nominalmente sono destinati alla tutela». A parlare, perciò l'affermazione assume un peso ben più rilevante, è un archeologo come Andrea Carandini, cattedratico de La Sapienza, noto divulgatore, ora impegnato in un importante scavo nella Casa dei Re al Palatino. In che senso, Carandini, bisogna stare attenti a scavare troppo? «Gli scavi, inclusi i miei, comunque distruggono. Non è questione se scavare bene o scavare male. Il punto è il succo finale che se ne può ottenere. Si dovrebbe scavare solo in presenza di una domanda storica o scientifica rilevante o se un bene è destinato ad essere distrutto, per esempio per lavori pubblici, e quindi va analizzato e trasformato in testimonianza». Altrimenti molto meglio lasciare il sito così com'è. O procedere con i sistemi dei nostri tempi: «Ricerche con gli strumenti dotati di onde elettromagnetiche, vecchi carotaggi, scavi precedenti. Basta raccogliere queste informazioni e coordinarle per comprendere quale sia la natura del sottosuolo e se sia necessario "turbarlo" o meno». Ma qual è la potenzialità rappresentata dal sottosuolo italiano? «Enorme. Potrei fare mille esempi ma ne farò uno non italiano visto a Barcellona. La Casa del Vescovo, accanto alla Cattedrale, ospita nei suoi sotterranei un circuito archeologico sotterraneo straordinariamente ben visitabile con un contesto ampio. Così è perfettamente conoscibile la Barcellona romana». Un altro pericolo, così afferma l'archeologo scopritore del Lupercale alle falde del Palatino, è che ci si fermi «all'estetica del cunicolo, del bel grottino visitabile in sé. Prendiamo l'area romana del Campo Marzio. Nulla vieterebbe di scavarla e di renderla visitabile, in chissà quanti punti Roma antica lì sotto si trova a un'altezza praticabile. Ma chissà perché siamo entrati in un'ottica per cui Roma è sacra, inviolabile, mai modificabile. E tanta severità ci sottrae la possibilità di metterci in contatto con un'altra realtà della Capitale». Eppure basterebbe la magnifica esperienza rappresentata dalla Crypta Balbi in via delle Botteghe Oscure, assicura Carandini, per dimostrare che un lavoro archeologico in pieno centro, adeguatamente motivato, può offrire soddisfazioni impensabili sulla carta. Tutto forse dipende anche da un approccio scientifico. Come spiega il professore, l'interesse e soprattutto la consapevolezza per ciò che nasconde il sottosuolo è relativamente recente. E secondo l'archeologo molti tesori sono poco conosciuti e valorizzati: «Penso allo sterminato sistema delle catacombe cristiane. Un reticolo che ha ospitato per secoli una vita sociale molto organizzata. Eppure ora sono poco visitate e assai meno valorizzate. E chissà quanti altri esempi potrei fare di realtà sotterranee ancora non messe nelle condizioni di essere fruite e valorizzate come meriterebbero». Carandini conclude con un atto d'accusa: «Sono molti, e veramente troppi gli scavi archeologici aperti e abbandonati a loro stessi, chiusi al pubblico, privi di accesso, condannati a un progressivo decadimento. Occorre realizzare una rete informativa che li sottragga all'oblìo. Per questo ripeto a me e agli altri archeologi: scavate, sì. Ma solo quando ne vale la pena. Altrimenti buttiamo tutto...»
ARCHEOLOGIA - E l'archeologo dice stop agli scavi Da fare solo in casi eccezionali
Un archeologo, Andrea Carandini, ha espresso preoccupazioni sull'impatto negativo degli scavi archeologici sulla preservazione del sottosuolo. Secondo Carandini, gli scavi possono distruggere il sito e non è sempre necessario "turbarlo" per scoprire qualcosa di nuovo. Invece, si potrebbe utilizzare tecnologie come le onde elettromagnetiche per raccogliere informazioni sul sottosuolo senza danneggiarlo. Carandini ha anche criticato l'approccio tradizionale degli scavi, che spesso si concentrano sull'estetica del cunicolo o del grottino visitabile, piuttosto che sulla scoperta di nuove informazioni.
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