Gentilissimo direttore, ho molto apprezzato il suo tentativo, spero riuscito, di aprire un pacato e ragionevole confronto a sei mesi dal referendum sulla tramvia. Consultazione che sembrava fatta , soprattutto per i tempi scelti, per dividere i fiorentini, e non per approfondire i termini della questione. Chi scrive è stato eletto consigliere comunale per la lista del Partito socialista nel 2004, quando ormai le decisioni sulla infrastruttura della mobilità erano già assunte. Il redde rationem era avvenuto nel febbraio del 1992, quando nel corso di un drammatico consiglio comunale, l'assemblea scelse la formula della tramvia, e i sostenitori della metropolitana andarono in minoranza, generando, tra l'altro, le dimissioni dell'allora assessore socialista al traffico, che ne era sostenitore. Anch'io, come lei, siamo entrati nella questione a giochi, se non già conclusi, ampiamente predeterminati, ma questo non mi esime dal formulare considerazioni ed assumermi le porzioni di responsabilità che mi competono. Non appartenendo certo al club di chi sostiene che la metropolitana è di destra e la tramvia di sinistra, perla «culturale» che rimarrà scolpita nell'album delle cretinaggini, ma non le nascondo che le mia preferenza, all'epoca era per la metropolitana. Per Firenze rappresentava un riscatto, un simbolo della mo-dernizzazione dei trasporti, che in qualche modo ci metteva alla pari di città come Roma e Milano, nei confronti delle quali di fatto viviamo un complesso di inferiorità, soffrendo come impropria e contradditoria la nostra condizione di piccola città, erede e culla però dei più bei nomi e delle più belle testimonianze artistiche dell'Umanesimo e del Rinascimento. Soffriamo il «complesso di Età Beta», un grande cervello, ma con arti piccoli e rachitici. Il tram per i fiorentini, che ce lo hanno avuto dal 1890 al 1959 e che ci è stato portato via da un dissoluto anelito modernizzatore del trasporto su gomma sponsorizzato dalla Fiat, è sinonimo di trasporto urbano umile: mio nonno e molti con lui, lo soprannominava lo «strascica poveri». Ogni sistema di trasporto pubblico locale ha punti di forza e punti di debolezza, tant'è che quando le risorse economiche lo consentono, così come la dimensione del territorio servito, la formula migliore risiede in un servizio integrato tra metrò, tramvia, bus, come accade nelle più grandi città europee. A Firenze invece bisognava scegliere un trasporto portante di massa e la scelta, per i costi e le dimensioni territoriali, non poteva che ricadere sulla tramvia. Certo ha ragione, se ci fosse stato un progetto speciale per Firenze, se ci fosse già stata l'area o la Città metropolitana, il discorso sarebbe potuto andare diversamente, ma così non è stato, e i conti devono essere fatti sulla realtà, anche se non ci entusiasma. E la realtà è che adesso la priorità risiede nel chiudere al più presto questa telenovela della tramvia, cominciata male, che rischia di finire peggio. Il mio maggior cruccio, se proprio devo dirle come la penso, è che per questa tramvia è stata scelta una tecnologia che la rende già vecchia, e che riguarda il tipo di adduzione elettrica, ancora mediata da fili aerei, e non direttamente su rotaia, come accade nelle più moderne esperienze di Bordeaux e di Lille. Pare che ciò non sia possibile perché la tecnologia è brevettata dalla francese Astom. Ma il quesito che mi pongo, e che le pongo anche se può apparire curioso considerata la mia veste di amministratore è questo: non potremmo attivare un ultimo disperato tentativo per siglare un accordo in extremis con Astom, in modo da scongiurare la stesa dei fili almeno nella linea che attraverserà il centro storico? Mi sembrerebbe tanto importante sciogliere questo nodo, almeno quanto quello del passaggio della tramvia accanto al Duomo. Io sono quello che, come lei dice, ha tirato «a galla l'idea di mettere un solo binario in piazza Duomo», con passaggio alternato nelle due direzioni. Intanto l'idea non è venuta a me, ma al Responsabile della tramvia fiorentina, l'ingegner Giovanni Mantovani, che mi sono limitato a sostenere. È solo un'ipotesi, ma che avrebbe tre punti di forza, e uno di debolezza. I punti di forza: 1) eliminare l'effetto oscuramento del Battistero e del Duomo, costituito da passaggio contemporaneo di due tram; 2) stare più lontani sia dal Battistero che dalla Croce di San Zanobi di tre metri, per un totale di 11 metri dal primo e 8 dalla seconda; 3) pedonalizzare di fatto l'area resa maggiormente fruibile dalla presenza di un solo binario. Il punto di debolezza consisterebbe nella penalizzazione contenuta dei tempi di frequenza del tram che passerebbe da tre a quattro minuti. All'ipotesi sembrava interessato anche il ministro Bondi, e comunque mi piacerebbe capire fino in fondo, l'eventuale motivo del suo accantonamento, perché ancora confesso non l'ho capito. Ho preso spunto da ipotesi tecniche, ed ho avuto al contrario risposte politiche, e questo modo di fare non mi convince. Vorrei risposte tecniche. Quindi lontana da me la volontà di prospettare l'ipotesi a fronte di un dubbio sulla capacità di scambio dei tram nella curva tra piazza Duomo e via Martelli. Se così fosse, dovremmo semplicemente dare ragione a Gino Bartali: «L'è tutto sbagliato, l'è tutto da rifare». Capogruppo Partito socialista in Comune