Giusto cento anni fa il ricchissimo banchiere ebreo-francese si cimentò in un "giro del mondo in centoventi giorni" e ne trasse un grande progetto: "Les Archives de la Planète". Decine di fotografi riportarono da ogni luogo della Terra migliaia di pionieristiche foto a colori Il tutto fu travolto dalla crisi del 29. Siamo andati a vedere cosa ne rimane BOULOGNE-BILLANCOURT cosa resta quando unutopia va in frantumi? Quando unidea nobile di pace e civiltà viene travolta dalla brutalità della storia? Restano lamarezza dellutopista sconfitto, lautunno del suo silenzioso scontento, la tristezza del suo sguardo. Lo sguardo di Albert Kahn ormai ottantenne, ridotto a ospite per carità nel palazzo dove era stato uno degli uomini più ricchi di Francia e del mondo, lo sguardo che sognava di abbracciare tutto il pianeta in un immenso ritratto a colori, quello sguardo stanco continuò per anni a posarsi ogni mattina su questi due alberi glauchi del grande giardino, unepicea del Colorado e un cedro dellAtlante, nati ai due estremi del pianeta, eppure tanto simili che non sapresti dire quale dei rami verde-azzurri che si sfiorano appartenga alluno o allaltro. Persino del giardinaggio, come di tutta la sua vita, Kahn aveva fatto una metafora di fraternità universale. Il tempo è spietato con le utopie perdenti. E quella di Albert Kahn, piccolo ebreo alsaziano diventato miliardario e morto in miseria, ovvero lidea che per cambiare il mondo bastasse guardarlo, guardarlo attentamente, guardarlo tutto, è stata davvero sfortunata. Il suo pacifismo andò a sbattere contro lorrido macello della Grande guerra. La sua immensa fortuna, contro la crisi del '29. La sua eredità morale, contro larroganza nazista. Di Albert Kahn, forse lultimo utopista del Ventesimo secolo, anche in Francia pochi ricordano oggi il nome. Bisogna prendere la linea 10 del metrò parigino fino al capolinea Boulogne-Billancourt e fare ancora una passeggiata fino ai bordi della Senna per scoprire che quellutopia è ancora lì, intatta, materializzata in un patrimonio straordinario e misconosciuto dellumanità: il ritratto del mondo, tutto a colori, di un secolo fa. La bellezza di settantaduemila lastre autochrome prese nel corso di un ventennio, a partire dal 1910, dal Canada allIndocina, dal Marocco alla Mongolia. Ed è solo labbozzo (mancano lAfrica subsahariana, lOceania, la Russia) di quello che, se Kahn non fosse finito in rovina e lEuropa in fiamme, sarebbe stato il grande Archivio del Pianeta: lenciclopedia visuale su cui avrebbe potuto formarsi unélite di nuovi illuminati, classe dirigente universale e pacifica del mondo prossimo venturo. Sono ancora tutte qui, quelle pioniere foto a colori, assieme a centoquaranta chilometri di filmati e a quattromila lastre stereoscopiche, custoditi in scatole ermetiche dentro stanze refrigerate, inaccessibili al pubblico se non attraverso le riproduzioni con cui il Museo Albert Kahn allestisce ogni anno piccole affascinanti esposizioni dedicate ogni volta a un paese diverso (fino a marzo, ad esempio, è il turno dellIndia). Solo una minima parte del patrimonio è stata finora digitalizzata e duplicata. «Sono ancora possibili scoperte», assicura Vladimir Pronier, addetto alla comunicazione del Museo, «è appena riemersa una cassa di lastre sudamericane di cui non sospettavamo lesistenza». Almeno in questo, il sogno di Kahn non è ancora interrotto. Era cominciato con uninfanzia alsaziana oppressa dalla guerra: quella franco-prussiana del 1870. Il piccolo Abraham (non ancora Albert) Kahn ha dieci anni, e i suoi genitori, piccoli commercianti, volendo restare francesi, lasciano con dolore la "provincia perduta". I tedeschi vincono quella guerra perché più bravi in geografia: carte migliori, studio del territorio sono armi potenti quanto la fucileria automatica. Albert se ne ricorderà da grande, quando cercherà di redimere la scienza della terra dal peccato originale militarista, per farne uno strumento di fraternità tra i popoli. Sei anni dopo lo troviamo a Parigi, commesso di negozio, poi piccolo impiegato nella banca Goudchaux. Pare che il suo fiuto per le oscillazioni di borsa sia leggendario. Scommette sulle miniere doro sudafricane e sui diamanti De Beers: diventa ricco. Nel 1892, poco più che trentenne, è già socio del suo datore di lavoro. Sei anni dopo fonda una banca a suo nome. Alla vigilia del millennio è miliardario. Compra questa palazzina nel sobborgo di Boulogne, affida il giardino di quattro ettari a un celebre architetto, Achille Duchêne, perché ne faccia il riassunto dei paesaggi del mondo: foresta alsaziana, roseto con serra francese, parco inglese, giardino giapponese con casette per il tè fatte arrivare da Tokyo, palude, prateria. Un microcosmo politico-botanico (oggi splendidamente restaurato e visitabile). I colleghi lo chiamano già "il finanziere stravagante". Il suo stile di vita non li smentisce. Vegetariano, burbero, gesticolante, afflitto da un greve accento alsaziano, trasandato per scelta (si siede sui cappelli nuovi per stazzonarli). Riservato fino a nascondersi: fotograferà il mondo, ma di lui esistono solo una decina di ritratti, quasi tutti rubati. Umanista misantropo: rimasto scapolo, nelle rare immagini lo si vede sorridere una sola volta, mentre gioca con un cagnolino. Lavoratore instancabile, sveglia alle cinque di mattina, finestre dello studio aperte anche dinverno: impietosito, regala guanti e sciarpe ai dipendenti. Ma ciò che colpisce la fantasia dei colleghi è il modo con cui decide di spendere i suoi soldi. Per la verità, sulle prime si comporta come un qualsiasi ricco filantropo. Allalba del secolo fonda le borse di studio Autour du Monde, che permettono ai migliori diplomati dellEcole Normale Supérieure di passare un anno in giro per il mondo per formarsi una coscienza nuova. Kahn appartiene a pieno titolo al milieu ebraico progressista europeo, ferito dallaffaire Dreyfus, a cui stanno strette le angustie nazionali. Ha un grande amico e ispiratore: Henri Bergson, poco più anziano di lui ma già in grado di dargli lezioni private. Allinizio non vuole che i beneficiari delle borse conoscano la provenienza del denaro. Poi deve cedere alle insistenze dei premiati. È qui che il suo progetto, da classica filantropia, cambia corso e diventa uninedita avventura politica e pedagogica. I borsisti presenti e passati diventano soci di un club esclusivo, la Société Autour du Monde, dove frequentano i migliori spiriti dellepoca. Non è difficile al banchiere e allamico filosofo radunare nella tenuta di Boulogne nomi eccellenti: nel libro doro ci sono le firme di Tagore, Rodin, Einstein, Kipling, Gide, Jaurés. Nel 1919 ospita i delegati della conferenza di pace: un filmato depoca ce li mostra saltellanti e un po stupiti nel giardino-micromondo. Essere invitati ai colloqui informali della Societé, dove per Bergson «si respira almeno per qualche ora unatmosfera morale», è un segno di distinzione, il poeta Charles Péguy teme addirittura di «non fare unimpressione abbastanza importante al signor Kahn». Di ogni colloquio, il banchiere utopista fa redigere un verbale e lo invia ai potenti della Terra, stampato su bollettini dalle testate eloquenti: Orientamento nuovo, Spirito pubblico... Ma non basta ancora. Kahn non è certo un rivoluzionario, sogna una società stabile e perfino tradizionalista (il suo mito è il Giappone), ma pacifica e senza frontiere; non auspica rivoluzioni classiste ma la riforma etica della classe dirigente. Si assume lonere di formarne una tutta nuova. Coi viaggi, daccordo. Ma serve una memoria più duratura, trasmissibile, uno strumento di conoscenza «oggettivo e universale». Quello strumento esiste. È la fotografia. Kahn è totalmente immerso nellatmosfera positivista: crede nei "fatti", è certo che vedere è sapere. La sua raccomandazione ai borsisti: «Dimenticate tutto ciò che vi hanno detto, e tenete gli occhi aperti». Vedere il mondo è capirlo, capirlo è già cambiarlo. «Guardare da vicino i volti della terra», dirà in uno dei suoi rari scritti, serve a diventare «più intelligentemente nazionali e più risolutamente internazionali». Lui per primo fa la prova. Parte esattamente centanni fa, nel novembre 1908, per un giro del mondo in centoventi giorni, assieme al fedelissimo Alfred Dutertre, che è ben più di uno chauffeur, è guida, guardaspalle e cronista del viaggio. Ricorda qualcosa? Sì, sembrano i due personaggi del più celebre romanzo di Verne: Phileas Fogg e il suo astuto servitore Passepartout, a volte è la vita che imita la letteratura. Nella valigia rossa disegnata per loro da Vuitton portano fotocamere, cineprese e lastre. Tornano con immagini, filmati e unidea disperatamente ambiziosa. Far vedere tutto il mondo ai futuri governanti illuminati. Kahn progetta un archivio immenso e costantemente aggiornato di immagini: lo chiama Les Archives de la Planète, lo affida a un luminare della "geografia umana", Jean Brunhes. Ingaggia decine di fotografi. Si procura dai fratelli Lumière le tecnologie più avanzate di riproduzione esistenti al momento: il cinema, inventato da soli dieci anni; la stereoscopia, che produce lillusione della profondità; e la fotografia a colori, il cui primo sistema efficiente è appena stato messo in commercio. Rinuncia a malincuore solo al film sonoro, già possibile ma ancora inaffidabile. Il mondo che i suoi fotografi riportano a casa è davvero il mondo nuovo. Brunhes utilizza quelle immagini per le sue lezioni alla Sorbona e ai borsisti della Société. È rapito dalla suggestione di quei quadretti dai delicati toni pastello che si ravvivano a tratti in rossi e gialli saturi. E anche noi lo siamo, centanni dopo. Gli autochromes sono oggetti magici: positivi unici, lastre di vetro visibili in trasparenza, come le moderne diapositive. Milioni di umilissimi granuli di fecola di patata pigmentati in tre colori, verde-viola-arancio, compongono un mosaico dalleffetto in bilico fra schermo televisivo e dipinto pointilliste. Per un pubblico ancora abituato alle immagini color seppia delle stampe allalbumina, devessere uno shock di realismo brutale. Noi che le osserviamo da unepoca di immagini fin troppo colorate, troviamo invece nostalgica, onirica quella tavolozza. Scendono anche in Italia, a diverse riprese, i fotografi di Kahn: il classicista Cuville, Léon dallo sguardo dantropologo, i rigorosi Gadmer e Dumas. Nessuna delle loro immagini è memorabile per qualità estetica o per contenuto. I fotografi al servizio del grande pacifista percorrono unItalia piegata dalla guerra e già in odor di regime, ma non la raccontano: la osservano. Le istruzioni di Brunhes del resto sono esplicite: né immagini dattualità né cartoline, ma documenti imparziali: luoghi (monumenti, ma anche case misere) persone (famose, come Turati o Pirelli, ma anche anonimi popolani). Riprese sempre frontali, composte, in piena luce, senza sghiribizzi dartista: le immagini degli Archives dovranno essere confrontabili, le si dovrà riunire in generi, tipologie, secondo il mito positivista della tassonomia perfetta. Ma è proprio nel loro insieme sterminato, è scorrendone a centinaia sullo schermo del sistema di consultazione elettronica del museo, che le immagini del mondo di Albert Kahn ci avvolgono nella loro nebbiolina iridata, ci trasportano in un sogno arcobaleno di pacifica saggezza. Il colore è un grande traditore. Per rendersene conto, basta tornare a Parigi e vedere unaltra mostra sorprendente, quella delle fotografie (anchesse eccezionalmente a colori) scattate da André Zucca durante loccupazione nazista: tra strade soleggiate, abiti vivaci, affiches chiassose, il tallone hitleriano sembra leggero (del resto Zucca lavorava per la rivista della Wehrmacht, Signal). Dunque anche il colore del mondo nuovo di Albert Kahn è artificiale: ma almeno è lartificio di un miraggio di pace e non di un progetto di morte. Globalista, pacifista, multiculturalista, il piccolo banchiere alsaziano ha il torto di nascere troppo in anticipo. Sulla politica, sulla tecnologia: oggi probabilmente finanzierebbe un progetto Unesco su Internet. Ma a scrivere la parola fine sulla sua utopia è la stessa cosa che lha resa possibile: la ruota delle fortune finanziarie. Sapendo fiutare i rialzi, Kahn intuisce anche il baratro. Nel 1929, quando Wall Street schianta, sa che per lui è finita. Cerca di mettere in salvo lunica cosa a cui tiene davvero: gli Archives. Li affida a una fondazione appoggiata alla Sorbona. Ma non fa in tempo a finanziarla: lo tsunami delle borse lo travolge. Bancarotta. I pochi spiccioli rimasti vanno a rimborsare le ultime spedizioni dei suoi fotografi, nel 1931. Kahn ha passato i settanta. Cede tutto, archivio casa e mobilio, alla Prefettura della Senna, che generosamente gli consente di abitare fino alla morte nelle stesse stanze, ormai vuote, che hanno ospitato i grandi della terra. Di quei nove lunghi anni non sappiamo nulla: niente scritti, niente testimoni, silenzio. Il destino non risparmia a Kahn neppure la più dolorosa delle nemesi: lo fa morire nel novembre del 1940, quando i soldati tedeschi, sempre loro come settantanni prima, sono di nuovo padroni della sua città, e il mondo dimprovviso è tornato in bianco e nero.
la Repubblica
7 Settembre 2008
Il fermo-immagine del pianeta : Les Archives de la Planète
MI
Michele Smargiassi
la Repubblica
Artista / Persona
Bene culturale
Luogo
📰 Articoli dello stesso autore
la Repubblica · 7 Gen 2007
PITTSBURGH - Nellarchivio visivo dellumanità
la Repubblica · 19 Gen 2007
Bologna - "Ripartiamo da Scienza e Umanesimo"
la Repubblica · 24 Apr 2007
CAMPANIA - Cederna, lambientalista scomodo
la Repubblica · 18 Mar 2008
BOLOGNA - Zamboni: grazie al Civis la città sarà più bella
la Repubblica · 23 Mar 2008
URBINO - Come sono oggi i paesaggi dipinti da Piero
la Repubblica · 24 Apr 2008
DECORO E BANCARELLE: Lotta quotidiana contro comitati e proteste per non essere "spostati da unaltra parte"
la Repubblica · 29 Apr 2008
Italia, il Paese dei cervelli sprecati: un lavoro si trova, ma dequalificato
la Repubblica · 7 Nov 2008
Invecchiati o senza identità così muoiono i borghi dItalia
la Repubblica · 15 Ott 2009
La città da ripulire. Sfida senza quartiere al degrado arriva un altro milione di euro
la Repubblica · 29 Nov 2009
Il capo della Mondadori contro Einaudi "Travolto dalla sua megalomania" - Ferrari: leditore torinese fallì per un progetto culturale insensato
🔗 Articoli correlati
(stesse entità · ±2 anni)
la Repubblica · 8 Set 2006
Miccichè chiama Dell'Utri a Palazzo "Tocca a lui rilanciare la biblioteca"
la Repubblica · 8 Set 2006
Paolucci assessore alla cultura?
Avvenire · 8 Set 2006
II Comune investe sul museo della Scienza e della Tecnica
L'Espresso · 8 Set 2006
Quel villaggio è una frana
l'Unità · 9 Set 2006
TOSCANA: urbanistica, meno libertà ai Comuni .
la Repubblica · 9 Set 2006
Siti e monumenti che non salvaguardiamo
la Repubblica · 9 Set 2006
Monticchiello, per Italia Nostra la Regione può bloccare i lavori
Il Riformista · 9 Set 2006
Al turismo gioverebbe la chiusura di sabato e ferie meglio distribuite
la Repubblica · 9 Set 2006
Milano. Quando si cambia tutto per non cambiare nulla
La Stampa · 9 Set 2006
Massimiliano Fuksas: È sbagliato avere paura: restano il luogo più sicuro
La Stampa · 9 Set 2006
Megalopoli non è bello? La Biennale indaga
L'Adige · 8 Set 2006
Settis: salviamo la bellezza
L'Indipendente (Milano) · 8 Set 2006
Rutelli promuove i bocciati
l'Unità · 10 Set 2006
PRESTITI L'Annunciazione dagli Uffizi al Giappone. Ma la polemica resta aperta
l'Unità · 10 Set 2006
PARMA Viaggio in Italia di Goya da giovane
la Repubblica · 10 Set 2006
SICILIA: Nuove accuse al resort di Sciacca
La Gazzetta del Mezzogiorno · 10 Set 2006
Ecco le manifestazioni culturali dell'Istituto Magna Grecia oltre il Convegno internazionale
il Sole 24 Ore · 10 Set 2006
LA RITIRATA DEI MECENATI Attenti, i privati non investono più nella grnde cultura
la Repubblica · 11 Set 2006
Roma. Musei comunali, 51.520 visitatori
il Giornale · 11 Set 2006
Roma. Ma quale cultura? Festa all'insegna dello struscio con birra e panini