ROMA Fontane a secco, balaustre divelte, avanzi di giacigli notturni per disperati, venditori abusivi, bottiglie rotte, sporcizia, aiuole sfiorite e senza erba... Aspettando di sapere se il garage di sette piani si farà, una certezza già c'è, da anni: il giardino della memoria antico Collis Hortulorum di cui negli ultimi mesi son venuti alla luce numerosi resti alto trentaquattro metri su piazza del Popolo, quasi non esiste più. Sepolto da un degrado iniziato ben prima dell'infuocato dibattito pro o contro il «parking della vergogna»: così si leggeva nell'enorme scritta vergata con bomboletta spray da qualche anonimo nemico dell'opera veltroniana sulla gigantesca palizzata che delimita il cantiere della discordia. La scritta ora non c'è più, unica tra mille cancellata in queste ore in cui il celebre parco capitolino immaginato dall'amministrazione napoleonica a inizio Ottocento e tradotto in forme sinuose dall'estro del Valadier è sotto i riflettori. Altre scritte, graffiti o incisioni a scalpello, sono invece lì da anni, indisturbate e accanite in particolar modo sugli oltre duecento busti di marmo che adornano i viali: erme di uomini illustri o meno celebri, collocate qui a partire dai tempi della Repubblica Romana del 1849, quando il Pincio divenne giardino celebrativo. Tra le vilipese glorie nazionali, sorte peggiore negli ultimi tempi è toccata al sommo pittore Correggio, il cui nome è stato prevedibilmente storpiato con lettera «s» a inizio parola e suffisso finale «ne». Meglio non è andata a Carlo Botta o Plinio il Vecchio, senza testa da anni, a Raimondo Montecuccoli (con bestemmia sovrascritta al posto del nome), a Giovanni Pascoli, oscurato da una giostra gonfiabile, o ad altri illustri temporaneamente segregati all'interno dell'area di cantiere. Ieri, domenica di fine estate: sole pallido, frotte di turisti e famiglie con bimbi a passeggio, come accade da secoli. Le strade del Pincio hanno i nomi gentili di sempre: viale dei Bambini, delle Magnolie, degli Ippocastani... Ma la toponomastica cozza ogni giorno di più con lo stato di incuria generale riscontrabile un po' ovunque: la cartellonistica improvvisata (su fogli di carta e con indicazioni a pennarello), le panchine divelte, i marmi imbrattati, il famoso orologio ad acqua fermo (causa cantiere, avverte un cartello) e merce contraffatta liberamente in vendita nell'ultimo brandello di terrazza panoramica sopravvissuta ai lavori in corso e ancora raggiungibile dai passanti. «Ma che luna... ma che luna c'è stasera, vede er monno chi s'affaccia a 'sta ringhiera», cantava Anna Magnani nella sua celebre e ripetuta interpretazione della fioraia del Pincio (per Luchino Visconti, per la rivista...): la ringhiera di marmo c'è ancora, sempre quella, ma rotta in più punti e con i pioli sostituiti da assi in legno fissate da chiodi. Simulacro di se stesso, il Pincio amato da Goethe, assurto a simbolo di luogo dannunziano per antonomasia (qui il viale che ricorda il divin Gabriele, qui sono ambientati gli amori avviluppati in atmosfere Belle Époque di Andrea Sperelli, eroe del Piacere: «II Pincio ancóra verdeggiava, come un'isola in un lago nebbioso...») pare comunque sopravvivere a se stesso, così come sopravvivono i suoi marmorei abitanti fissi: Virgilio, finito a far da décor, con tanto di ombrellone sulla testa, all'affittabiciclette (identica sorte per Lucrezio), o Niccolò Tommaseo, cui è toccato in sorte di sorreggere, con una corda avvolta intorno al basamento, l'ombrellone bianco del bar della Casina Valadier. E a inizio estate lo stesso ristorante, sempre per fissare a terra un ombrellone, aveva «impiccato » con nodo scorsoio il busto del filosofo Rosmini, con tanto di foto finita sui giornali. «So quando fioriscono al Pincio le mimose», ebbe a scrivere il poeta Leonardo Sinisgalli. Da tempo di fiori non ne sbocciano più, e non è solo una questione di stagioni...