Il settore dei beni culturali in Sardegna si muove in un mondo di precari. Ora a rischio 750 dipendenti. Sono i custodi dei monumenti dell'isola. Archeologi, guide, addetti alla biglietteria e ai servizi, operai e giardinieri. Operano in 62 musei e 74 siti di proprietà regionale. In totale 136, due terzi abbondante dell'intero patrimonio sardo dei beni culturali. Il resto (i sei musei nazionali) appartiene ed è gestito dallo Stato o è rappresentato dalle tante collezioni locali e private. Nel 2006 (ultimi dati ufficiali) hanno accolto e accompagnato un milione 143 mila visitatori, tra musei e scavi archeologici. Un numero in costante crescita, mentre loro sono appena 467. E ora rischiano di scomparire. Tutti licenziati. Le lettere sono partite tre mesi fa con scadenza il 30 settembre, cioè martedì prossimo. Se la Giunta regionale non approverà la proroga per il finanziamento trimestrale - in attesa del varo del Piano di riordino dei beni culturali - fra una settimana si ritroveranno a spasso. Col rischio concreto di una chiusura generale di tutti i monumenti. La spada di Damocle non pende solo sulla loro testa, ma allo stesso modo sui dipendenti che lavorano nelle 239 biblioteche e nei 21 archivi regionali. In tutto altri 284 operatori di questo bistrattato settore dei beni culturali. Tirando le somme, sono sull'orlo del baratro 751 lavoratori, dipendenti di cooperative, società e consorzi finanziati con 70 progetti regionali. L'intero apparato che dagli anni Ottanta regge il settore. Molti hanno cominciato da giovani laureati o diplomati ed ora hanno quasi cinquant'anni. Con la prospettiva di ritrovarsi a spasso in zone già ad altissima densità di disoccupazione e dove beni culturali e turismo rappresentano l'unica risorsa del futuro. PRECARI A VITA. «Sono - dice Giovanni Pinna, segretario funzione pubblica della Cgil -i precari di un settore lasciato sino a oggi nella precarietà più assoluta». Dopo dieci e, per molti, anche vent'anni di lavoro si ritrovano a battersi per la sopravvivenza. Il Piano dei beni culturali è pronto, ma non è stato ancora approvato in via definitiva perché sono in discussione alcuni nodi fondamentali del passaggio di competenze. Primo fra tutti: chi gestirà e come i singoli monumenti? L'altro interrogativo che divide e blocca il cammino della legge è la questione dell'aggiudicazione della gestione: gara d'appalto aperta a tutti - come propende il Piano regionale - o ci saranno norme per garantire la continuità con le cooperative che da anni già operano sul campo? NESSUNO A CASA. «Questo è il punto decisivo» afferma Alberto Pusceddu, presidente di Sa Jara Manna, nata nel 1985 con 16 soci (oggi 18) per gestire i siti di Setzu, Tuili e Gesturi. Sulla Giara si contano ben 23 siti di interesse archeologico e turistico (divisi con altre coop), quest'anno visitati da 30-35 mila persone. Pusceddu è anche presidente del comitato "Nessuno a casa": raggruppa 350 dei 467 dipendenti delle coop, costituito per fare fronte unico contro le ipotesi di azzeramento generale. «Le lettere di preavviso di licenziamento - spiega - sono un atto formale di legge obbligatorio che ogni cooperativa ha inviato a tutti i soci. Noi siamo nello stesso tempo datori di lavoro e dipendenti della coop che è finanziata dalla Regione. Se i soldi non arrivano o viene interrotto il finanziamento praticamente ce ne andiamo tutti a casa. Ci battiamo perché la legge garantisca la continuità del nostro lavoro e preveda delle forme di stabilizzazione. Noi di sa Jara Manna siamo precari da oltre vent'anni». LANUSEI. Mariangela Corda, 42 anni, con sei soci della coop "La Nuova luna" gestisce dal 1997 l'area archeologica del bosco di Selene, alle porte di Lanusei. «Siamo rimasti anche tredici mesi senza stipendio indebitandoci con le banche e garantendo comunque l'apertura del sito perché rappresenta il nostro lavoro» dice: «Da luglio siamo senza un euro, con queste norme che prevedono proroghe trimestrali in attesa dell'approvazione definitiva della legge. I ritardi non sono colpa solo della Regione, ma anche dei Comuni che ci mettono tempo per erogare i soldi. Bisogna uscire da questa precarietà che ci angoscia, ma soprattutto che non ci consente di lavorare guardando al futuro». BIBLIOTECHE. La legge attuale prevede finanziamenti parziali per i progetti che riguardano siti e monumenti, mentre copre al cento per cento biblioteche e archivi. L'incertezza del futuro, comunque, pesa anche sui 260 operatori del sistema bibliotecario regionale. «Senza i fondi regionali è impossibile gestire un museo o un sito perché sono beni che non producono reddito», sottolinea Giovanni Pinna: «Ma sono un bene primario dell'isola perché fanno da volano per il turismo, attirano ricchezza, creano prospettive per l'indotto e comunque sono una fonte di lavoro in zone spesso senza alternative. Per questo è necessario trovare una soluzione per la gestione, pensando di passare i fondi e le competenze alle Province o ad enti di ambito territoriale. Questi dovrebbero poi utilizzare le proprie risorse o le cooperative locali già esistenti e di provata esperienza». Il timore di tutti è che un bando allargato possa aprire le porte ai colossi nazionali (o anche internazionali) che farebbero polpette delle piccole realtà isolane. Da qui il grido d'allarme alla Regione per chiudere una partita - quella delle legge 14 - che sembra non finire mai. «Intanto confidiamo nella proroga sino a fine anno, già prevista dalla finanziaria» conclude Alberto Pusceddu: «Dobbiamo sperare che il Piano venga approvato definitivamente entro il prossimo anno. Siamo consapevoli che occorre ancora tempo per sciogliere questi nodi perché ci sono le elezioni, non c'è accordo e soprattutto non c'è chiarezza sulle prospettive. Ma noi continueremo a batterci per non uccidere il lavoro di tanta gente».