BOLOGNA lha incontrata la prima volta nel 1972, «quando, appena finto il liceo, vennì a dare unocchiata al Das»; nel 77, dopo la laurea con Argan, la rivide «profondamente ferita dalluccisione di Lorusso»; e di lì a poco ci venne a vìvere, tra ]SO) e 184, allorché fu soprintendente a Modena. Erano i tempi dell amicizia con Pier Vittorio Tondelli e con lavvocato-poeta reggiano Corrado Costa (Gruppo 63), e della scoperta, lungo la via Emilia, delle pagine eleganti e disperate di Silvio DArzo. Ma il leganme di Luigi Ficacci, romano, 54 anni, dallo scorso maggior nuovo soprintendente al Patrimonio artistico e culturale, con la nostra città ha continuato a rimanere ben vivo, anche dopo i ventanni come conservatore della Calcografia di Roma e i due passati nellimpresa di creare a Lucca una soprintendenza che non cera. «Vengo ancora tormentato - sorride il neosoprintendente, giunto in via delle Belle Arti dopo una serie di reggenze che pareva non dover finire mai - da domande e supposizioni sul perché non sono rimasto a Roma. Glielo spiego con un esempio. Il. mio naestro, Argan, da sindaco, decise di proteggere i monumenti della capitale con delle impalcature, per ripararli dallazione rovinosa dei gas dì scarico, in attesa dì intervenire. Ma alla fine le impalcature rimasero, e vennero utilizzate per ospitare della pubblicità. A Bologna, nello stesso periodo, un soprintendente come Gnudi denunciava lormai completa illeggibilità delle sculture della facciata di San Petronio, studiava la questione, affidava il restauto a Non far male e nel settembre del 79, per il XXIV Conaresso internazionale di storia dellarte, fu visibile a tutti. Ecco, io Bologna lho scelta con una determinzione che è anche necessità culturale: qui non cè solo lattività di manutenzione e conservazione, ma anche la possibilità di lavorare per vincere i sintomi di disamore, meglio di disinganno dei suoi abitanti». Lei inizia con molta attenzione verso il tema della città... «Le soprintendenze conservano per legge ii patrimonio culturale. Ma perché lo facciamo? La ragione che sento è che, facendolo, ci chiediamo se vi è uno spazio dellarte nel mondo contemporaneo, e che questo spazio, per noi, può essere individuato solo nella città, insieme alle varie forze che operano in essa. Anche per chi, come noi, si occupa di arte dei secoli passati. Ho imparato che la storia dellarte è sempre storia della città ed esiste ín quanto storia del presente. Una soprintendenza deve mobilitare intorno a sé le personalità intellettuali del suo territorio». La aiuta o 1a preoccupa, che tra i suoi predecessora vi siano nomi come Andrea Emiliani e Cesare Gnudi? «Sappiamo tutti che i tempi sono cambiati, sono diversi i Comuni, le Regioni, le leggi, i rapporti internazionali. Ma la preparazione e la determinazione, anche civile, di uomini come Emiliani e Gnudi, il loro rigore scientifico, sono insuperabili». Come affrontare la crisi economica, che per i fondi alla cultura e allarte è un fatto cronico? «Devo tornare a citare limminente mostra di Aspertinì, che si svolgerà qui in Pinacoteca. La sua struttura organizzativa - dopo parecchio, troppo tempo - riunisce Stato, Comune, fondazioni come la Fondazione del Monte. La sinergia non è semplicisticamente il frutto di una situazione pratica e finanziaria obbligata, è un modo per recuperare il valore degli avvenimenti artistici. - una grande esposizione, in questo caso - nel loro aspetto di conoscenza, di riscoperta, del tutto al di fuori della spettacolarizzazione dominante. Questi risultati, e questo tipo di collaborazione cittadina sono ciò cui intendo ispirare il mio lavoro». Non la turba che il suo ufficio sorga in una delle zone del centro storico più bersagliate dal degrado? «Intanto preferirei parlare sempre di città vecchia, anziché di centro storico, un concetto che finisce per alludere a una vetrina esteriore, anziché a un punto didentità. Se penso al centro storico di Roma, che conosco particolarmente bene, mi sembra davvero una città fantasma. Ciò che, risalendo al 77, accade tuttora nella zona universitaria, in via Zamboní e in piazza Verdi, mi ricorda il Guasto dei Bentìvoglio, la riduzione in macerie del palazzo della famiglia cacciata dai bolognesi ai primi del 500. Ma la colpa del degrado non è degli studenti. Ho lavorato a Lucca, e posso testimoniare che cosè la bellezza del tutto improduttiva di una città bella come quella ma senza giovani, senza ununiversità. Il meraviglioso orrore, non esito a definirlo così, della confusione studentesca - lillegalità è tuttaltra cosa - è una risorsa preziosa da avere intorno, uno stimolo che mette in discussione il tuo sapere». Ma via Zamboni come la recupererebbe? Al progetto che luniversità discute con il Comune per una riqualificazione in senso artistico di quella strada che è un tesoro darte in se stessa è positivo. E può coesistere con lapertura di una serie di esercizi commerciali, che abbiano però una loro necessità, e non poggino sulle solite banalità, sullartigianato o sugli antichi mestieri. Bologna ha una struttura urbanistica che influisce fortemente sui comportamenti, sulle dislocazioni sociali. Limportante è che la città non faccia a ogni metà anno il bilancio semestrale dei comportamenti urbani». Forse sarà il ricordo di Tondelli. «Ma se Bologna dice il professore - agli inizi degli anni 80 si fosse sentita ancora legata alla modernità, mentre tutto cambiava, sarebbe stato un disastro. Bologna ha accettato di entrare nella fine della modernità. Bisogna saperlo». E bisognerà anche meditare molto un giudizio così.