Frank Gehry a Modena, Arata Isozaki a Firenze, Mario Cucinella a Bologna, Richard Meier a Roma, Alessandro Mendini a Napoli e ora anche Oscar Neyemer a Ravello: l'elenco è interminabile e non passa giorno che il bollettino di guerra tra gli architetti e le città non segni una nuova tacca nella pericolosa escalation che contrappone a viso aperto i sostenitori della trasformazione ai difensori di un' "Italia maltrattata" e ogni, pur timido, affaccio della contemporaneità non venga dipinto come un detestabile sfregio al volto incontaminato dell' "Italia nobilissima". Ce n'è abbastanza perché, proprio nel momento in cui infuria più forte la polemica attorno al nuovo codice dei Beni culturali, ogni proposta di intervento si presenti nella luce sinistra di un devastante assalto al paesaggio e lo stesso mestiere d'architetto assuma i tratti offensivi di una «guerra contro la logica e il buon senso» come scrive, ad esempio, Vittorio Sgarbi nel suo recente pamphlet Un Paese sfigurato (Rizzoli, Milano 2003, 15,00). A percorrere con disincanto il tour dell'Italia contemporanea, certo nessuno dovrebbe chiudere gli occhi davanti ai grandi orrori e alle striscianti devastazioni che hanno accompagnato lo sviluppo di mezzo secolo della nostra storia: dalle grandi infrastrutture territoriali ai segni diffusi del trash quotidiano delle stazioni di benzina, dei cartelloni stradali, dell'arredo urbano, dell'abusivismo minuto, eccetera. Ma attribuire ai deliri narcisistici degli architetti quest'autentico olocausto del territorio sembra in realtà più una fuga di responsabilità che una riflessione sulla condivisione di colpe che riguardano il ceto politico, la classe amministrativa e dirigente, la società intera nel suo mal digerito rapporto con la modernità. Confondere abusivismo e ricerca di nuove soluzioni è un'equazione tanto facile da apparire demagogica: non fa giustizia delle opposizioni che proprio dagli organi di rappresentanza del mondo dell'architettura si sono levate, ad esempio, davanti all'ultima proposta di condono e tace in maniera faziosa sulla qualità "silenziosa" di tanti interventi che proprio per la loro esemplarità cadono nella zona d'ombra del silenzio della cronaca. Nell'entroterra delle colline di Piombino, Mario Botta ha appena finito di costruire una cantina di pietra aperta come un fiore nel bosco di ulivi; tra le antiche mura dell'ospedale di Santa Maria della Scala, nel cuore di Siena, Guido Canali ha delineato lo strabiliante percorso di un museo archeologico che restituisce la stratificazione di parecchi secoli di storia urbana, facendo rivivere la grande tradizione italiana di Carlo Scarpa e di Franco Albini; nella millenaria isola di Ortigia, a Siracusa, Vincenzo Latina si è misurato con il mito dell'Antico attrezzando lo spazio derelitto dei vicoli del centro storico nel garbo contemporaneo della "corte greca"; a Venezia Cino Zucchi ha costruito un quartiere di nuove abitazioni combinando con eleganza l'anonimo vernacolare con il gusto sofisticato di Gardella e di Gabetti. Sono solo alcuni dei tanti esempi incontestabili della possibilità di creare nuovi paesaggi che inglobino i vecchi aggiungendovi valore che anche l'Italia può cominciare a esibire con orgoglio. Eppure, "rispettare tutto, salvaguardare tutto" rimane lo slogan di una resistenza che assomiglia al filisteismo conservatore della crociata del principe Carlo contro le devastazioni dell'Inghilterra. Considerare il nuovo come un pericoloso intruso equivale infatti a rintuzzarne la pretesa di modificare in qualche modo i preesistenti equilibri e a relegarne l'azione in quegli ambiti, come le periferie marginali allo sviluppo della città storica o dei centri consolidati dove gli errori dello sviluppo insensato degli anni del benessere hanno toccato un fondo impossibile da oltrepassare, a dispetto anche degli architetti. Come nel caso del Teatro La Fenice, la «conservazione dell'esistente», dunque, e addirittura «la riproduzione, come in una scenografia teatrale, di ciò che doveva esserci» vengono sostenuti come unici schemi plausibili di un metodo di restauro inteso come ripristino di un modello "originario", senza cedimenti a "soggettive" interpretazioni. Respinta come una "barbarizzazione" la modernizzazione del Novecento, relegate nell'inferno delle cattive intenzioni le utopie delle avanguardie e la loro pretesa di modificare il mondo, resta in piedi, insomma, il mito di un' "armonia perduta", che cancella il senso problematico della Storia e liquida come arbitrari frutti di un demoniaco senso di potenza gli sforzi della intera cultura del XX secolo di fronteggiare l'avvento della macchina e dell'industria teorizzandone la rottura in una dolorosa filosofia della necessità. Difesa dai suoi principali nemici, all'architettura non rimane altra prospettiva che perpetuarsi nella riproduzione della sua immagine storica; isolato in una sfera di intangibilità assoluta, il paesaggio non deve cedere ad alcuna tentazione di creatività per ricadere invece nella sola logica della manutenzione. Sottraendosi al Tempo come un quadro nelle sale di un museo, esso si predispone così al consumo dell'Arte, come un enorme parco a tema dedicato ai fasti del Passato. Ma le città si possono davvero conservare tali e quali senza rinunciare a svolgere quell'infinità di nuovi compiti richiesti dalle mutazioni culturali e dalle innovazioni tecnologiche? E sarebbe davvero legittimo o solo realistico pensare di condividere un'idea del Bello capace di soddisfare i bisogni di identità di ciascuno? Quando, alla fine degli anni 50, fu incaricato dalla famiglia Masieri di disegnare una casa-museo sul Canai Grande di Venezia, l'architetto americano Frank Lloyd Wright volle accompagnare le tavole dello sfortunato progetto con una dichiarazione che oggi assomiglia a una realistica profezia: «Venezia è unica: un tesoro per il mondo intero. Venezia non deve morire solo per far piacere ai turisti e ai pittori sentimentali (...) Il problema per un architetto che conosce la scienza delle costruzioni e che comprende ciò che costituisce la vera bellezza di Venezia, è uno solo: conservare quello che l'ha fatta così bella com'è. L'architettura è l'arte che deve salvare, non distruggere».