ISTRUZIONE PUBBLICA, BENI CULTURALI (7a) MERCOLEDÌ 4 FEBBRAIO 2004 265a Seduta Presidenza del Presidente ASCIUTTI indi del Vice Presidente BETTA Intervengono il ministro per i beni e le attività culturali Urbani, il sottosegretario di Stato per lo stesso dicastero Bono e il sottosegretario di Stato per l'istruzione, l'università e la ricerca Caldoro. La seduta inizia alle ore 14,40. PROCEDURE INFORMATIVE Comunicazioni del Ministro per i beni e le attività culturali sull'alienazione del patrimonio pubblico di interesse storico e artistico. Il PRESIDENTE ricorda che la Commissione, su iniziativa del senatore Favaro, aveva sollecitato l'intervento del Ministro, affinché riferisse in merito alle garanzie che il Governo intende offrire con riferimento all'alienazione del patrimonio culturale pubblico. Il ministro URBANI si sofferma anzitutto sul meccanismo del silenzio-assenso, che conclude la procedura di verifica dell'interesse culturale qualora essa non abbia avuto diverso esito entro il prescritto termine, giudicando senz'altro infondate le preoccupazioni manifestate al riguardo. In proposito, egli sottolinea tuttavia che non si tratta affatto di una novità normativa, atteso che il decreto del Presidente della Repubblica n. 283 del 2000, approvato nella passata legislatura, ancorché non abbia funzionato, già contemplava all'articolo 9 la disciplina relativa alle modalità di autorizzazione all'alienazione dei beni appartenenti al patrimonio culturale, prevedendo una tempistica per il rilascio dell'autorizzazione analoga a quella recentemente introdotta per la verifica dell'interesse culturale. A differenza di detto decreto, la disciplina recata dal decreto-legge n. 269 del 2003 e dal Codice dei beni culturali appare peraltro assai più completa, atteso che il ricorso al meccanismo del silenzio-assenso si inserisce in un contesto innovativo. Al riguardo, egli rileva anzitutto che gli elenchi di beni da sottoporre alla verifica della sussistenza dell'interesse culturale sono in effetti predisposti d'intesa tra il Ministero per i beni e le attività culturali, il Ministero dell'economia e il Ministero della difesa, e non invece individuati unilateralmente dall'Agenzia del demanio. Egli si sofferma poi sull'ampiezza e sul dettaglio delle informazioni richieste per la compilazione delle schede descrittive per ciascuno dei beni inseriti in detti elenchi, rilevando in particolare come tale grado di dettaglio sia stato espressamente voluto e definito dal suo Ministero. Nel ribadire dunque che gli elenchi dei beni da sottoporre a verifica saranno senz'altro per lo più concordati con il suo Ministero, egli osserva che già in questa fase vi è una prima verifica della rilevanza dei beni individuati. Qualora peraltro si verificasse l'ipotesi dell'inclusione in detti elenchi di beni di interesse culturale, egli sottolinea che il sovrintendente avrà anzitutto la facoltà di dichiarare l'esistenza dell'interesse culturale e dunque di impedire senz'altro la sdemanializzazione e l'alienazione di detto bene. Inoltre la normativa prevede che egli, senza esprimersi in via definitiva, abbia altresì la data facoltà di dichiarare nel corso dell'istruttoria il proprio dissenso in ordine alla conclusione del procedimento e richiedere un ulteriore approfondimento, interrompendo così il decorso del termine. Le critiche avanzate alla procedura del silenzio-assenso, a suo avviso, vanno pertanto ridimensionate. Egli aggiunge inoltre che la compilazione delle schede descrittive allegate agli elenchi dei beni da sottoporre alla verifica dell'interesse culturale rappresenta una fonte di informazione sulle caratteristiche del patrimonio culturale italiano senza precedenti. Attualmente, la principale fonte è rappresentata infatti dall'inventario redatto a cura dell'Istituto centrale per il catalogo che, operando con una tempistica più dilatata a campione, offre informazioni limitate solo su una parte del patrimonio. Giudica indi senz'altro infondate le preoccupazioni in ordine all'eccessivo carico di lavoro che sarebbe imposto ai sovrintendenti dalla procedura relativa alla verifica dell'interesse culturale. Al riguardo, egli dà conto del seminario recentemente organizzato dal Ministero con la partecipazione dei sovrintendenti competenti, diretto ad individuare i principali problemi applicativi di detta disciplina, nel corso del quale non sono emersi particolari elementi di preoccupazione. Sempre con riferimento alle principali novità introdotte dal Codice dei beni culturali, egli sottolinea l'importanza della distinzione recata fra le tre fattispecie di beni attualmente appartenenti al patrimonio culturale: i beni per i quali si prevedono, oltre ai vincoli di destinazione d'uso, anche limitazioni in ordine alla proprietà, che deve restare pubblica; i beni che usciranno dal patrimonio pubblico, attesa la mancanza di interesse culturale, e che libereranno così ingenti risorse da destinare alla tutela dei beni che effettivamente rivestono rilievo culturale; i beni che devono essere vincolati nella destinazione d'uso, per i quali non è tuttavia necessaria la proprietà pubblica. Attraverso la predisposizione dei predetti elenchi, si configura dunque per la prima volta il tentativo di giungere alla definizione del demanio culturale nel nostro Paese. Conclusivamente, egli afferma che tale tripartizione è finalmente corredata da adeguati strumenti applicativi rilevando peraltro come la loro mancata previsione rappresentasse il principale limite della disciplina recata dal decreto del Presidente della Repubblica n. 283 del 2000. La senatrice SOLIANI (Mar-DL-U) chiede che il dibattito sulle comunicazioni del Ministro sia rinviato ad altra seduta, tanto più che verte su materia maturata nello scorcio degli ultimi mesi. Il presidente ASCIUTTI ricorda che l'audizione del Ministro era in programma per la seduta odierna già da lungo tempo. Dichiara quindi aperto il dibattito. Il senatore FAVARO (FI), ricordando di aver richiesto lui stesso la presente audizione, ringrazia il Ministro per aver chiarito alcune zone d'ombra. Conferma peraltro le proprie perplessità sulla abbondanza di normazione che ha caratterizzato il settore negli ultimi anni, in particolare in occasione delle manovre finanziarie. La tendenza in atto pare del resto quella di lasciare allo Stato il controllo sul patrimonio, consentendo tuttavia una progressiva diversificazione della proprietà al fine di conseguire una migliore conservazione e valorizzazione dello stesso. La normativa che si è succeduta nel tempo non è tuttavia priva di incongruità. Al riguardo, egli ricorda l'istituzione della società "Patrimonio Spa", che fu accompagnata da un ordine del giorno del relatore sul provvedimento, senatore Vizzini, che ne attenuava la portata. Resta comunque il fatto che la catalogazione del patrimonio storico-artistico, prevista fin dalle leggi Bottai del 1939 e sempre confermata nelle successive discipline di tutela, non si è mai compiutamente realizzata. In tal senso, può essere visto con favore lo sforzo operato dal presente Governo per giungere ad una effettiva verifica della permanenza dell'interesse culturale dei beni pubblici. Il meccanismo del silenzio-assenso, che conclude la procedura prefigurata dall'articolo 27 del decreto-legge n. 269 e che ora sembra confermato dal Codice dei beni culturali, desta tuttavia preoccupazioni, soprattutto in considerazione della inadeguatezza degli organi di alcune soprintendenze. L'odierno confronto sarebbe stato peraltro più proficuo se fosse stata disponibile la versione definitiva del Codice, che non è stato invece ancora pubblicato in Gazzetta Ufficiale ma è solo presente sul sito internet del Ministero. In tal modo, non è infatti dato conoscere con certezza le modalità con cui l'articolo 27 del decreto-legge n. 269 sia stato coordinato con il Codice, benchè a prima vista sembri che il Codice abbia sostanzialmente recepito la disciplina dell'articolo 27. Benchè l'allungamento della procedura di verifica a 120 giorni, disposto a seguito di un emendamento approvato nel corso dell'esame parlamentare del decreto-legge n. 269, offra qualche maggiore margine di tranquillità rispetto al meccanismo inizialmente prefigurato e pur apprezzando la definizione dei criteri illustrata dal Ministro, ribadisce quindi le proprie preoccupazioni con particolare riferimento alle dotazioni organiche di alcune soprintendenze. Il senatore TESSITORE (DS-U) manifesta un certo disagio a fronte delle dichiarazioni del Ministro. La continuità istituzionale rilevata dal Ministro con riferimento al decreto del Presidente della Repubblica n. 283 del 2000 sarebbe infatti motivo di compiacimento, se essa non fosse - a suo giudizio - fondata su un errore. Qualora infatti quel decreto avesse avuto caratteristiche così negative, inopportuno sarebbe stato perseverare nell'errore. Egli concorda indi con le osservazioni critiche del senatore Favaro sul meccanismo del silenzio-assenso, paventando che entusiasmi di carattere liberalizzatorio possano indurre in errore. Del resto, ritiene che non sarebbe stato ragionevole istituire una società quale la "Patrimonio Spa" se tanto poco avesse avuto da alienare del patrimonio pubblico. Al riguardo, ricorda inoltre il disegno di legge n. 1506, d'iniziativa del senatore Del Turco, volto a tramutare in legge i contenuti dell'ordine del giorno del senatore Vizzini testè ricordato dal senatore Favaro, che non ebbe il conforto del Governo e della sua maggioranza. Egli sottolinea poi le preoccupazioni di carattere internazionale ed invoca una più convinta difesa dell'identità nazionale oltre che una maggiore consapevolezza dell'esigenza di tutelare il patrimonio del Paese. Conclude rimarcando il carattere non ideologico delle preoccupazioni espresse ed associandosi al rammarico di non conoscere ancora il testo definitivo del Codice. Il senatore COMPAGNA (UDC) si richiama anzitutto ai miglioramenti apportati dalla nuova disciplina ai meccanismi già individuati dal decreto del Presidente della Repubblica n. 283, quali individuati dal Ministro nella sua esposizione. Secondo la nuova disciplina, i sovrintendenti regionali si pronunceranno infatti su un'istruttoria redatta anche con il concorso dell'Amministrazione dei beni culturali, capace quindi di tutelare il momento tecnico-scientifico. Né va dimenticato che il decreto del Presidente della Repubblica n. 283 del 2000 era stato seguito dalla nefanda modifica del Titolo V della Costituzione. Con il Codice si imprime invece una svolta positiva, che consente di superare obiezioni di carattere pregiudiziale. La contrarietà al meccanismo del silenzio-assenso, pur legittima, ha infatti carattere prevalentemente astratto ed ideologico, mentre il distinto livello di tutela dei beni a seconda del loro interesse culturale alleggerisce indubbiamente i motivi di preoccupazione. Il profilo critico resta, a suo giudizio, un altro ed investe la capacità del Ministero di mantenere quel carattere atipico che già era stato prefigurato dalla commissione Franceschini negli anni Sessanta e fu poi sostenuto con vigore dal compianto presidente Spadolini. Al fine di colmare le attuali, evidenti lacune di catalogazione, occorre infatti assicurare il predominio tecnico-scientifico senza che ad esso si coniughi tuttavia un eccessivo accademismo burocratico. Le preoccupazioni del senatore Favaro sugli organici delle soprintendenze sono, a suo giudizio, del tutto condivisibili. Ad esse si aggiungono tuttavia quelle relative ai vertici delle soprintendenze stesse, ai quali occorre garantire un prestigio morale atto a superare lo scetticismo nei confronti di determinati istituti. In tal senso, anche il meccanismo del silenzio-assenso può non essere demonizzato, se implica un'amministrazione forte e credibile nell'azione di gestione. Il senatore BETTA (Aut) chiede maggiori ragguagli sul funzionamento dei meccanismi di tutela dal 2000 ad oggi, ricordando i lunghi elenchi di beni già dismessi e cartolarizzati. La società "Patrimonio Spa" ha del resto un'esperienza ormai consolidata, su cui ritiene indispensabile svolgere una riflessione. Quanto al regime dei vincoli, si sofferma sulla nuova definizione di demanio culturale con particolare riferimento ai beni delle regioni, degli enti locali e di organizzazioni comunitarie (quali quelle religiose) che sono proprietarie di una parte consistente di beni culturali. Ricordando la propria posizione in favore di un trasferimento delle competenze anche in materia di tutela agli enti locali, sollecita una rinnovata attenzione a questa dimensione e al raccordo con gli enti proprietari diversi dallo Stato. Chiede infine un chiarimento sui tempi di attivazione delle nuove procedure illustrate dal Ministro di raccordo fra Beni culturali, Economia e Difesa. La senatrice ACCIARINI (DS-U) manifesta delusione per l'intervento del Ministro, che non ha a suo giudizio chiarito l'intreccio fra i compiti della "Patrimonio Spa", l'articolo 27 del decreto-legge n. 269 (che ha specifiche finalità finanziarie) e il nuovo Codice dei beni culturali. Nel ribadire il proprio rammarico per la fretta con cui la Commissione espresse il proprio parere sullo schema del Codice, prima della pausa natalizia, rileva infatti la contraddittorietà delle norme vigenti nonostante i tentativi del Ministro di minimizzare i problemi. Né le risulta chiaro come possano le diverse amministrazioni interessate giungere alla redazione di elenchi concordati, tanto più in assenza di una catalogazione esaustiva dei beni di interesse culturale. Nonostante l'interazione fra le amministrazioni, è infatti evidente che il baricentro sia il Ministero dell'economia e il suo approccio di carattere finanziario. In tale ottica, ritiene improbabile raggiungere una comunità di intenti con il mero ausilio dell'attività di schedatura. Le modalità di approccio restano infatti inevitabilmente diverse, attestandosi sulle esigenze di bilancio anziché su quelle di valorizzazione. Ella ricorda poi che il decreto del Presidente della Repubblica n. 283 del 2000 prevedeva tre diverse categorie di beni, caratterizzate da diversi livelli di tutela: i beni assolutamente inalienabili; quelli per cui dovessero essere configurati programmi di valorizzazione; quelli privi di interesse, che potevano essere quindi alienati. Le alienazioni erano tuttavia soggette ad autorizzazione dei sovrintendenti, che dovevano esprimersi entro un certo termine. Ciò non figura peraltro, in alcun modo, il meccanismo del silenzio-assenso, come dimostra del resto la virulenza delle reazioni suscitate dall'articolo 27 del decreto-legge n. 269 a differenza delle assai più pacate manifestazioni degli operatori del settore all'epoca dell'approvazione del decreto n. 283. Il motivo di tanta legittima agitazione sta infatti nel carattere finanziario del meccanismo ora individuato. Nel dare atto al senatore Favaro di aver opportunamente sollecitato l'odierno confronto con il Ministro, ella sottolinea indi la delicatezza dell'attuale congiuntura, che corrisponde alla fase di prima applicazione del decreto-legge n. 269. Non ritenendo che la complessità dei problemi possa risolversi con una mera attività di schedatura, sollecita quindi il Ministro ad un ulteriore approfondimento, che investa l'indirizzo politico del suo Dicastero, onde poter comprendere se sarà confermata la tendenza in atto ad affrontare le tematiche culturali in termini di risanamento del bilancio dello Stato. La senatrice Vittoria FRANCO (DS-U) ritiene che il Ministro non sia riuscito nel suo intento di sdrammatizzare i problemi in campo. Registra infatti le preoccupazioni del senatore Favaro sulla consistenza degli organici, che condivide, nonché quelle del senatore Compagna sulla capacità dell'Amministrazione di evitare il rischio che il meccanismo del silenzio-assenso si trasformi in un abuso. Ella prende indi atto delle dichiarazioni del Ministro sull'assenza di preoccupazioni da parte dei sovrintendenti, su cui avanza tuttavia qualche perplessità in considerazione delle diverse prese di posizioni manifestate. Esprime conclusivamente la propria preoccupazione per la volontà del Governo di procedere ad una sdemanializzazione massiccia e chiede se vi sia già un elenco di beni concordati tra Ministero e Agenzia del demanio. La senatrice SOLIANI (Mar-DL-U) rimarca che questo Governo sarà ricordato per aver introdotto una logica mercantile nella gestione del patrimonio culturale del Paese. Dal punto di vista politico, occorre dunque che il Ministro chiarisca i propri intendimenti complessivi, tanto più che buona parte della manovra di sdemanializzazione sarà realizzata prima che il Codice entri in vigore. Ella chiede quindi al Ministro di chiarire inequivocabilmente quali garanzie intende assicurare e quali strategie intende perseguire per la tutela e la valorizzazione del patrimonio culturale, sottolineando che la risposta deve essere all'altezza della domanda, pur nella diversità delle posizioni di partenza. Le scelte del Governo hanno infatti aperto un grande dibattito politico nel Paese, suscitando preoccupazioni che i chiarimenti odierni non sono stati sufficienti a fugare. Il Ministro deve pertanto impegnarsi, in un'ottica di trasparenza assoluta, per persuadere l'opinione pubblica nazionale e internazionale che nessuna parte del patrimonio fondamentale del Paese sarà messa a rischio. Concluso il dibattito, il ministro URBANI, riservandosi di replicare in una diversa seduta, si rammarica per l'eccessiva sintesi del suo intervento che non ha evidentemente consentito di fare sufficiente chiarezza financo sulle procedure di alienazione. A fronte delle richieste di maggiore approfondimento e chiarimento sugli indirizzi del suo Dicastero, dichiara pertanto la massima disponibilità ad affrontare le questioni in termini di prospettiva, avendo tutto l'interesse ad un'occasione di così rilevante confronto con il Parlamento. Il presidente ASCIUTTI rinvia quindi il seguito della procedura informativa ad altra seduta.