Tra le iniziative scellerate di tempi di grande confusione culturale, e di inerzia politica, si distingue quella della Regione Calabria, tanto ricca di opere d'arte e di archeologìa quanto povera di proposte e di richiami. Certo, una Regione (...) (...) difficile, dimenticata dal potere centrale, e non autonoma come la Sicilia. Eppure, tra mille difficoltà, il centro storico di Cosenza ha ripreso a vivere, in molte partì recuperato con intelligenza e gusto (se si esclude l'orrida piazza Toscana, la cui elaborazione getta un'ombra sinistra sulla Sopraintendenza). A Catanzaro, qualche anno fa si è potuta vedere, negli ambienti restaurati del Convento di San Giovanni, la bella mostra di Mattia Preti, grande maestro di un barocco drammatico e teatrale, al quale sono toccate celebrazioni attraverso un Comitato che io presiedo e che si appresta a onorarlo a Milano e a Vienna. È giusto anche ricordare che l'arrivo in Calabria di una nuova Sopraintendente ai Beni artistici e storici, l'alacre e appassionata Rossetta Vodret, è stato decisivo per la riapertura della Galleria Nazionale di Cosenza e per la determinazione di realizzare una mostra dell'altro grande pittore calabrese: Francesco Cozza A questi timidi segnali di consapevole sensibilità culturale si contrappone la scelta della Regione di riprodurre i Bronzi di Riace per poterli avviare nel mondo come ambasciatori, con la modica spesa di dica 500.000 euro. Molti si sono dichiarati contrari al progetto, che nel frattempo è diventato realtà, e perfino il Tar io ha dichiarato illegittimo. Naturalmente il ministro dei Beni Culturali è ricorso al Consiglio di Stato per legittimare l'insensata iniziativa. Perché insensata? Perché, a parte la spesa esorbitante, non si capisce quali attrazioni possano costituire copie anche fedelissime di opere celeberrime e leggendarie. Ciò che accende la curiosità è l'originale, l'opera autentica, costi quel che costi. Così si spiegano anche le esposizioni di un solo quadro, come La dama dell'ermellino nel Palazzo del Quirinale. Tutti corrono per l'originale. E non dimentichiamo che nel 1980 proprio i Bronzi di Riace furono esposti, per volontà del presidente Pertini, al Quirinale. E fu un successo travolgente. Dopo quella straordinaria occasione sono mestamente tornati a casa e hanno lentamente perduto il loro smalto. Era, d'altra parte, inevitabile. Ma si fatica a capire perché non ci debba essere per loro una nuova stagione. Si oppongono al loro spostamento ridicole ragioni di conservazione. Bronzi che sono stati per 2500 anni sottacqua, non si capisce che danno possano avere da un comodo viaggio in aereo e in nave, con tutte le garanzie possibili Più credibile è la superstizione o k paura di un ratto che sottragga alla Calabria opere tanto preziose. Esse appartengono alla città di Reggio, ne sono il simbolo e diventano perciò inamovibili Questo ragionamento potrebbe avere senso se Reggio Calabria fosse un centro di primario turismo culturale, come Venezia, Roma, o Firenze. Ma per molti mesi dell'anno, le sale del bellissimo museo sono desolatamente vuote, e l'assenza dei due Bronzi non sarebbe un trauma intollerabile. Anzi! Allo spostamento dei due capolavori si aggiunge un terzo non marginale ostacolo: la forte opposizione del Presidente Ciampi per malintese ragioni di tutela e più argomentate (come sopra) ragioni simboliche. A ben pensarci, nessuna di queste resistenze è convincente. Infetti per una Regione dimenticata, e all'onore delle cronache soltanto per vicende di violenza e di mafia, nulla sarebbe più salutare di un «rilancio di immagine» legato all'arte e alla bellezza. Un clamoroso richiamo a vedere terre e musei bellissimi Da molto tempo, e durante la mia contrastata permanenza al governo, ho pensato che nulla sarebbe più salutare per la Calabria di una esposizione dei Bronzi di Riace per tre mesi al Metropolitan Museum di New York, dove la loro presenza richiamerebbe una curiosità senza precedenti. La notizia, sarebbero loro, non più Piromalli e la 'n-drangheta. Un analogo effetto, di risonanza mondiale, potrebbe anche venire dalla loro temporanea testimonianza alle prossime Olimpiadi di Atene, la città dalla quale forse provengono e in cui le rivedrebbe volentieri il ministro della Cultura Venìzeloz, che me li chiese, promettendo in cambio (non era una cattiva offerta) l'Auriga di Delfi, certamente allo stato odierno un richiamo turistico e culturale più forte dei Bronzi, anche se non di superiore qualità artistica. Di fronte all'interesse morboso, all'eccitazione che i due Bronzi susciterebbero, quale è per contro il richiamo delle loro copie? Esse potrebbero soltanto svilire gli originali senza alcun beneficio neppure promozionale. Chi si muoverebbe per vedere la copia della Dama dell'ermellino o della Gioconda di Leonardo? H valore di un'opera è nella sua unicità, con tutto ciò che ne consegue. Voyeurismo, curiosità, moda. Dopo New York e Atene i Bronzi tornerebbero a casa portandosi una scia di fascinazione legata al nome della Calabria, al suo mare, generoso e misterioso. In essi si rivelerebbe al mondo l'essenza della Magna Grecia. Con quali rischi e con quali danni? Invece di fare la cosa più semplice, con coraggio e ragionevolezza, si decide di produrre inutili e dispendiose copie di cui non si capisce la ragione e la finalità. O meglio si capiscono meditando a questi tempi di insensatezza e di ignoranza.
La pazza clonazione dei bronzi di Riace
La Regione Calabria ha deciso di riprodurre i Bronzi di Riace, opere d'arte antiche e leggendarie, con un costo di 500.000 euro. Molti hanno espresso opposizione al progetto, considerato illegittimo e speso in modo inutile. Il ministro dei Beni Culturali ha ricorso al Consiglio di Stato per legittimare l'iniziativa. L'autore dell'articolo sostiene che le copie dei Bronzi non potrebbero avere lo stesso valore artistico degli originali e che il loro spostamento potrebbe essere dannoso per le opere. Inoltre, l'autore suggerisce che l'esposizione dei Bronzi in luoghi come New York o Atene potrebbe essere più efficace per promuovere la cultura calabrese.
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