Un volume di Giambrone e Guarino analizza il censimento che assegna allIsola la maglia nera per il numero di sale chiuse. Una tendenza opposta a quella del Settecento quando ogni paesino aveva il suo palcoscenico "Così si creava una rete di cultura che attraversava il Paese" A Caltagirone, dunque, i baroni locali vollero la loro fetta di prestigio culturale ed edificarono un bellissimo teatro con tre ordini di palchi e loggione, con annessi fregi in oro e velluti. Ma nel 1955 il potere democristiano dellepoca decise che quellopera, che era ancora in perfetto stato, doveva essere sventrata per far posto a una bruttissima galleria con le pareti in ceramica e con grandi lapidi in onore e a ricordo perpetuo di Mario Scelba e di Silvio Milazzo. Ecco una "modernità" calatina: la propaganda politica che si sostituisce alla cultura e allarte. Laltro esempio emblematico è quello dellincompiuto teatro di Sciacca. Secondo il progetto di Giuseppe e Alberto Samonà doveva essere un grande e moderno locale a due sale, e con un finanziamento della Regione i lavori iniziarono nel 1979. Ma tre anni dopo completata tutta la struttura in cemento armato, che si può ancor oggi ammirare nel suo stato di abbandono, i lavori furono sospesi lasciando un guscio vuoto come luovo del pirandelliano "Gioco delle parti". Completata la fornitura del cemento lopera non interessò più a nessuno? Misteri siculi. Lultima notizia risale al gennaio dellanno scorso, quando il Comune di Sciacca pubblicò un nuovo bando per il completamento dellopera. Vedremo. Con lo scopo anche di sollecitare il restauro e la rinascita dei teatri chiusi e restituirli alla fruizione delle comunità, nel 2002 fu fondata a Palermo lassociazione TeatriAperti grazie allimpegno dellallora sovrintendente del Teatro Massimo, Francesco Giambrone. E questa, insieme allAssociazione generale dello spettacolo (Agis), portò avanti un censimento del patrimonio nazionale, contando 361 strutture teatrali chiuse, di cui più di 200 ubicate allinterno di edifici storici di notevole pregio artistico e culturale. Successivamente lindagine è stata completata rilevando un numero ancor maggiore di strutture dimesse: 428 teatri chiusi o inagibili su tutto il territorio nazionale. Le regioni con il più alto tasso di disamore sono la Sicilia con 59 locali abbandonati e la Lombardia con altri 57. Altro dato significativo dice che oltre il 50 per cento di quei 428 teatri ha cessato la propria attività a partire dal 1980, e di questi più del 25 per cento (cioè 109) sono sottoposti a vincolo per il loro valore storico ed architettonico. Tra i più antichi si segnala il Teatro Laluna del comune di Mineo costruito nel 1600 e chiuso nel 1983. Mentre il più recente edificio si trova pure in Sicilia, nel comune di Bronte: costruito nel 2001 e chiuso dopo soli cinque anni di attività. Tutti i dati del censimento sono ora contenuti nel volume "Teatri Negati" (Franco Angeli editore,129 pagine, euro 16) a cura di Francesco Giambrone, attuale sovrintendente del Maggio musicale fiorentino, e di Carmelo Guarino sociologo dellUniversità di Palermo. Altri contributi si devono al direttore dorchestra Riccardo Muti, al sovrintendente de La Fenice di Venezia Giampaolo Vianello, al regista Marco Baliani, al presidente del Teatro della Concordia di Monte Castello Edoardo Brenci Pallotta, al sindaco di Bari Michele Emiliano, al dirigente del Servizio statistica della Regione Siciliana Lia Giambrone, e al giornalista e scrittore Roberto Alajmo. Ma tutti i dati si possono anche trovare in un apposito sito web (www. teatriaperti. it) realizzato per un aggiornamento continuo e come luogo aperto al dibattito e ai progetti. «Questo censimento - scrive Riccardo Muti - fa capire che quella che si sta perpetrando è una autentica barbarie. Il Giappone ha costruito tantissime sale e teatri nelle sue città e noi, mentre gli altri costruiscono, abbandoniamo ciò che secoli di storia ci hanno donato. La nostra posizione di fronte al mondo è imbarazzante e vergognosa. Questi teatri potrebbero essere le fucine di formazione per i giovani prima di approdare ai teatri più importanti che una volta erano punti di arrivo e oggi, al contrario, sono punti di partenza». E Muti conclude con una considerazione tanto sensata ma tanto trascurata da chi ci governa: «La riapertura dei tanti nostri teatri chiusi darebbe la possibilità a migliaia di talenti di esercitare il loro cervello e la loro fantasia fino ad emergere e diventare i nuovi custodi del patrimonio artistico italiano che altrimenti rischia di esaurirsi dentro poche cattedrali nel deserto». «Cera un tempo, nel nostro Paese - aggiunge Francesco Giambrone - in cui non vi era piccolo borgo che non avesse la sua scuola, la sua chiesa e il suo teatro. Il tempo e la disattenzione di chi ha gestito il territorio hanno fatto sì che questo presidio culturale diffuso, rappresentato da centinaia e centinaia di teatri, venisse poco a poco smantellato, come fosse un di più, qualcosa di cui si potesse fare a meno. Col risultato che oggi in ogni piccolo borgo è rimasta la chiesa (che riceve immancabilmente i fondi pubblici per ogni restauro, aggiungiamo noi), molto spesso la scuola e quasi mai il teatro». «Un tale numero di teatri - scrive Giambrone - dava vita, un tempo, a una rete di luoghi della cultura che attraversava il Paese costruendo un tessuto di passioni e di valori, di idee e di tensioni civili e sociali». In una parola «è in discussione lagibilità di uno spazio per la democrazia». Significativo della nostra condizione culturale regionale, dunque, è che sia la Sicilia ad avere il maggior numero di teatri chiusi. Eppure, come accennato in apertura, in poco più di due secoli erano sorti da noi 176 edifici teatrali, dato testimoniato in un libro del 1989 di Antonella Mazzamuto, editore Flaccovio, "Teatri di Sicilia", risultato di una ricerca svolta presso la facoltà di Architettura di Palermo. Un tema, dunque, che si ripropone continuamente ma che in questi nostri giorni di epoca televisiva lascia il tempo che trova. Anche se abbiamo sempre sotto gli occhi quella frase scolpita sul frontone del Teatro Massimo: "Larte rinnova i popoli e ne rivela la vita. Vano delle scene il diletto ove non miri a preparar lavvenire". Con quella vulgata goliardica di alcuni anni fa, che non è poi priva di senso: "Vano delle scene il diletto ove più di cento lire costi il biglietto".