Taglio del nastro oggi con il ministro dei beni culturali Sandro Bondi per l'11 Mostra di architettura, organizzata dalla fondazione La Biennale di Venezia. Niente taglio del nastro, ma apertura notturna in mezzo alla gente radunata con il tam tam del passaparola per il ponte di Santiago Calatrava, il quarto sul Canal Grande. Un'opera architettonica moderna per la storica Venezia che da oggi, fino a novembre, ai Giardini e all'Arsenale, parla di architettura, intesa non come l'edificare ma il progettare, come ha spiegato ieri Aaron Betzky, il curatore della mostra «Out of there, architecture beyond building». ««Liberati dalla speranza dell'utopico ambiente perfetto, ma diretti verso l'architettura possibile». Betsky capovolge visuali e ruoli, o meglio rinnova prospettive e funzioni, dell'architettura dall'alto della vetrina globale offerta dalla mostra. «La convinzione dell'esistenza dell'edificio perfetto ed eterno, propria degli anni Venti, così come la fiducia nella tecnologia sono stati pensieri coerenti e coevi a ideologie disumane che hanno portato ai lager». Betsky ha lasciato poco spazio a dubbi sul suo modo di intendere l'architettura: «Dobbiamo liberare l'architettura dalla tirannia dell'edificio.Troppo spesso la conseguenza del costruire sono realizzazioni grandi e dispendiose, con enorme accumulo di risorse naturali, opere che diventano presto obsolete in una realtà che muta continuamente le sue esigenze». E allora, svalutato l'edificio da dove riparte l'architettura? «L'architetto oggi non deve trovare soluzioni astratte o ideali a problemi sociali, ma ricercare sperimentando soluzioni concrete attraverso una lettura del contesto urbano e l'uso delle migliori tecnologie». Un'architettura spogliata di sogni e utopie? «Diciamo una architettura come modo di capire ciò che è necessario costruire e ciò che non lo è». In un mondo dove costruire significa rispondere a canoni edilizi e regole di sicurezza, e progettare attraverso software non molto diversi da quelli usati per la gestione finanziaria, il ruolo dell'architetto, secondo Betsky è marginale, La spinta è verso una lettura privilegiata del territorio e delle concrete esigenze umane, cui va data risposta pensando allo spazio in cui ci muoviamo. «Edifici o architettura? Degli edifici si può fare a meno», l'aforisma che governa questa Biennale ha quindi dato il là ad una serie di interpretazioni ed episodi in cui gli architetti coinvolti creano degli oggetti catalizzatori e funzionali a partire dall'esigenza quotidiana. Come l'oggetto-casa di Zaha Hadid, ma significativo è anche il ripensare al tema casa a partire non dal costruire, consumando ancora territorio tra le città, ma riconvertendo luoghi storici interni alle città, come spiegano i progetti presenti al Padiglione Italia curato da Francesco Garofalo.