Meraviglie dagli scavi per la metropolitana: anfore funerarie di epoca imperiale. Davanti al Maschio Angioino emergono tracce di una terza barca; in piazza Nicola Amore un'anfora funeraria con lo scheletro di un bambino, forse testimonianza della necropoli di età imperiale. Nel frattempo, però, si inasprisce la vertenza sindacale dei dipendenti Sudmetro, così ieri sono stati occupati tutti i cantieri della «tratta bassa», costringendo gli archeologi a fare i bagagli e a sospendere il lavoro. Nei prossimi quindici giorni, intanto, si definiranno i dettagli tecnici di un'operazione che durerà circa quattro mesi: le barche romane trovate nel cantiere del metrò di piazza Municipio saranno tirate fuori, sistemate in una grande struttura trasparente a pochi passi alla futura stazione e restaurate davanti agli occhi dei cittadini e dei turisti. Il lavoro di ricostruzione dei reperti, protetti dal vetro e valorizzati da un particolare sistema di illuminazione, si potrà dunque seguire in diretta e in condizioni di massima sicurezza. All'inaugurazione del «contenitore d'archeologia» - prima dell'estate - parteciperà anche il ministro per i beni culturali Giuliano Urbani, già invitato dal sindaco. Per quella data, la collezione potrebbe essere arricchita con nuovi gioielli. Un'anfora di terracotta tagliata a metà, lo scheletro di un bambino. Anche questo è venuto fuori dagli scavi del metrò di piazza Nicola Amore, più precisamente dalle fondamenta dell'edificio indentificato come gymnasium: esemplari simili, ma in peggiore stato di conservazione, erano stati ritrovati nel sottosuolo di piazza Dante. «Siamo di fronte a una tecnica di sepoltura infantile detta "enchitrismos" - spiega l'archeologa Luciana Jacobelli, docente di antichità pompeiane all'università di Milano, già impegnata nelle ispezioni nell'area di Castel Nuovo - che per tradizione risale ai tempi degli antichi greci ma è stata utilizzata anche nella Roma imperiale e nei secoli successivi». L'uso dell'anfora per la sepoltura infantile aveva un significato particolare? «Era semplicemente una consuetudine. Così come era consuetudine, per gli adulti, la tomba del tipo "a cappuccina"». Ritiene si tratti di una scoperta importante? «Napoli è una colonia greca. Non mi stupisce, dunque, che restituisca reperti di questo genere. Ma credo siano i primi a tornare alla luce in piena città: in precedenza, tanto per citare qualche esempio nelle zone più vicine a noi, se ne erano trovati a Ischia, nell'area di San Montano, a Cuma e a Volla». E pensa possano indicare una traccia ancora più antica rispetto a quella emersa con le barche di piazza Municipio? «È difficile dirlo senza uno studio approfondito perché, ripeto, l'uso delle anfore è andato avanti per molto tempo. Bisognerebbe esaminare con attenzione la stratigrafia del terreno. A rigor di logica, considerata la natura degli altri ritrovamenti nella stessa zona, il sepolcro del bimbo trovato in piazza Nicola Amore potrebbe risalire al periodo imperiale». In passato lei è stata impegnata negli scavi di Castel Nuovo. Oggi, nella stessa area, continuano a riafforare tesori dell'antichità. Una conferma o una sorpresa? «Sul fatto che lì sotto ci fosse il porto romano non c'erano dubbi: bisognava soltanto mettersi a scavare. Quello che si vede oggi è esattamente quello che si sperava di vedere, barche comprese». Ed è comunque un successo. «Un grande successo, per l'archeologia e per Napoli. Gli scavi della metropolitana ci hanno dato un'opportunità senza precedenti per mostrare le meraviglie della città antica».