Così gli americani vogliono costruire una nuova base militare nell'isola sarda, derogando alle leggi urbanistiche. E ridisegnare la propria presenza militare nel Mediterraneo. Con l'incondizionato appoggio del governo italiano, che scavalca parlamento e regione Sardegna Hai voglia a dire, come si sono affannati a fare il presidente della regione Masala (An) e i ministri Matteoli e Giovanardi, che con i 52 mila metri cubi di casermoni di cemento da costruire sulla spiaggia di Santo Stefano e gli altri 34 mila nella cittadina della Maddalena non si vuole ampliare la base Usa ma semplicemente migliorarla e consolidarla. Non ci ha creduto la regione, che ha delegittimato con un voto netto il suo già traballante presidente, chiedendo addirittura lo «smantellamento in tempi ragionevoli» di quella che in trent'anni solo una volta è stata definita ufficialmente come una «base». Meglio la definizione più minimalista di «punto d'approdo per nave appoggio-officina» per sommergibili, spesso a propulsione nucleare e armati di tutto punto. Non ci ha creduto neppure la commissione mista paritetica stato-regione (Co.mi.pa.) che, vistasi recapitare il «piano di sviluppo» Usa, lo ha bocciato. Finora il governo ha fatto orecchie da mercante. Anzi, di fronte al veto posto dalla commissione ha reagito con una decisione d'autorità del ministro della difesa Martino, che il 30 settembre scorso ha autorizzato i lavori come se nulla fosse accaduto. Ma la goccia che ha fatto traboccare il vaso è stato probabilmente quel boato avvertito su tutta l'isola alle 23,23 di lunedì 23 ottobre e che ha fatto schizzare fuori dalle proprie abitazioni centinaia di persone. In molti avevano malignato su un possibile incidente a un sommergibile Usa o magari alla nave appoggio «Emory land», o ancora sull'esplosione di un compressore in una delle gallerie di granito che si estendono per diversi chilometri nel sottosuolo dell'isola. Il sindaco, di centrodestra, Rossana Giudice si avventura in un improbabile «bang» supersonico per spiegare il botto: «Ho parlato con il prefetto, non è stato uno scoppio né un movimento tellurico. Un aereo ha superato la barriera del suono», tranquillizza ai microfoni di Radio arcipelago e dalle colonne della Nuova Sardegna. Ma la versione ufficiale, qualche giorno dopo, sarà quella di un terremoto di 3,1 gradi della scala Richter, con epicentro nel sud della Corsica. Ma il giorno dopo nelle acque della base compaiono delle panne antinquinamento. Per un'esercitazione, è la versione ufficiale. Ad alimentare ulteriormente il mistero, una zattera americana con a bordo tecnici civili che viene avvistata all'1,30 del 22 ottobre al largo dell'isola di Santo Stefano. Cosa ci fanno a quell'ora di notte a spasso in mare? La probabile spiegazione la darà giorni dopo un giornale del Connecticut: in quei giorni il sottomarino a propulsione nucleare Hartford si è incagliato proprio da quelle parti. In molti fanno due più due e si chiedono: che nesso c'è tra quel boato e il sommergibile finito su uno scoglio? E certo non aiuta la mancata trasparenza sull'incidente e sulle sue conseguenze. Ma anche a questo ci pensano fuori d'Italia. Un istituto di ricerca indipendente francese, il Criirad, analizza campioni di alghe prelevati in due riprese nei giorni seguenti l'urto. I risultati confermano la presenza di quantità abnormi di torio 234, un derivato dell'uranio, prodotto dalla combustione nucleare. Negli stessi giorni, il 14 gennaio come se niente fosse il ministero della difesa, che finora aveva taciuto sull'incidente, firma un protocollo d'impegno con la regione per la realizzazione di «migliorie infrastrutturali» nella base militare americana. Il sospetto che è quasi una certezza è infatti che dietro le parole del ministro Martino, che giustifica l'autorizzazione perché si tratterebbe di «lavori urgenti, indispensabili e indifferibili» per la «sicurezza del personale della base», si nasconda un vero e proprio progetto di costruzione di una nuova base militare statunitense, che modificherebbe l'Accordo Italia-Usa del 72 con un semplice atto d'autorità e nessuna discussione politica e derogherebbe alle norme urbanistiche e ambientalistiche. Le immagini del progetto «presentate a colori al Co.mi.pa. testimoniano la previsione di collocare in riva al mare edifici-scatoloni, in perfetto stile parallelepipedosquadrato, che nessun canone estetico proporrebbe come accettabile in nessun contesto, tanto meno in un tratto delle coste più belle del mondo», scrive Salvatore Sanna, rappresentante sardo nella commissione, in un lungo e dettagliato dossier. In parole povere, gli americani avrebbero intenzione di installare una vera e propria «base a terra» nell'isola di Santo Stefano, che andrebbe ad aggiungersi al «punto d'approdo» previsto dall'accordo del 72. In modo da rispondere alle mutate esigenze di controllo. Mentre alla Maddalena andrebbero accorpate le strutture logistiche e di supporto, dal comando della base a un fabbricato per la polizia e un altro per i vigili del fuoco, che ora sono distribuite in 17 siti diversi, da Palau alla Maddalena. Tutto senza rivedere l'accordo del 72, come tra l'altro è già capitato altre volte nel corso degli anni. Già nel 78, per esempio, si dovette ricorrere a una sua integrazione per sanare il proliferare di prefabbricati e container. In tutto 18 mila metri cubi di «scatole Con-Ex», come erano chiamate. Con la medesima disinvoltura nell'86 si modificò, con la scusa del nemico libico, la funzione originaria di controllo subacqueo in modo da poter colpire anche la terraferma. Ma la storia dei misteri e delle reticenze dura da quando il governo Andreotti siglò quell'accordo segreto con gli Usa, ed è costellata di negazioni anche dell'evidenza, come quando nell'84 le autorità statunitensi non ammettevano che i sommergibili portassero i missili Cruise, o semplicemente di silenzi. Quando fu costruita, la base aveva come obiettivo il contenimento della superpotenza sovietica. Crollata l'Urss, è servita come punto d'appoggio per i sottomarini che hanno partecipato alla prima guerra del Golfo prima, a quella in Afghanistan poi, e così via fino alla recente guerra contro l'Iraq. Quando stampa e pacifisti si accorsero della partenza dei parà dalla base Ederle di Vicenza e dei container di materiale e armi da Camp Darby, e ignorarono che nel frattempo dalla Maddalena partivano sommergibili armati di missili Tomahawk. E a poco è servito che la prefettura di Sassari rendesse pubblico il piano di emergenza per i casi di incidente nucleare, top secret fino a ieri. Anche perché rimane pieno di omissis ed è subalterno a quello militare, che è tuttora segreto.