Sembrava la parola magica che avrebbe risolto tutte le difficoltà: Fondazione. Una di quelle parole di moda, che tornano ogni tanto in voga, adesso anche per le Università, come se l'etichetta fosse una garanzia di qualità. Per le Fondazioni liriche, però, il commissariamento deciso dal ministro Sandro Bondi a Verona, Genova e Napoli dimostra che così non è stato e ha fatto luce su una situazione devastata ormai in tutta Italia (con qualche rara eccezione, vedi La Scala di Milano). Si è voluto copiare dall'estero, dove lo strumento della Fondazione culturale funziona, ma si è copiato male. Ma perché la legge Veltroni non ha funzionato? A Verona sono emersi molti punti deboli, vere e proprie criticità messe a fuoco negli anni e sulle quali il legislatore non è mai intervenuto né con puntualità né con tempestività. Il ministro Bondi ha ora l'opportunità, se vuole, di modificare le regole del gioco. Mvediamo questi punti critici. Gli enti lirici hanno lasciato il posto alle Fondazioni per il grande sogno ambizioso del legislatore che pensava di risolvere le inefficienze di quei carrozzoni immobilizzati da burocrazie e spese fisse, aprendo le porte ai privati. I quali, portando capitali freschi, avrebbero dovuto introdurre anche la cultura d'impresa, la filosofia aziendale, la progettualità accompagnata dal controllo dei risultati e dei conti, secondo principi di razionalità ed efficienza. Di fatto, però, le gestioni sono rimaste inefficienti e i problemi irrisolti. E l'apporto dei soci privati è arrivato in misura molto minore del previsto e non solo a Verona, ma in tutt'Italia. Perché? Perché i criteri di fondo, sbagliati, non sono cambiati Il primo motivo è che a questa filosofia «privatistica» che si voleva inserire nelle Fondazioni non è stato accompagnato uno strumento fondamentale: l'obbligo del pareggio di bilancio. I nuovi criteri aziendali privatistici avrebbero dovuto fare i conti con la possibilità (o ineluttabilità) di chiudere in perdita: una contraddizione in termini. Si faceva conto, evidentemente, sull'indotto prodotto dagli eventi delle Fondazioni liriche, che avrebbe portato ricchezza creando un circolo virtuoso: in realtà, e questo è stato un altro punto debole, proprio chi maggiormente beneficia dell'indotto non ha possibilità di entrare nel pacchetto dei soci e di contribuire per la sua, anche piccola parte. Chi può entrare infatti? Soltanto soci molto forti, chepossono permettersi di versare un contributo pari all'8 per cento del contributo del Fus: per Verona si tratta di versare ogni anno 1 milione 200 mila euro, che quando il Fus era più consistente arrivava anche a 1 milione 600 milaeuro. Questo meccanismo ha impedito di aprire facilmente la Fondazione a soci simpatizzanti e sostenitori. Un altro delicatissimo aspetto, sul qualeil legislatore è stato insufficiente, è che i soci privati, pur versando fior di quattrini, con questa legge non hanno la possibilità di incidere sulla «governance» della Fondazione, che viene decisa dal potere politico, e così restano sempre e comunque in minoranza. A meno di non ingaggiare un braccio di ferro tale per cui non vengono erogati i contributi fino a quando non c'è un accordo sulle nomine. E a Verona anche questo è stato fatto. Sempre con la speranza, comunque, che dal fronte politico amministrativo vengano designate persone che rispondono a criteri di qualità e competenza . A questo punto è chiaro che risulta difficile per i soci privati riuscire a incidere nella gestione della Fondazione e infondere una cultura privatistica rispondente a criteri di efficienza, efficacia, razionalità, riduzione dei costi storici, budget preventivi opera per opera, eliminando incrostazioni frutto di mal governo per ridare nuova veste ai vecchi enti lirici. Infine, le detrazioni fiscali per i soci privati sono marginali mentre ci sono voluti fior di pareri legali per dare la giusta interpretazione a una norma che avrebbe potuto costringere i soci anche a ripianare le perdite di una gestione non decisa in realtà da loro. Se il quadro generale è questo, si capisce perché i soci si sono via via defilati e i guasti sono rimasti sempre gli stessi dei vecchi enti lirici: è stata cambiata l'etichetta chiamandola Fondazione ma non si è riusciti a incidere sul contenuto.