"Una storia indecente fin dal suo inizio, dai tentativi del ministro Urbani di fare una riforma piena di contraddizioni fino alla nomina di Davide Croff, un ottimo bancario ma che non vedo cosa c'entri con la Biennale». Commenta così il filosofo veneziano Massimo Cacciari l'ultima tappa delle ultime, tormentate vicende dell'istituzione. «Per me è indifferente che il presidente sia Croff oppure un altro», premette l'ex sindaco di Venezia, che però ha le idee chiare su cosa farebbe lui al suo posto. «Se fossi in Croff sbatterei la porta e me ne andrei - sottolinea - dopo essere stato trattato così, e con un curriculum da manager di livello internazionale come il suo». La questione è infatti, secondo l'esponente della Margherita, quella di «un sistema di potere» in cui la Biennale è finita, e che «ha fuori di Venezia tutte le sue logiche». Una storia che ha le sue origini «nel licenziamento per motivi di schieramento di un presidente che aveva fatto bene come Paolo Baratta - sottolinea Cacciari - con una manovra che non aveva senso se non la volontà di arraffare anche gli enti culturali. Una manovra cui del resto gli enti locali veneziani non hanno resistito, contro cui non si è fatta una vera battaglia». Una manovra che del resto «all'inizio aveva una sua logica - rileva -ma che ora finirà peggio di com'era iniziata, procedendo di compromesso in compromesso all'interno della maggioranza, come accade sulle pensioni». «Ma al peggio - conclude - non c'è mai fine». In ogni caso la nomina di Davide Croff a presidente della Biennale sembra ormai appesa a un filo. Dopo la bocciatura della Commissione Cultura del Senato, ieri il voto sia pure consultivo ma ormai determinante toccava a quella della Camera, ma il verdetto su Croff è stato rimandato a mercoledì 11 febbraio, quando ci si è resi conto che la maggioranza non aveva i numeri per approvare la designazione. In mattinata infatti la casa della Libertà si era riunita: e An aveva ribadito il proprio no a Croff, per il metodo, "in solitario", seguito da Urbani nella designazione. Poche garanzie anche da parte dell'Udc, incerta la Lega, mentre anche in Forza Italia il lavoro anti-Urbani di Vittorio Sgarbi e Gabriella Carlucci sembra aver aperto qualche breccia in altri membri della Commissione Cultura. Di qui la decisione di rinviare tutto a mercoledì orossimo. In Commissione, si è comunque aperta la discussione. Pareri negativi sull'intera vicenda Biennale sono arrivati dai Ds, che non hanno espresso la loro indicazione di voto e da Sgarbi. «Il nostro giudizio - ha spiegato Andrea Martella (Ds) - sulla vicenda Biennale è negativo. E' stata pensata male e gestita peggio dal ministro Urbani che non ha rispettato i patti sul decreto di riforma». Dura la critica di Vittorio Sgarbi per il metodo in cui si è arrivati alla nomina: «La cosa più scandalosa è che la nomina di Croff deriva da un accordo tra Urbani e il sindaco di Venezia Paolo Costa. Dipende molto dalla verifica del governo. Non vedo Croff messo molto bene. Sono in molti a non poterne più dei metodi di Urbani». «Sgarbi? E' costretto ad usare anche Venezia e la Biennale per continuare la sua guerra personale contro Urbani. Stavolta poi lo fa senza la fantasia, inseguendo polemiche vecchie e chiacchiere di basso profilo». Così il sindaco di Venezia Paolo Costa replica a Sgarbi. «Vittorio insegue una leggenda metropolitana, quando dice che la nomina di Davide Croff sarebbe il risultato di un accordo tra me e Urbani -sottolinea Costa, a proposito del presidente designato - Ribadisco: mi sono battuto per l'autonomia della Biennale, e mi batto in ogni occasione perché sia rispettata la mia autonomia di sindaco: non mi metto certo a suggerire nomi e incarichi al ministro, interferendo con la sua autonomia e le sue responsabilità. No, anche stavolta è difficile prendere Sgarbi troppo sul serio». Nel dialogo a distanza si inserisce una dichiarazione dello storico Alvise Zorzi: «In questa guerra tra guelgi e ghibellini, a rimetterci è soprattutto la Biennale». Martedì la maggioranza cercherà di rinserrare le fila, ma intanto Croff aspetta meditando, se si profila una seconda bocciatura, di lasciare il suo incarico prima di riceverlo.