Intervengo sul dibattito avviato sulla Gazzetta in tema di sviluppo e lavoro. Mi sento tirato in causa, come cittadino, là dove G. Coghi, nel suo intervento del 24, sostiene che «occorre superare l'apparente contrapposizione tra le istanze di tutela ambientale e le esigenze della produzione e del lavoro, una contrapposizione che in realtà convive spesso nell'emotività del singolo cittadino, portato a temere un peggioramento della qualità della vita ma anche ad aspirare ad un maggiore benessere...». Si potrebbe ad esempio cominciare a domandarsi che tipo di lavoro e che tipo di sviluppo hanno avuto Mantova e il suo territorio negli ultimi anni. I dati della Camera di Commercio potrebbero dimostrare che il settore che ha richiamato più risorse finanziarie e più lavoro è stato proprio quello delle costruzioni, mentre nello stesso periodo non è emerso alcun nuovo settore industriale ad alto contenuto tecnologico o di servizi avanzati. Mantova, il suo hinterland, quasi l'intera provincia, si sono trasformati in un distretto dell'edilizia: con un'urbanizzazione diffusa, senza un principio regolatore, senza una visione d'insieme, senza più neppure un rapporto equilibrato tra domanda e offerta. Con una logica prevalentemente finanziaria e speculativa di cui sono stati protagonisti gli immobiliaristi e gli amministratori. Mentre il sindacato era per lo più impegnato (spesso inutilmente) a cercare di garantire condizioni di lavoro almeno civili per la massa di lavoratori dequalificati e per lo più immigrati, soggetti ad un numero crescente di infortuni. Ecco il nostro modello di sviluppo recente. Le risorse eco-nomiche impiegate in un settore di così bassa qualificazione sono venute a mancare per poter immaginare uno sviluppo di maggiore qualità e di più alto valore aggiunto. Abbiamo insomma assistito anche da noi a quella che Stiglitz definisce «una allocazione sbagliata ed esagerata nel settore della casa e dell'edilizia in generale (a cui si potrebbe aggiungere quella autostradale, se fosse a conoscenza del caso mantovano)... condita da una retorica del libero mercato e della libertà d'impresa». Questo fenomeno di urbanizzazione diffusa costituisce una piaga per il nostro Paese, sia per una devastazione del territorio e del paesaggio che non ha l'eguale in Europa, sia perché banche, immobiliaristi e amministratori compiacenti hanno di fatto spostato risparmi e risorse umane su un settore che non produce alcuna innovazione, né di tecnologia né di prodotto. Questo dunque il motore di sviluppò di cui si sono fatti interpreti (o colpevoli) le nostre amministrazioni locali. E oggi si arriva alla paradossale sintesi (Menini): costruire il bello. Una contraddizione in termini, se è vero come sostiene Settis, che «il bello» appartiene alla metafisica del tempo, e il nostro tempo (soprattutto da noi) non è più neppure in grado di riconoscere una propria metafisica. Dunque, che fare? Innanzitutto le amministrazioni locali dovrebbero proclamare una moratoria edilizia (e autostradale) per evitare che continui quel meccanismo perverso che ha fatto sì che, ad esempio, si approvasse il progetto delle 220 villette in riva al Lago Inferiore «per fare concorrenza ai comuni della cintura mantovana nell'insediamento di nuovi abitanti», cioè un fermo a quella logica aberrante di cui sembrano ancora preda alcuni nostri ineffabili consiglieri comunali. In secondo luogo bisogna porre mano a ricostruire il capitale più importante che questo tipo di urbanistica sta contribuendo a distruggere (e distruggerà sempre di più con l'andare del tempo): il capitale sociale. L'urbanistica diffusa ha trascurato i centri storici e le realtà con legami sociali già strutturati, ha costruito realtà artificiali, dove confluiscono migliaia e migliaia di persone, migliaia e migliaia di estranei, di stranieri, di immigrati, anche se sono lombardi o Veneti (...) e si potrebbe aggiungere spegne il bisogno di comunità e relazioni, isola in un familismo amorale. Una vera e propria malattia sociale, quella che nasce da queste periferie, nei nuovi quartieri, nei deserti urbanizzati che producono voglia di ribellione e vandalismi perché non riescono ad ispirare senso di appartenenza e identità. Su questo dovrebbe concentrarsi il ruolo di motore di sviluppo delle amministrazioni: cultura e legami sociali. A testimoniarlo del resto è il panorama dei Paesi europei nostri vicini e concorrenti: l'afflusso di capitali, in vestimenti, lavoro, è tanto più forte là dove più alta è la qualità civile del sistema Paese; dove c'è più equilibrio sociale, coesione, legalità; più cultura, più cittadinanza attiva e consapevole. Pier Paolo Galli
SVILUPPO E LAVORO. I capitali vanno dove c'è più civiltà
Il testo discute lo sviluppo e il lavoro in Mantova, criticando l'urbanizzazione diffusa e l'edilizia di massa. Il suo autore sostiene che questo tipo di sviluppo non produce innovazione e non ha un impatto positivo sulla qualità della vita. Invece, porta a una devastazione del territorio e del paesaggio, e a una perdita di risorse umane. Il testo propone una moratoria edilizia e l'importanza di ricostruire il capitale sociale, concentrandosi sulla cultura e sui legami sociali. L'autore riferisce a esempi di Paesi europei vicini e concorrenti che hanno un impatto positivo sullo sviluppo e il lavoro.
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