De Filippi non boccia il trasferimento accanto al Politecnico: "Ma restino dove sono pittura, scultura e decorazione" II direttore dell'Accademia: il cuore deve continuare a battere Impossibile però non andare altrove perché dove siamo adesso ognuno dei 4mila studenti ha solo 1,4 metri di spazio" ANNACIRILLO VA BENE che l'Accademia di Brera traslochi in Bovisa «perché ormai non ci stiamo più, siamo uno sopra l'altro e facciamo turni quadrupli». Ma la sede storica non si tocca, il cuore deve continuare a battere lì dove è nata la prestigiosa istituzione, e non potrà essere solo un cuore di rappresentanza. Fernando De Filippi, direttore dell'Accademia, mostra di non essere contrario allo spostamento della scuola d'arte dal centro della città all'ex quartiere operaio in periferia, accanto alle facoltà del Politecnico, come prevede il progetto dei ministri Urbani e Moratti. «Decongestionare, è necessario decongestionare, non possiamo certamente stare dove stiamo adesso -spiega -. Abbiamo 1,4 metri quadri a studente, quando in Europa i metri a disposizione sono 14-20. Gli spazi sono angusti e quando andiamo in giro a vedere le accademie straniere ci vergogniamo. Anche se qui ospitiamo persone da tutto il mondo, che arrivano proprio per la qualità, la fama, la tradizione dell'Accademia». Dei 4mila allievi «ben 885 sono stranieri e rappresentano 49 paesi. Credo sia un unicum. Già laureati in patria, frequentano i nostri corsi di specializzazione». La Nuova Brera del progetto Moratti-Urbani, De Filippila vede così: «In Bovisa, ci vogliono almeno 20 mila metri quadri, potrebbero andare tutti i corsi di comunicazione visiva e multimediale, la progettazione artistica per le imprese, il restauro, i beni culturali, comunicazione e didattica dell'arte, oltre all'arte sacra. Ben venga tutto questo, a patto che a Brera, nel palazzo storico, restino pittura, scultura, decorazione. Scenografia vada invece a pa-lazzo Citterio. Questo si deve fare, anche per il quartiere, che se perde la scuola diventa solo un grande centro commerciale e basta». Brera a Brera, quindi: «È fondamentale». E poi, aggiunge ancora De Filippi, nel palazzo della Compagnia dei Gesuiti dove più di due secoli fa, nel 1776, l'imperatrice Maria Teresa d'Austria fondò la scuola per l'insegnamento delle belle arti, bisogna fare«un museo dell'Accademia, accanto alla Pinacoteca, per mettere in mostra il numero infinito di opere che l'Accademia possiede». 10 mila disegni, incisioni, quadri dell'800 e del '900, volumi antichi, «una fototeca che documenta, con le prime foto in serie di Luigi Sacelli, il tentativo di studiare la storia dell'arte attraverso la fotografia, e la gipsoteca che tutto il mondo ci invidia». E ancora: «Le aule da cui sono passati Marino Marini, Manzù, Minguzzi, Messina, Alik Cavaliere nel magico periodo tra il 1950 e il 1960 devono essere recuperate e rese visitabili perché hanno una valenza storica importantissima. Proprio il 13 ci sarà nell'aula Teatro un convegno internazionale che parlerà di un museo per Brera e dei fantastici patrimoni delle accademie, poco conosciuti». Mantenere il cuore della scuola di belle arti nel palazzo di sempre, è un punto importante anche per i docenti. «La sede di Brera è bellissima e deve conservare un ruolo chiave per la sua relazione con la storia. Certo, non ci si sta più e bisogna trovare una soluzione, del decentramento si parla da anni - dice Alberto Garutti, pittore e titolare della cattedra di Pittura - Bovisa potrebbe anche andare bene, ci sono già architettura e ingegneria del Politecnico, ma dipenderà dalla idoneità delle strutture». Per Maria Cristina Galli, che insegna Anatomia Artistica, Brera ha «bisogno assoluto di spazi, li chiediamo da tanto tempo, costruiti per le esigenze dell Accademia. In questo senso alla Bovisa potrebbero in futuro esserci i labo-ratori, penso alla fonderia o a la-boratori per la lavorazione del ferro, del legno, materie che richiedono ambienti ampi e attrezzati. Ma Brera deve mantenere la sede storica nel quartiere che porta il suo nome. Una sede operativa, dove rimangano vive e vitali anche le funzioni didattiche».