Ne il manifesto del 24 gennaio ho letto una nota di Pippo Ciorra alla quale mi sento in dovere di replicare per la stima che ho per il vostro giornale e i suoi lettori. La nota contiene infatti una serie di inesattezze e con mia viva sorpresa dimostra una totale insensibilità di chi l'ha scritta verso una importante pagina di storia della cultura. Inesatto è anzitutto l'aggettivo «post-cosentiana», con cui si vorrebbe bollare l'inautenticità della parte dell'edificio che si vorrebbe conservare. Il grazioso neo-logismo infatti non tiene conto che Luigi Cosenza, quando morì, nel 1984, aveva visto completata tutta la volumetria esterna del suo intervento e aveva lasciato minuziosi esecutivi che ne avrebbero consentito il completamento con l'assistenza preziosa del figlio Giancarlo. Le modifiche apportate successivamente sono irrilevanti e, se gli spazi interni sono oggi in condizioni pietose, lo si deve alla totale mancanza di manutenzione in cui sono stati abbandonati dalla attuale gestione. Il bando comunque, escludendo la demolizione, prescriveva la conservazione di molti frammenti dell'edificio. Ciò che comunque appare particolarmente assurdo nella nota di Ciorra è l'affermazione che «il rispetto di una procedura trasparente ha un valore certamente non inferiore, in sé, a quello di una buona opera di architettura». Leggere su il manifesto questa difesa della carta bollata fa una certa impressione. Che dire allora del sindaco Argan, che tra i primi atti della sua amministrazione fermò la costruzione di un enorme albergo che stava sorgendo, con tanto di autorizzazioni in piena regola, nel parco della villa Piccolomini sulle pendici del Gianicolo e che dire dell'intervento di Ridolfi al consiglio comunale di Roma contro la costruzione dell'albergo Hilton? E fosse almeno vero che si tratta di una procedura trasparente. A parte l'inosservanza del bando da parte del vincitore e la premiazione del progetto che più si allontanava dai consigli in esso contenuti, che dire del cambiamento del membro più importante della giuria avvenuto in corso d'opera e del fatto che la cura del progetto è stata affidata, contro le norme che regolano i pubblici concorsi, a un membro supplente della stessa giuria e che è stato aggiudicato l'appalto senza la definitiva approvazione del Comune di Roma? E che dire del fatto che il 30 per cento delle risorse preventivate per la realizzazione del progetto Diener andranno utilizzate nella demolizione di un'opera di architettura di un insigne esponente della cultura italiana? La Corte dei Conti non dovrebbe disinteressarsi di questo inutile spreco. Ultima mistificazione, il quadretto di genere in cui Ciorra dipinge uno sparuto gruppetto di architetti e intellettuali romani che contrastano la volontà di Mario Manieri Elia, Fulvio Irace e Adriano La Regina. E' bene che i lettori de il manifesto sappiano che, a parte Purini, Nicolini e Muratore, hanno firmato la richiesta di salvare l'ala Cosenza: Sandro Anselmi, Salvatore Bisogni, Maurizio Calvesi, Alberto Campo Baeza, Guido Canella, Marco Casamonti, Giancarlo De Carlo, Mario De Cunzo, Renato De Fusco, Cesare De Seta, Gianni Fabbri, Giuseppe Galasso, Giuseppe Gambirasio, Elio Giangreco, Benedetto Gravagnuolo, Mimmo Jodice, Gerardo Marotta, Antonio Monestiroli, Roberto Palumbo, Sergio Petruccioli, Mario Pisani, Sergio Polese, Franz Prati, Francesco Rosi, Luciano Scateni, Nicola Spinosa, Guido Trombetti, Francesco Venezia, Eduardo Vittoria e Paolo Zermani. Paolo Portoghesi Mi dispiace dover contraddire Paolo Portoghesi, ma la diatriba sulla Gnam sembra essere diventata una strana resa dei conti, del tutto sproporzionata alla posta in gioco. In realtà la situazione è piuttosto chiara. Nel 1999, accertato che era impossibile adeguare l'ala progettata da Luigi e Giancarlo Cosenza (il figlio ci lavora per quattro anni dopo la morte del padre, con notevoli integrazioni progettuali) alle necessità espositive della galleria senza stravolgerla radicalmente i responsabili della Gnam decidono di mettere a concorso l'ampliamento. Nel bando, certo non privo di ambiguità, si legge che la «fisionomia» dell'edificio di Cosenza viene «sostanzialmente mantenuta», nonché «liberata dai collegamenti orizzontali e verticali impropri». Per l'esterno dell'edificio era invece richiesto «un nuovo disegno», arricchito da «materiali di qualità e garantita durata». Smontato l'esterno, rifatto l'interno, non si capisce quali «frammenti» del progetto di Cosenza il bando «consigliasse» - scrive lo stesso Portoghesi - di mantenere. Infatti non è affatto vero che è Diener l'unico a demolire l'ala Cosenza. Più o meno tutti i partecipanti, a parte Chipperfield, la demoliscono, la modificano radicalmente o comunque ne stravolgono la forma e il contenuto. Detto questo, il bando è un atto pubblico datato 1999. I risultati del concorso sono arrivati nel 2000. Gli architetti romani hanno avuto tutto il tempo per boicottare il concorso o contestarne i risutati. Ma per farlo, quasi volessero saggiare la buona vecchia «capacità d'interdizione» che fa di Roma un terreno teribilmente a rischio per l'architettura di qualità, hanno aspettato che il progetto facesse tutto il suo iter, che i soggetti e le istituzioni in campo spendessero tempo e denaro nel suo sviluppo, che la questione diventasse necessariamente uno di quegli episodi in cui si gioca la possibilità che a Roma ci si comporti come in una città «normale», in cui si fa un concorso, si sceglie un vincitore e poi si realizza il progetto. Mi pare poi poco corretto poi chiamare in causa la storia dell'Hilton o dell'albergo a via Piccolomini, casi eclatanti di ecomostri da «speculazione edilizia», che non hanno niente a che fare con un'opera di architettura - che non deve per forza piacere a tutti - scelta in un pubblico concorso da una giuria internazionale qualificata per farlo. Comunque, devo dire che nella mia vita di studente e di architetto mi è capitato di imparare molto da Franco Purini e Francesco Venezia, di apprezzare i lavori di Sandro Anselmi e quelli di Franz Prati, di ascoltare con passione lezioni di Guido Canella, Salvatore Bisogni, Giancarlo De Carlo e Antonio Monestiroli, ma certo non mi è mai capitato di sentire nessuno di loro, prima del «contrappello» di Portoghesi, inserire il tormentato «capolavoro» di Cosenza in un saggio, illustrarlo in una lezione o citarlo nella spiegazione di un loro progetto. pippo ciorra