Un allestimento spettacolare all'insegna della decostruzione. Oggi arriva Bondi Betsky inaugura la rassegna di architettura: suggestioni oltre l'edificio Mario Botta: un lunapark. Italo Rota: i soliti nomi inglesi o americani VENEZIA Lungo le calli e per i campi intorno all'Arsenale di Venezia sono disseminate delle sfere bianche e nere di plastica che sembrano vecchie bombe per cannoni o gigantesche mine. Sono, invece, il logo dell'undicesima Biennale di architettura, «Out There: Architecture Beyond Building», curata dall'americano Aaron Betsky, che oggi verrà inaugurata dal ministro dei Beni culturali Sandro Bondi. «Le sfere rappresentano il mondo», afferma Betsky. Ma ciò non toglie che il terreno intorno alla Biennale appaia un po' minato. Betsky ha lanciato la Biennale nel segno di Frank 0. Gehry, che oggi riceverà il Leone d'oro alla carriera: «Ho lavorato con lui e ho compreso che si capisce di più togliendo che costruendo. Per questo ho proposto una rassegna che va oltre l'edificio, perché l'architettura da sola non può dare risposte, e che vuole creare suggestioni e un'utopia concreta perché ciascuno, uscendo, dia delle risposte diverse che serviranno all'abitare del futuro». Betsky ha tolto i mattoni e messo i pixel, ha cancellato l'urbanistica e messo i video (un po' Biade Runner un po' Guerre Stellari quello degli MVRDV), tolto gli edifici e collocato gli allestimenti (con dei work in progress, come quello di Gehry): ne esce fuori una rassegna di grande effetto spettacolare, con punte di provocazione (come l'uomo e la donna completamente nudi nell'allestimento di Philippe Rahm Architects), che ricorda le Biennali d'arte ma che potrebbe essere anche una mostra sulla vita nel futuro. Ma che, secondo alcuni, elude l'architettura. E questi sono soprattutto architetti e critici italiani, piuttosto critici verso questa «Biennale americana» all'insegna della decostruzione e dell'ermeneutica dove tutto è in inglese. Tanto che l'altra sera, mentre nel nuovo giardino della Biennale si festeggiava il compleanno di Betsky con invitati gli «amici americani», gli «italiani», accidentalmente ma curiosamente, cenavano tutti in tavoli vicini sulla terrazza dell'hotel Monaco: c'erano Massimiliano Fuksas, Mario Bellini con Ennio Brion, Philippe Daverio («Sono solo spettacolarizzazioni, ma non ne ha colpa Betsky») e altri. Solo amore per la cucina italiana? Forse, ma a sentire Mario Botta c'è dell'altro. «Questa Biennale è un luna park dice l'architetto , un'esposizione comprata chiavi in mano che può stare a Venezia come a Rotterdam o a New York. È una mostra appaltata all'esterno. Dov'è il confronto? Bisognava interrogarsi sul riuso e realizzare una rassegna condivisa che sfruttasse la struttura della Biennale, che, voglio ricordare, è un'istituzione italiana». Rincara la dose Italo Rota: «Ci sono sempre i soliti nomi. Sono anni, ormai, che la Biennale da in mano a critici inglesi o americani, vicini ai grandi studi internazionali, l'organizzazione della mostra». In effetti l'edizione del 2006 fu curata da Richard Burdett («Città, architettura e società»), quella del 2004 da Kurt W. Forster («Metamorph»), quella del 2002 da Deyan Su'djic («Next») e bisogna risalire al 2000 per trovare un italiano - Massimiliano Fuksas con un titolo che però resta in inglese («Less Aesthetics, More Ethics»). Per l'ultima a titolo e curatore entrambi italiani bisogna risalire a sedici anni fa: Paolo Portoghesi («Architettura e spazio sacro nella modernità»). Il presidente della Biennale, Paolo Baratta, rimanda però al mittente queste critiche. «Le installazioni dice sono state fatte e pensate con la struttura della Biennale. Frank Gehry è venuto qui a lavorare e ha detto che non avrebbe mai creduto che saremmo stati in grado di realizzare così bene il suo progetto. È una mostra unitaria, pensata apposta per l'Arsenale e per i Giardini, non un'esposizione di oggetti come in una profumeria ma allestimenti che sono come un pensiero preliminare per partecipare tutti insieme al futuro dell'architettura. Questa è come una molecola che si sposta tra le altre molecole della società come la committenza, che oggi è in profonda crisi. Quello che si costruisce sta lasciando intorno a noi solo mediocrità o moda». A questo proposito tra i riferimenti di Baratta rientrerebbero anche i tre grattacieli che a Milano si stanno costruendo proprio adesso sull'area dell'ex Fiera e che però lo stesso Comune di Milano presenta e spiega in una sezione della rassegna. Betsky, che ha «puntato su idee sperimentali» (l'incarico gli è stato affidato solo la scorsa vigilia di Natale!), cita nella sua presentazione l'irachena Zaha Hadid, il gruppo Asymptote e il «genietto» americano Greg Lynn (quello che ha inventato l'architettura dei blob), e non risparmia una frecciatina allo Stato italiano: «L'apparato della Biennale si è dimostrato efficiente; in rapporto al non elevato investimento dello Stato qui c'è un grande ritorno». Di certo ci sono grandi suggestioni come, all'ingresso, le gigantesche costellazioni realizzate da David Rockwell, anche lui americano. Gli italiani? Oggi vanno in gruppo a un convegno sui cinquecento anni del Veneto Palladio, il primo architetto «globale» che segnò il volto delle città angloamericane. Siamo alla storia che si ripete. Ma al contrario.
Venezia. Italiani contro la Biennale Usa
La Biennale di architettura di Venezia, curata da Aaron Betsky, è stata inaugurata con un allestimento spettacolare che va oltre l'edificio, creando suggestioni e un'utopia concreta. L'allestimento è stato realizzato con video, installazioni e work in progress, e presenta punte di provocazione. Tuttavia, alcuni architetti e critici italiani hanno criticato la Biennale per essere troppo americana e per non avere un confronto con la struttura della Biennale stessa. Il presidente della Biennale, Paolo Baratta, ha risposto che le installazioni sono state fatte e pensate con la struttura della Biennale, e che la mostra è una molecola che si sposta tra le altre molecole della società.
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