Memoria Lo scrittore sloveno Pahor assieme a storici e associazioni friulane: fermare le speculazioni sul campo di Visco Il vicesindaco: cerchiamo investitori. E dove venivano rinchiusi i deportati si addestrano cani da valanga Il lager... «Innanzi tutto non era proprio un lager: era un campo di concentramento...». Giuseppe Veteri, che a Visco fa da trentacinque anni il medico e da un po' meno il vicesindaco, ha idee chiare più sul futuro che sul passato del suo paese. Lì, dove il fascismo nel 1943 internò tremila jugoslavi che aveva rastrellato a colpi di lanciafiamme, e molte erano donne e centoventi erano bambini, lì dove stavano filo spinato e torrette e scheletri, dove sfiniti ne morirono «solo» venticinque perché poi arrivò l' 8 settembre a liberare tutti, lì dove si sparava a vista e si faceva la fame nera e raccontano i reduci che «gi lava al sanc in aga», il sangue andava in acqua, lì dove si consumò un po' di quella pulizia etnica che a Gonars, Arbe, Monigo, Colfiorito uccise settemila slavi a lungo dimenticati dalla storiografia e dalla retorica del buon soldato italiano, in quello lì che insomma non era proprio un lager, il dottor Veteri s' è stufato: «Basta menare il can per l' aia e stare a controllare ogni mattone, che cos' era del campo e che cosa no, perché mantenere quella roba sono un sacco di soldi che pesano sui contribuenti e almeno un pezzo bisogna alienarlo, valutare le opportunità, trovare una destinazione...». Ma è vero che avete variato il piano regolatore per dare la licenza a un mobilificio, a qualche palazzinaro, magari a un magazzino merci che sfrutti l' autostrada vicina? «Fandonie, non abbiamo deciso niente. Stiamo solo valutando. Però qualcosa bisogna pur fare...». Dici lager e non lo vedi, in effetti. Visco è quasi l' ultimo comune verso la Slovenia, il terz' ultimo d' Italia per superficie: tre chilometri quadrati. Ha 800 abitanti e lapidi e vie e indicazioni dedicate ai Caduti delle due guerre e al «Museo della civiltà contadina» e all' illustre concittadino monsignor Antonino Zecchini nunzio apostolico nel Baltico e alla «Società friulana di caccia a cavallo» e in un campo di grano c' è perfino una scritta che ricorda il villaggio di San Lorenzo spianato dai francesi nel 1797. Ma uno straccio di cartello che segnali i 130 mila metri quadrati del vecchio lager, no: non esiste. Ai bordi del paese, il civico 32 di via Borgo Piave oggi è un cancello automatico, un accesso vietato, lucchetti e catene, un tavolo della Coca-Cola e l' insegna «Protezione civile-sede comunale». Il vecchio corpo di guardia? «L' abbiamo abbellito con le porte e le finestre d' alluminio - dice il vicesindaco -, perché è la prima cosa che si vede e magari invogliamo qualche investitore». E la torretta di guardia? Tirata giù. Dove una volta c' erano le baracche dei deportati, ora s' addestrano i cani da valanga. Le camerate, le cucine, la cappella: tutto abbandonato ai topi e alle marcite. E l' unica lapide in ricordo di chi soffrì, data 2004, sta laggiù in fondo. Lontana. Invisibile. L' oblìo è durato decenni. Il lager, a Visco lo chiamano tutti «la caserma»: dalla Liberazione al 1996, gran parte dello scempio l' ha fatto l' Esercito italiano che ci teneva i carri armati. Un convegno nel 2000, qualche stanca cerimonia, una visita di Luciano Violante: poco altro. Quando l' area è tornata al Comune e la minuscola giunta di centrodestra ha pensato di venderla, però, la memoria s' è risvegliata. «È una vergogna, come chi voleva fare un hotel nello Spielberg o un luna park alla Risiera di San Sabba - ha lanciato l' allarme lo storico Ferruccio Tassini -. È un luogo di valore. Addestrereste i cani ad Auschwitz? O ci mettereste dei negozi? A parte qualche magazzino, le strutture del lager sono rimaste. Qui sono nate le poesie slovene di Ivo Gruden, qui dentro è risorto il battaglione Orien, protagonista della resistenza in Montenegro. Vengono da tutti i Balcani, per vederlo. Facciamo un museo del confine, piuttosto». La protesta è partita da un' associazione cattolica italoslovena, dalle Acli, dall' università di Gorizia, ha investito la Regione Friuli e la Sovrintendenza dei beni culturali. Primo risultato: la speculazione su una piccola parte dell' area, 20 mila metri quadrati, è congelata. Da Trieste c' è l' adesione di Boris Pahor, il Primo Levi dell' olocausto sloveno: «Spero che la Sovrintendenza vincoli tutta l' area - dice lo scrittore di Necropoli -. Bisogna evitare vendite inconsulte. La salvaguardia di queste memorie ha una valenza che va oltre il dato nazionale. Io fui deportato nei campi nazisti e so quanti memoriali hanno allestito le autorità tedesche. Vorrei potermi complimentare anche con chi si preoccupa di tutelare il ricordo qui da noi». Racconta il professor Tassini che un giorno s' è fatta una commemorazione, a Borgo Piave. È arrivata una bella signora da Osoppo, pochi chilometri. Aveva un mazzo di fiori: «Sono felice. Di questo posto, non parlava più nessuno. E quando dicevo che a 16 anni ero stata in un lager a Visco, non mi credevano neanche i miei parenti. Passavo per matta. E invece i matti erano loro». La storia Il piano A Visco (Udine), dove si trovava il lager in cui nel 1943 furono internati 3.000 jugoslavi (nella foto in bianco e nero, le cucine degli internati, dall' Ufficio storico dello Stato maggiore della Difesa), l' area tristemente nota per l' Olocausto potrebbe essere concessa in licenza a un mobilificio o a qualche altro imprenditore del mattone Il lager Nel lager furono reclusi anche 120 bambini e molte donne (nella foto sopra, una lapide) Pagina 27