Io penso che Lucia Fornari Schianchi dovrebbe dimettersi. Dirò al ministro Bondi che valuti bene se una soprintendente può svolgere il suo ruolo commettendo errori così gravi». E' sempre Sgarbi a cavalcare la querelle, da lui innescata, sul presunto falso Correggio: un «Volto di Cristo» di una collezione privata londinese, esposto nella Galleria Nazionale, sulla cui didascalia è apparso un punto interrogativo. Un piccolo olio, affiancato a un dipinto simile del Paul Getty Museum di Los Angeles, che il critico d'arte ferrarese sostiene di «aver visto dipingere dall'autore, un ottimo pittore padano vivente». Lo fa a suo modo, irruente e spiccio, prendendo l'iniziativa. Mentre la soprintendente Lucia Fornari Schianchi che mercoledì aveva invitato Sgarbi a fare il nome del falsario, invocando l'eventuale intervento dei carabinieri, ha chiesto di «non essere più intervistata su questo argomento», e ieri era irraggiungibile. «Sgarbi - si annuncia lapidario al telefono della cronista il critico ferrarese - Vorrei replicare in merito alle considerazioni della soprintendente riportate dalla Gazzetta». Dica. «Questa vicenda non può essere vista come una cattiva pubblicità alla mostra, come sostiene la Fornari Schianchi. La pubblicità non è né cattiva né buona, non si valuta su parametri morali. I giornali continuerebbero a fare pagine sulla mostra senza le mie dichiarazioni? Io ho solo detto la verità: qui c'è un falso. E questo è responsabilità non di Sgarbi, che non fa parte del Comitato scientifico, non è mai stato interpellato e può dire quello che vuole sul lavoro dei curatori. Non è neppure responsabilità di tutto il comitato scientifico, ma di quella parte del comitato che ha preso una decisione sbagliata: la Fornari Schianchi ed Eskerdjian». Lei sostiene che se qualcuno l'avesse interpellato, il quadro non sarebbe passato? «Certo! Ho saputo che era in mostra quando ho avuto il catalogo in mano, il giorno dell'inaugurazione. Ho messo 400mila euro nel Comitato Correggio, provenienti dal Comitato Parmigianino, ma non sono mai stato chiamato a partecipare a un incontro in cui fosse presente anche la Fornari Schianchi. E meno male, devo dire a posteriori. In compenso, ho curato l'esposizione di San Giovanni Evangelista ed ho scoperto che un fregi che il loro catalogo attribuisce a Rondani, è del Correggio. E' tutto nel mio catalogo, che uscirà a breve». La soprintendente ha sostenuto più volte che non c'è stata superficialità netta decisione di espone il dipinto e che era noto che questa attribuzione, come altre, era problematica. «Non è stata in grado di valutare ciò che era prudente fare: un dipinto che non ha una sicura provenienza non deve essere esposto. La provenienza è ciò su cui si gioca il prestito. In una mostra, per avere un quadro da un grande museo, ossia un quadro che 'vale', un dipinto spesso autografo e con un sigillo, a volte bisogna pagare, sotto forma di una lauta cauzione. Invece il privato ha tutto l'interesse che il suo dipinto venga esposto: può anche essere disposto a fare una sponsorizzazione per ottenere lo scopo. E' questo interesse che l'istituzione dovrebbe controllare. Non è stato fatto e bisognerebbe chiedersi perché». Più che una diatriba sull'attribuzione di un dipinto, però, questa sta assumendo l'aspetto di una disputa personale fra lei e la soprintendente. «Mi sono arrabbiato (ma l'aggettivo di Sgarbi è più colorito, ndr) quando la Fornari Schianchi ha detto, durante l'inaugurazione della mostra, che non sono serio. E continua a farlo, sbandierando questa parola, 'serietà', in modo formale e fasullo, attribuendo al convegno previsto a novembre una serietà del tutto retorica. Io sono più serio di lei, anche se sono scanzonato. Serietà non vuoi dire non sorridere mai, ma dire la verità. Invece è poco serio aver esposto quel quadro. Perché i casi sono due: o la soprintendente sapeva che il quadro era falso, allora è stata complice e irresponsabile. O non lo sapeva, allora è stata incompetente». Resta il fatto che la vicenda rischia di avere risvolti penali, almeno nei confronti del pittore. «Nessuno rischia i carabinieri, come sostiene la sovrintendente. Io non frequento i falsari, come lei ha insinuato; frequento tutti. L'autore non ha dipinto un falso, ma un suo quadro che qualche incapace ha preso per falso. Chapeau all'autore, che si è dimostrato un bravissimo pittore, biasimo sui curatori della rassegna». Perché non vuoi fare H nome dell'autore del dipinto? «Sono combattuto fra il desiderio di svelare l'aspetto beffardo di questa storia, e la paura di creare problemi al pittore. Mi sono tolto qualche sassolino dalla scarpa, ma non vorrei farlo a suo scapito. Lui è nel panico, ma sbaglia. Dovrebbe uscire allo scoperto perché ha dimostrato di essere un grande artista». «I falsari? Quasi scienziati» I ricercatori dei dipartimenti di chimica, fisica, biologia e geologia dell'Università di Parma hanno le tecniche e te competenze per affrontare l'analisi d! opere d'arte; è possibile ad esempio riconoscere i pigmenti utilizzati nei dipinti anche "in situ", in modalità non distruttive. 0, se necessario, con microprelievi di materiale. Ma le analisi scientifiche non sono la bacchetta magica». Lo spiega Danilo Bersani, ricercatore del dipartimento di Fisica dell'università di Parma, che fa parte del gruppo di ricerca coordinato da Pierpaolo Lottici che ha già collaborato con la Soprintendenza di Parma. «Con la spettroscopia Raman o la fluorescenza a raggi X è possibile ricavare in modo non invasivo la composizione chimica dei pigmenti - continua Bersani - Mai soli dati scientifici possono non rispondere alle domande dello storico dell'arte o del restauratore. Perché la risposta scientifica (l'elenco dei materiali rinvenuti, la loro successione stratigrafica o la loro conservazione) fornisce dati oggettivi che vanno interpretati da chi ha competenze storiche e artistiche». Per esempio, spiega Bersani, «il rinvenimento di un pigmento compatibile con l'epoca a cui è stato attribuito un dipinto non è una prova di genuinità, poiché lo stesso pigmento può essere rimasto in uso per molto tempo o perché potrebbe essere stato ricreato ad arte». I falsari, continua il ricercatore parmigiano, hanno spesso una approfondita conoscenza dei materiali. «Diverso, e più semplice, è il caso di chi dipinge volendo imitare lo stile di un artista senza intenzioni truffaldine: spesso non vi è il tentativo di ricreare gli antichi materiali. Significativo sarebbe quindi il rinvenimento di pigmenti moderni su un'opera d'arte ritenuta antica, ma anche in questo caso occorre saper distinguere tra un falso e un'opera originale restaurata. Di grande ausilio è in questo caso il poter disporre di più analisi differenti. Analisi che hanno molto in comune con le indagini di tipo forense».
Gazzetta di Parma
26 Settembre 2008
Correggio. Sgarbi rilancia: la soprintendente ha sbagliato, ora si dimetta
MO
Monica Tiezzi
Gazzetta di Parma
Artista / Persona
Bene culturale
Luogo
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