Salvatore Settis tra i partecipanti alla tavola rotonda a più voci coordinata da Riccardo Chiaberge La regola potrebbe essere l'armonia e lo strumento accordatore la leva fiscale. In questo modo il pubblico e il privato potrebbero mettere assieme le forze e dare una svolta alla conservazione e alla valorizzazione del patrimonio culturale italiano, un deposito che è, per consistenza, il primo al mondo e, per valore, incommensurabile. Questa la regola proposta ieri da Salvatore Settis, direttore della Scuola Normale Superiore di Pisa, in un'interessante tavola rotonda su «Economia e cultura», introdotta da Daniele Alberti e dal saluto della prof. Alessandra Del Boca (Università di Brescia). L'Italia così facendo si allineerebbe, ad esempio, agli Stati Uniti, dove non è vero che i musei producono reddito, ma è vero che hanno dotazioni finanziarie solide, dovute in gran parte a donazioni, anche modeste, di privati cittadini, che hanno scoperto che donare può essere vantaggioso fiscalmente. Qui l'armonia tra pubblico e privato nasce all'origine, con il privato che devolve e lo Stato che si assume, per la sua parte, l'onere di minori entrate fiscali. L'Italia però non si allinea, perché il sistema fiscale non funziona, c'è un'evasione altissima e fino ad ora nessun governo è stato capace, o ha voluto, metter mano alla questione. A questo punto entrano in campo altre forme di rapporto armonioso tra pubblico e privato, quali, ad esempio, le fondazioni, che ieri, nella biblioteca della facoltà di Economia e commercio, hanno portato la loro voce e la loro esperienza per il tramite di Giuseppe Guzzetti, presidente dell'Acri (Associazione Casse di Risparmio Italiane) e di Piero Gastaldo, segretario generale della Compagnia di San Paolo. Voci, coordinate da Riccardo Chiaberge, direttore del supplemento domenicale del Sole 24 Ore, che all'unisono hanno detto che lo Stato, anziché armonizzarsi con l'intervento crescente dei soggetti privati, se la da a gambe levate, si toglie dalla partita, declina le sue responsabilità. È il caso del Museo Egizio di Torino, dove, dopo l'intervento di due fondazioni e il progetto, che verrà realizzato entro il 2011, della nuova struttura museale d'avanguardia, lo Stato ha salutato tutti, mantenendo, fino a scadenza per pensionamento, solo la responsabilità degli attuali dipendenti. Altro esempio disastroso: un intervento delle fondazioni in Umbria su un bene pubblico da salvare ha dovuto seguire l'iter burocratico degli appalti pubblici, con la conseguenza di lungaggini durate anni. Esempi, questi, che hanno fatto dire al professor Settis che l'Italia «è un Paese che si vuole male». Anche le cifre parlano chiaro. In Piemonte lo Stato spende 40 milioni di euro per il capitolo cultura, a fronte di 80 milioni dei privati e di 240 milioni dei comuni, che nella partita della cultura si possono dire, a ragion veduta, impegnati e presenti, a causa di quella che, come ha sottolineato Piero Gastal-do, si può ben chiamare «sussidiarietà da abbandono». Lo Stato, insomma, anche per quanto riguarda la cultura, come per molti altri capitoli della vita economica e civile del Paese, è latitante o, meglio, non c'è. I privati, in particolare le banche, con le loro fondazioni, però, si danno un gran da fare e spendono quattrini, ottenendo risultati importanti. Il sistema Acri, ad esempio, nel 2007 ha speso ben 487,8 milioni di euro, dei quali 184,3 dedicati alla cultura. Non più, come ha detto Giuseppe Guzzetti, per interventi singoli e scoordinati, ma per progetti finalizzati a suscitare ricadute sul territorio in termini economici, di sviluppo, di istruzione e anche, se possibile, di occupazione. La Lombardia è stata suddivisa in distretti e nei giorni scorsi sono stati finanziati nove progetti di sistema, ossia capaci di sviluppare progettualità sul territorio e di innescare circuiti virtuosi. Anche in questo caso, la progettualità che manca allo Stato, meglio, al Ministero dei beni culturali, trova nella sensibilità delle fondazioni una risposta alle esigenze. L'insieme di quanto detto deve indurre a pensare al decentramento, ad una sorta di federalismo culturale? La risposta del professor Settis, che ha esperienza internazionale e che conosce l'Italia in ogni suo dettaglio, è no. Un'esperienza disastrosa c'è già in Sicilia. «Il localismo - dice Settis - non produce qualità. E senza qualità questo Paese non si salva».