Dalle grandi città ai più piccoli villaggi non c'è paese al mondo con più alta densità di giacimenti culturali dell'Italia. Eppure non riusciamo ad estrarne ricchezza quanto si dovrebbe. La ricezione della letteratura italiana negli Stati Uniti è uno tra i tanti casi che segnalano quanto largo sia il solco tra la potenzialità di quei giacimenti e il bilancio effettivo dal punto di vista commerciale. "Il numero di libri italiani pubblicati negli Stati Uniti dichiara il direttore della Casa Italiana Zerilli-Marimò a New York, sede del programma degli studi italiani presso la New York University è una cifra assolutamente ridicola. Se si fa una piccola ricognizione nelle grandi librerie, anche senza fare indagini statistiche ci si accorge che gli autori ricorrenti sono tre: Italo Calvino, Primo Levi e, a volte, Alessandro Baricco". Incentivi economici alle sponsorizzazioni aziendali ed alle donazioni familiari possono contribuire ad oleare gli ingranaggi della fantastica macchina culturale italiana. Il premio Strega, il Viareggio, il Campiello e ad altri ne trarrebbero benefici per la loro internazionalizzazione, visto che le statistiche sui flussi commerciali dei libri (e, più in generale, dei beni e servizi culturali) mostrano che l'Italia non sfrutta il vantaggio comparato che detiene nell'industria della cultura. Gli incentivi da soli, tuttavia, poco possono fare, se il paese resta ai margini del circuito internazionale di persone ed idee. Quel circuito lungo il quale crescono in tandem mobilità delle persone, movimento delle idee e interscambi culturali. Certo, i libri sono beni che le statistiche rilevano, senza per questo poterne dedurre che essi riflettono in pieno le idee e la cultura del paese che li esporta. I trend culturali vanno oltre quei dati. Tra gli attori all'opera per tracciare le tendenze, l'università è un protagonista primario. Possiamo dire che l'internazionalizzazione della nostra cultura e il suo primato nell'economia globale della conoscenza dipendono anche dall'innovazione delle nostre strutture accademiche, essendo oggi la circolazione senza frontiere dei cervelli l'asse lungo il quale corrono, con le persone, beni e servizi culturali. Un solo dato per tutti: è cresciuto del 49 per cento tra il 1999 e il 2004 il numero degli studenti in mobilità di studio all'estero. Quanti più libri italiani verrebbero tradotti e letti e quanti nostri film visti se tanti studenti del ricco Golfo Persico e delle due risorgenti potenze economiche e culturali, la cinese ed l'indiana, venissero a studiare nelle nostre università? Ad Abu Dhabi, capitale degli Emirati Arabi, è partito un progetto di milioni di dollari per la traduzione di libri arabi e stranieri. Nella lista dei primi stranieri da tradurre troviamo il premio Nobel dell'economia Milton Friedman e il grande fisico Stephen Hawking. Sono assenti autori italiani. Perché dovrebbe essere diversamente, essendo studenti ed intellettuali degli Emirati attratti dal mondo anglosassone e trascurati da noi? Lo sfruttamento dei giacimenti culturali richiede sia imprese sia università protagoniste dei processi di globalizzazione della cultura. Per avere maggior respiro internazionale, le plurisecolari Università di Oxford e Cambridge hanno introdotto profonde innovazioni organizzative sfociate nella nomina a rettore di due stranieri, entrambi già decani dell'Università di Yale negli Stati Uniti. Ciò che non può fare la loro sorella maggiore, l'Università di Bologna. L'ennesima riprova che non si riesce a sostenere il business internazionale della nostra cultura con pochi imprenditori nell'industria che la commercializza e tanti burocrati a gestirne i giacimenti.