Antonio Parlato è Presidente della Consulta per il Mezzogiorno di An E' passata purtroppo sotto silenzio la legge approvata il 24 dicembre dalle Camere recante "Disposizioni per la tutela e la valorizzazione dell'architettura rurale", proposta dai deputati De Ghislanzoni e Armani. Diciamo "purtroppo" perché le norme introdotte assumono grande rilievo per i vari profili che riguardano la memoria storica, l'ambiente, l'architettura, lo sviluppo agrìcolo e agrituristico, il territorio. In particolare quello meridionale, almeno a mio parere, consapevole come sono della lunghissima e consolidata tradizione dello sviluppo agricolo, segnato da strutture e infrastnitture di servizio. Mi vengono in mente, per esempio, la tradizione sveva, da Federico II a Manfredi, delle "masserie regie" e quella dei "bagli siciliani": strutture comunitarie nelle quali l'organizzazione edilizia comprendeva intere famiglie che svilupparono un rapporto stretto con il territorio e le sue colture in ogni campo della produzione agricola e zootecnica. Dentro c'era di tutto: le abitazioni del "massacro capo" e del "feudatario", gli alloggi dei contadini, le officine per gli strumenti agricoli, gli ambienti per il deposito delle derrate e per la loro prima trasformazione, la cappella e le torrette di avvistamento, una piccola armeria, persino peschiere, mura spesse e solide per proteggersi dagli assalti dei malintenzionati, l'aia nella quale lavorare il grano appena raccolto e i grandi torchi per il vino. Ora in molte circostanze quel patrimonio splendido di architettura rurale che segnava l'identità e le vocazioni del territorio, è abbandonato, frantumato dall'indifferenza e dall'ignoranza delle sue potenzialità Solo in più limitati casi, sia in Puglia che in Sicilia, sono stati restaurati e rimessi in funzione, aprendosi all'ospitalità agrituristica e alla ricettività. La nuova legge ora consente di intervenire per salvaguardare e valorizzare le tipologie di architettura rurale, quali insediamenti agricoli, edifici, presenti nel territorio nazionale, realizzati tra il XIII ed il XIX secolo e che costituiscono testimonianza dell'economia rurale tradizionale". L'individuazione dei fabbricati e degli insediamenti rurali sui quali intervenire verrà proposta dalle Regioni, sentite le Soprintendenze, e sarà oggetto di un decreto del ministro per i Beni culturali, di concerto con i ministri delle Politiche agrìcole e dell'Ambiente, previa intesa in sede di Conferenza unificata Le risorse, 8 milioni di euro per ciascuno degli anni 2003, 2004, 2005, confluiranno in uno specifico Fondo nazionale e saranno ripartite tra le Regioni e le Province autonome, proporzionalmente agli interventi approvati e anche in rapporto alla quota di risorse messe a disposizione dalle singole Regioni e Province autonome". Il che vuol dire che se non ci si attiverà, culturalmente e politicamente, presentando proposte di inserimento dei beni dell'architettura rurale sui quali si intenda intervenire e stanziando anche risorse proprie, le Regioni non potranno beneficiare del Fondo. È dunque una sfida alla "politica politicante", disattenta nei confronti del territorio, incapace di guardare al di là del contingente, ignorante della memoria storica che se tutelata e valorizzata è in grado di costituire una risorsa del territorio la cui identità produttiva si seppe a suo tempo esprimere. Per un movimento politico come An, radicato e articolato più che altrove nel territorio meridionale, orgoglioso della sua appartenenza, le opportunità offerte dalla legge possono diventare un piccolo ma significativo elemento del più ampio modello di sviluppo da recuperare per un settore primario il quale, connesso al terziario, offre nuove prospettive. Che, come spesso accade con la cultura tradizionale, poi nuove non sono affatto perché si alimentano delle antiche radici che offrono frutti perenni anche se calati nell'attualità delle forme. Tra le quali, a mio avviso, c'è spazio non solo per l'agriturismo ma anche per quelle produzioni agroalimentari identitarie e di nicchia, capati di competere con la globalizzazione. Non certo a caso la legge ha infatti anche previsto che andranno definiti gli "interventi necessari per la conservazione degli elementi tradizionali e delle caratteristiche storiche, architettoniche ed ambientali" delle strutture "al fine di assicurare il risanamento conservativo e il recupero funzionale, compatibilmente con le esigenze dì ristrutturazione tecnologica delle aziende agricole" ma prevedendo anche "incentivi volti alla conservazione dell'originaria destinazione d'uso degli insediamenti, degli edifici e dei fabbricati rurali, alla tutela delle aree circostanti, dei tipi e metodi di coltivazione tradizionali e all'insediamento di attività compatibili con le tradizioni culturali tipiche"
Una legge per il recupero dell'architettura rurale specchio dell'identità e del territorio italiani
Antonio Parlato, Presidente della Consulta per il Mezzogiorno, ha parlato della legge approvata il 24 dicembre per la tutela e la valorizzazione dell'architettura rurale. La legge prevede l'intervento per salvaguardare e valorizzare le tipologie di architettura rurale, come insediamenti agricoli, edifici e fabbricati rurali, realizzati tra il XIII e il XIX secolo. Le risorse, 8 milioni di euro, saranno ripartite tra le Regioni e le Province autonome, proporzionalmente agli interventi approvati.
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