Tra i tanti indici elaborati, ormai periodicamente, per misurare la competitività globale, ve nè uno, il World Knowledge Competitiveness Index (Wkci), che viene predisposto dal 2002 a cura del "Centre for International Competitiveness" della Università del Galles, fondato da Robert Huggins e Hiro Izushi. La particolarità di questo strumento, che si pone lobiettivo di creare una mappa delleconomia della conoscenza - attraverso la valutazione del peso di quattro forme di capitale: umano, di knowledge, finanziario e fisico - è la sua capacità di misurare un fattore strategico come la competitività dellacquisizione del sapere, a livello regionale. Nel rapporto di questanno, sono state esaminate 145 regioni, venti in più rispetto allultimo resoconto che risale al 2005, utilizzando, per lEuropa, la definizione del livello 1 di "Nuts" ("nomenclature des unités territoriales statistiques"), che identifica la ripartizione del territorio dellUnione a fini statistici, specialmente per la redistribuzione territoriale dei fondi strutturali. In sintesi, per il continente europeo il riferimento impiegato è quello al livello regionale, ma anche ad alcuni Stati-Regione; per gli Stati Uniti, è alla classificazione delle aree metropolitane; per lAsia è, in prevalenza, alla dimensione delle province; per lItalia, si fa capo alle aree territoriali sovraregionali o regionali più "avanzate": Nord-Ovest, Lombardia, Nord-Est, Emilia-Romagna, Centro e Lazio. In base agli indicatori utilizzati per misurare le diverse economie della conoscenza (lattività di ricerca e sviluppo; il numero di addetti nei settori dellIct; il numero dei manager; il numero dei brevetti; la spesa pro-capite in ricerca e sviluppo, pubblica e privata; la spesa pro-capite per listruzione, a tutti i livelli; gli host internet ogni mille abitanti; gli accessi a banda larga), a cui si aggiungono quelli più comuni riguardanti i sistemi regionali (il Pil; la produttività del lavoro; i tassi di disoccupazione), si ottengono dei risultati del tutto interessanti allinterno del ranking internazionale. La classifica generale è guidata da cinque "regioni" statunitensi (nellordine: San Josè-Sunnyvale-Santa Clara, ovvero la Silicon Valley californiana; Boston-Cambridge-Quincy; Hartford; Bridgeport-Stamford-Norwalk; San Francisco-Oakland-Fremont), seguite da Stoccolma, lunica europea nelle prime dieci, da Tokyo al nono posto, e da altre tre aree statunitensi (Seattle-Tacoma-Bellevue; Providence-Fall River-Warwick; San Diego-Carlsbad-San Marcos), tra il settimo e il decimo posto. Le regioni europee presenti nei primi cinquanta posti non sono molte: oltre alla capitale della Svezia, compaiono, nelle posizioni successive, lIslanda, larea occidentale della Svezia e quella dellOlanda, la regione finlandese di Pohijos-Suom e quella di Etela-Suomi, la Svizzera, lIle de France, il Lussemburgo, la Danimarca, il Sud della Svezia, la regione finlandese di Lansi-Suomi e Bruxelles. Per lItalia, in questa graduatoria essenziale per comprendere la disponibilità dei fattori strategici posseduti da unarea ai fini della competizione globale, la Lombardia si colloca solo al novantaseiesimo posto, con una perdita di ben venti posizioni rispetto al 2005. Il Nord-Ovest è al centesimo posto, lEmilia Romagna al centoundicesimo e il Nord-Est al centodiciannovesimo. In Europa, si trovano in condizioni peggiori dellItalia solo due regioni della Germania, una dellUngheria, la zona di Bratislava, lEstonia e la Lituania. La classifica è chiusa da una coda spiazzante, rappresentata dallarea indiana di Bangalore, la nuova Silicon Valley orientale. I dati disaggregati per settore non mutano sostanzialmente la situazione italiana, confermando, anzi, levidenza di un Paese nel quale le aree più sviluppate a livello nazionale (e locale) si ritrovano nelle posizioni di retroguardia, quando sono inserite nel contesto globale. Partendo da questi elementi, vi è chi ha sostenuto che la scarsa competitività nelleconomia della conoscenza delle regioni settentrionali deriva da una rigidità del sistema italiano, dovuta a una carenza di federalismo, che parrebbe la carta vincente per realizzare resilienza ed efficacia di funzionamento di una struttura a livello internazionale. Al contrario, i dati del "Centre for International Competitiveness", più che mettere in rilievo una qualche "questione settentrionale", sembrano smontare unidea, secondo la quale una parte dellItalia, sia pure quella più avanzata, possa andare da sola, senza fare i conti con larretratezza, questa sì sistemica, di una macroarea fondamentale, come il Mezzogiorno, che contribuisce, purtroppo, a una situazione di svantaggio dellintero Paese. La valutazione che andrebbe effettuata riguarda la necessità di tornare a porsi obiettivi complessivi di sviluppo e coesione, non più calati dallalto e legati a vecchie logiche assistenziali, ma in grado di puntare a una crescita della società e del mercato, fondata sul valore della conoscenza e delle infrastrutture innovative di rete. In quanto al federalismo, quello vero, dovrebbe trattarsi di un nuovo modo, magari più efficiente, responsabile ed equo, di organizzare il funzionamento dello Stato a livello territoriale, il prelievo fiscale e la relativa spesa, non una improponibile panacea per tutti i mali dellItalia.