I luoghi LASSALTO AL CIELO DEI CONDOMINI In questo contesto la dimensione orizzontale del mare è un grande mistero Una fuga in direzione superna da non conoscere arresto, linesausta sfida al cielo che fa della skyline urbana un presepe ininterrotto di guglie neo-medievali esplose attorno alla Lilliput del centro storico. Impossibile per Palermo viversi in una dimensione altra che la monumentalità. Questa è la città degli spazi che si aprono a perdita docchio e intimidiscono il viandante non aduso. Chiamiamolo pure shock da profondità. Lo spazio davanti e intorno che sapre a perimetri e parametri eccessivi da perlustrare, così remoti alla vista da autorizzare mappe mentali salgariane. Pura immaginazione che riempie un territorio troppo largo e lasco per non mutarsi mitico. E a quel punto non rimane, come unica ricerca di certezza, che il guardare in su. Per scoprire che lì non cè una via di fuga, ma soltanto unaltra dimensione della vertigine. E lì che può capitare di sentirsi definitivamente vinti, prigionieri duno smacco che non sera pronti a affrontare. Lo smacco di sentirsi minuscoli, dentro una città dove più che altrove sono le dimensioni a contare. Lo stupore di Palermo è constatare quanta parte se ne debba perlustrare col naso allinsù. Via Maqueda, e i suoi balconi ampollosi che trasudano tempo andato. Viale del Fante, con le torri che dal basso sfidano le facoltà articolari del collo, sottraendo le guglie alla vista. Via Notarbartolo, e quelle fortezze squadrate che fra cinque o sei secoli comunicheranno allarcheologo un fascino da Stonehenge. Corso Calatafimi, una pista da bowling naturale dove il traffico degli umani ha perso il confine rispetto al traffico degli artificiali, e tuttintorno latmosfera è sigillata dalla prossimità di mura che dentro il ricordo svettano oltremisura. E via Terrasanta, a srotolarsi soffice come una guida rossa fra due ali di palazzi che somigliano a camerieri in livrea. Fino ad arrivare in via Belgio e guardare dal cavalcavia, lì dove la superbia delluomo panormita sollecita a sfidare in altezza la prospettiva di Monte Pellegrino con lambizione doscurarla. O di nasconderla dietro immense scenografie di cemento come è già stato fatto col mare, per Palermo il più illusorio degli elementi. Nella città verticale, la distesa orizzontale del mare è il più grande mistero da sciogliere. O forse una contraddizione già risolta, e in modo brutale. Da qualunque direzione e con qualunque mezzo si approdi da queste parti, il mare è limponente sfondo che prepara la percezione dellesperienza palermitana e la promessa di quanto sarà. Il colore e la luce del Tirreno sono la prima impressione, rispetto alla quale tutto il resto pare predisporsi a venire soltanto dopo. Ma poi, più ci savvicina e più il mare si dissolve come un miraggio, rimosso nellinganno e negato ai più. E laddove riappare attraverso gli squarci durbano, è un mare chè scarsa pena dimenticare; quello assediato dal porto, e quello lunare che sestende oltre Acqua dei Corsari, e quello che tristemente va a morire in un vicolo cieco a Vergine Maria. Quanto basta per chiedersi se i palermitani labbiano mai amato il mare, con la sua natura orizzontale opposta ai giganti di cemento che a guardarli avverti sulla pelle e nella testa la vertigine da spazio costruito. Quanto basta per capire che non era sufficiente inventarsi diverse parole (waterfront) per dire la stessa cosa, come se lidiosincrasia verso la cosa stessa potesse essere estinta da parole diverse. Più che altrove, la riflessione sul non amore del palermitano per il mare scaturisce costeggiando il segmento di viale Regione Siciliana compreso tra viale Lazio e via Belgio; lì dove la sfida ad arrampicarsi un metro in più rispetto al gigante di fianco raggiunge il parossismo, e spontaneo è il chiedersi se il mare di Palermo sia mai esistito. Giungere a vedere quello scenario significa essere saliti in cima allottovolante che segna il confine sul versante ovest, e che se non cerchi la direzione ma soltanto il moto può darti come nientaltro al mondo la sensazione dessere la pallina della roulette. Girare in tondo e curvarsi in giù allinfinito risalendo poi, o in attesa che il moto sarresti per scoprire il destino in un numero. Tommaso Natale davanti, e lautostrada direzione Mazara del Vallo, sono le vie di fuga verso un mondo che dolcemente torna a digradare verso la piattezza e ricomincia a vedere il mare con la sua promessa (tradita) dorizzonti sterminati. Invece lo svincolo che rimanda in giù verso viale Strasburgo segna lirresistibile attrazione per il mondo verticale. Lì dove sacquartiera unumanità ansiosamente in cerca di densità e promiscuità. Come sarà vivere in uno di quei colossi da quindici piani, e intrattenere rapporti umani in condomini da 50 e passa famiglie? Ci sarà un nord e un sud anche in quegli edifici? Potrebbe capitare di non incontrarsi mai pur vivendo una vita intera nella stessa scala? O piuttosto un condominio di quelli è già un quartiere a sé, pronto a dichiarare lautosufficienza e accarezzare lidea della secessione leggera come in molti quartieri da super-ricchi delle metropoli americane? È più la voglia di aggregazione o quella di segregazione a determinare una scelta abitativa come quella? È facile farsi venire questi dubbi per chi Palermo la osserva soltanto con lo sguardo foresto. E non è agevole spiegargli che ai palermitani va benissimo così, che per loro accasermarsi in un condominio grande come un aeroporto e fitto come un alveare è il modo più spontaneo per fare comunità e essere città. Che è quello il surrogato moderno del cortile, luogo fisico e dellanima chè lunica cosa cui davvero il palermitano mai rinuncerebbe. Ci ha messo tanto tempo Palermo a sentirsi metropoli, e forse non ha ancora smesso dimparare e a chiedersi cosaltro le manchi per esserlo. Però ostenta lorgoglio di provarci ogni giorno, ed è lunica cosa che riesce a fare senza metterci lindolenza di sempre. Perciò costruisce nuovi, giganteschi cortili verticali e conferisce loro il soffio misto della tradizione e della modernità. Mentre altrove, in Italia, metropoli della prima ora hanno perso il passo della crescita dimensionale, Palermo non sarresta. Cresce ancora e sempre, e lo fa seguendo la dimensione più spontanea e visibile che qualunque organismo vivente sa darsi: laltezza. A ogni ritorno pare di scorgere una spanna in più, e unaltra vetta raggiunta, e un altro picco sovrapposto. O forse è soltanto lo sguardo che cambia, riempiendosi di stupore nuovo al cospetto di cose che rimangono medesime. 1. continua