Pialuisa Bianco è Direttrice dell'Istituto italiano di cultura di Bruxelles E se l'Italia in Europa ricominciasse dalla cultura? Se sfoderasse le armi di quella superpotenza culturale che dorme in lei, appannata dalla retorica e riluttante ad andare per il mondo? Chi potrebbe vantare risorse maggiori cui attingere per sostenere il potere della sapienza di fronte a quello degli «sta-ti d'animo» reclamato da Jean-Pierre Raffarin? Il primo ministro francese sembra aver avuto buon gioco nel domandare agli europei, per la costruzione dell'Europa, una delega assoluta e ingenua, un giuramento di fedeltà, evocando Victor Hugo e la seduzione di parole facili, pace e giustizia, inalberando il sentimentalismo politico a schermo dell'egemonismo dei «pionieri». Nessuna politica ha una illusione di immortalità da regalarci e quella, affilata, di Raffarin non fa eccezione. Se non parliamo noi, chi parlerà? Ci sono le parole del Vangelo secondo Matteo: «Io vi dico, non giurate su nulla. Né sul cielo perché è il trono di Dio né sulla terra perché è scanno ai suoi piedi né su Gerusalemme perché è la città di un re. Non giurate neppure sulla vostra testa, perché non potrete renderne neppure un capello né bianco né nero». Parole divine che poggiano sulla leggerezza del mondo. Ma occorrono parole politiche che ne sappiano sopportare il peso. E niente vale più della scelta delle parole nella contesa seguita ai tentativi e agli errori sulla Costituzione europea, nelle lacerazioni reali e nelle convergenze immaginarie, nella scommessa nella quale siamo inevitabilmente immersi, noi che l'accettiamo, e siete immersi anche voi che non l'accettate. Che lo vogliate o no, vous étes embarqués. In cinquecento anni di politica nell'Occidente moderno, dai tempi di Machiavelli, l'Italia è l'unico Stato che, per Dna, abbia ereditato i mezzi per esercitare un simile ruolo. Ruolo sofisticato, bisognoso di interpreti sapienti, e vivi, senza i quali resterebbe sospeso nel vuoto o appeso alla defunta autorità di padri scomparsi. Ruolo incommestibile per classi dirigenti che scansino il proprio onere pedagogico. Non aveva torto, nel farsene esplicitamente carico, uno dei ministri degli Esteri più incisivi della storia moderna, Robert S. Castelreagh, capo della diplomazia britannica in era napoleonica. Le nazioni imparano il proprio interesse dall'esperienza, sanno ciò che è necessario scegliere quando è troppo tardi per agire. Il delicato compito di colmare questo divario è ancora oggi l'impresa culturale più sottile per gli uomini che ambiscono a disegnare le relazioni internazionali, che non si accontentano di reclamare un posto a sedere, un diritto di strapuntino, in questo o quel direttorio. Ma qualunque ministro degli Esteri o capo di governo di una democrazia culturalmente dotata per favore della storia e che non vuole rimanere passivo ricettacolo di nostalgie secolari, nel contesto attuale, ha miglior agio di uno statista settecentesco nell'interloquire con l'opinione pubblica internazionale. Se trova le parole giuste, non retoriche, cariche di sapere, per spiegare che l'Europa non è quel mistico credo, quel superiore ideale che tutto ingloba e cancella (chi sostiene questo è un ingenuo che crede di dire la verità o un mentitore che mente sapendo di mentire), ma una delle arene del nostro tempo, teatro di legittimo scontro e non solo di fideistico incontro, tra gli interessi e le ragioni degli Stati che ne fanno parte. Teatro di una lotta per la leadership dalla quale resta escluso soprattutto chi vi è impreparato. Uscita sconfitta dalla seconda guerra mondiale, non una potenza militare ma al riparo dai rischi della guerra fredda, sopravvissuta a se stessa nel crollo del sistema politico dei Novanta, minata nella sua credibilità di potenza industriale, l'unica superpotenza culturale esistente ha dovuto in questi anni (e ancora deve) elaborare i suoi faticosi lutti, ripescando, tra le impronte rimaste impresse in questo suo metaforico Ground Zero, ciò che di sé può ancora ritrovare. Dall'ingresso nell'euro, alla guerra nel Kosovo a quella in Iraq, il riassetto del profilo italiano nel mondo, in un contesto che ha drasticamente ridotto i margini di impunità con cui potevamo barcamenarci tra scelte sfuggenti, è diventato una conditio sine qua non della ridefinizione della democrazia italiana. Le classi politiche che si sono avvicendate al governo in questi dieci anni hanno attribuito alle grandi scelte in politica estera un valore curativo che le altre democrazie europee stentavano a percepire. Ora la riluttante superpotenza culturale, inventrice di tre quarti del linguaggio che l'Occidente ancora usa per descrivere se stesso, ha l'opportunità di smettere il lutto, di giocare una partita nella quale, in Europa, vincerà chi avrà miglior forza di persuasione. Purché si renda conto della posta in gioco.
Nella cultura la superpotenza siamo noi
Il testo discute la posizione dell'Italia in Europa e il ruolo che potrebbe svolgere nella costruzione dell'Europa. L'autore sostiene che l'Italia è l'unica nazione europea con le risorse culturali necessarie per esercitare un ruolo di leadership. Tuttavia, le classi dirigenti italiane hanno rifiutato di assumersi questo ruolo, preferendo scansare il proprio onere pedagogico. L'autore critica la retorica e il sentimentalismo politico utilizzati da leader come Jean-Pierre Raffarin per evitare di affrontare le sfide reali. Invece, l'Italia dovrebbe giocare una partita di persuasione per vincere la costruzione dell'Europa, utilizzando le sue risorse culturali per convincere gli altri Stati europei.
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Bene culturale
Luogo