Quanto vale - l'immagine di una città? Forse più dell'oro e del petrolio. Pur essendo un bene immateriale, non quotato in borsa, l'idea che si diffonde nell'immaginario collettivo di un determinato luogo urbano ha ricadute decisive non solo sull'economia, ma anche (e direi soprattutto) sul senso civico di chi lo abita. Non è pertanto azzardato affermare che il grado di civiltà di un popolo lo si può misurare dalla quantità degli atti vandalici e delle scritte insulse che imbrattano le piazze, le strade e i monumenti di una città. E se seguiamo la pista delle bombolette spray che imbrattano muri e monumenti della città senza risparmiare neanche il Maschio Angioino - com'è documentato ieri dal Mattino e come mostra la foto in alto la conclusione è solo una: ecco un'altra manifestazione di assenza di quella che i sociologi chiamano «civicness». Con innegabile lungimiranza, proprio vent'anni fa Mirella Barracco promosse con la Fondazione Napoli Novantanove una campagna di rivalorizzazione della immagine della città in controtendenza rispetto alla fatalistica rassegnazione al degrado. Restano indelebili nella memoria i disegni ideati da artisti e grafici di fama internazionale invitati a reinventare l'imago urbis. Ma ancor più significativa fu la concreta attuazione di una concatenata serie di restauri di monumenti storici, affiancata a una campagna di sensi-bilizzazione dell'opinione pubblica sulla necessità di tutelare il patrimonio ereditato dal passato. Emblematico in tal senso resta il restauro dell'Arco di trionfo di Alfonso d'Aragona a Castelnuovo, inaugurato il 30 settembre del 1988 alla presenza dell'allora Presidente della Repubblica Francesco Cossiga. Apparentemente l'opera - curata dalla Soprintendenza per i Beni Artistici - si "limitò a una rigorosa ripulitura scientifica dei marmi dalle incrostazioni nocive accumulatesi in molti anni di incuria. A ben vedere quell'evento divenne il simbolo di una volontà di risalire la china. Forse proprio per questa evidente valenza simbolica il bellissimo Arco di Trionfo appena ripristinato fu oggetto di un atto vandalico perpetrato con calcolata predeterminazione. Per imbrattare i marmi con vernici rosse furono adottate fionde o con maggiore probabilità sofisticate tecniche di lancio. Che cosa può aver motivato un dolo senza scopo di lucro? È difficile rispondere. Quel che è certo che questo «furor destruens» è un sintomo del non raggiungimento del sentimento di appartenenza a una «comunità» nella nostra città. Certo, è più facile garantire una tutela del decoro urbano in una piccola città, piuttosto che in una metropoli come Napoli contraddistinta da comportamenti violenti e da esplosivi conflitti sociali. Pur senza addentrarsi in tale complessa problematica - affrontata con esemplare lucidità in ambito filosofico da Roberto Esposito - resta tuttavia necessario interrogarsi sui possibili antidoti contro il vandalismo selvaggio in vista di una lunga durata delle opere di recupero ambientale. Quanto mai opportuno appare in tal senso l'iniziativa di una tavola rotonda sul tema della «Conservazione programmata del patrimonio artistico italiano» che si svolgerà a Roma il 10 ottobre vent'anni dopo il restauro dell'Arco di Trionfo del 1988. Nell'attesa dell'incontro - al quale parteciperanno Roberto Cecchi, Salvatore Settis, Nicola Spinosa, Giuseppe Proietti, Mirella Barracco ed altri - provo a ridurre all'estrema sintesi quattro temi inerenti alla questione. Innanzitutto è necessario incrementare l'educazione civica invitando i cittadini a comprendere l'importanza del «noi» ' oltre che dell' «io». Nella mentalità nordeuropea è largamente diffuso il sentimento di difesa dei beni comuni, mentre è molto difficile far comprendere nelle nostre contrade tale ovvietà. In secondo luogo ritengo che un notevole lavoro vada compiuto in senso didattico - a partire dalle scuole elementari fino all'università - per diffondere la conoscenza e l'amore per il passato come memoria collettiva. Terzo punto, non sottovalutabile, è inasprire le sanzioni contro i comportamenti violenti e vandalici a maggior ragione perché privi di comprensibili moventi. «Last but not le-ast», sarebbe quanto mai urgente incrementare le risorse pubbliche per garantire la manutenzione dei beni comuni. Come insegnano i sociologi, se un vetro rotto da un vandalo non viene sostituito in tempi ragionevolmente brevi quel senso di degrado che comunica induce a produrre nuovi atti violenti. Benedetto Gravagnuolo
NAPOLI - Arte imbrattata gli itinerari del degrado
Il testo discute il tema della "civiltà" di una città e come possa essere misurata dalla quantità degli atti vandalici e delle scritte insulse che imbrattano le piazze, le strade e i monumenti. Il testo cita il caso di Napoli, dove il vandalismo è un problema persistente. Il testo ricorda anche la campagna di rivalorizzazione della immagine della città promossa dalla Fondazione Napoli Novantanove e i restauri di monumenti storici. Tuttavia, il testo nota che anche questi eventi non hanno avuto un impatto duraturo sulla città. Il vandalismo è descritto come un sintomo del non raggiungimento del sentimento di appartenenza a una comunità nella città.
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