II verdetto sul parcheggio è in arrivo, ma il cuore del ministro batte già per il no. Roma. Come primo provvedimento, il ministro per i Beni e le attività culturali Sandro Bondi ha cambiato stanza. Appena insediatosi al Collegio romano ha abbandonato la piazza d'armi accanto alla biblioteca per uno studiolo più piccolo con affaccio sulla stessa galleria del quadrilatero gesuitico. Sul ministero e le sue competenze ha le idee chiare, e sul parcheggio del Pincio anche. Ha studiato le carte, ha parlato col sindaco di Roma, Gianni Alemanno, è in attesa di un nuovo rapporto dalla direzione generale sul Paesaggio, ma se uno gli fa notare l'incongruenza tra il parere dell'ex soprintendente all'Archeologia Adriano La Regina, che nel 2004 vincolava il rilascio del nulla osta per il parcheggio sul Pincio al completamento delle indagini archeologiche, e quello del nuovo soprintendente, Angelo Bottini, che invece nel 2006 "confermava il nulla osta già espresso nel 2004", il ministro glissa con diplomazia parlando di "errore imputabile non al singolo, ma al sistema". Accusa "l'assenza di un'archeologia preventiva" che avrebbe evitato di prevedere un parcheggio in "un'area così delicata, senza conoscere la possibilità dell'esistenza di reperti archeologici". Poi, però, abbracciando la polemica politica, si domanda: "Cosa sarebbe successo se a proporre un parcheggio per auto al Pincio fosse stata un'amministrazione di centrodestra? L'avrebbero accusata di mancanza di cultura, di infischiarsene del patrimonio e della tutela del paesaggio". Eppure, molti esponenti del centrosinistra, come Massimiliano Fuksas, o Salvatore Settis, si sono detti perplessi sul parcheggio del Pincio. "Sì, ma la reazione ufficiale a sinistra è stata il silenzio" insiste Bondi, "o un assenso senza titubanze, come quello di Vincenzo Cerami". E' per questo che il ministro ha l'impressione che siano stati adottati due pesi e due misure: "La sinistra che sembra avere il monopolio assoluto della tutela e del paesaggio, nei fatti, spesso, non è molto coerente". Questa premessa di metodo serve a fondare il giudizio di merito, che Bondi sente di poter dare sull'intera vicenda. "Se l'opera pubblica del parcheggio al Pincio non dovesse essere realizzata, il comune, oltre al mancato guadagno derivante dalla vendita dei posti auto, si troverebbe a pagare una penale all'impresa vin-citrice dell'appalto. Ma io mi domando: siamo sicuri che quel parcheggio sia un'opera pubblica indispensabile? Attenzione. Non si tratta di un parcheggio a rotazione, ma di posti auto venduti al 50 per cento ai residenti privati, e al 50 per cento ai vicini alberghi". Per il ministro, poi, ci sono altri due quesiti dirimenti. In base agli ultimi scavi, il soprintendente Bottini segnala che sul 30 per cento dell'area destinata al parcheggio è stato rinvenuto un complesso architettonico di età imperiale. S'impone dunque la necessità di rivedere il progetto. Infine, c'è il vincolo paesaggistico: "Siamo sicuri che un intervento di tali dimensioni non abbia conseguenze su un luogo come il Pincio, considerato sacro da Raffaele La Capria?". Il ministro sta aspettando di leggere la relazione stilata ad hoc dalla direzione Paesaggio, e valutare alcuni aspetti pratici del progetto, come l'ingresso all'autorimessa dalle rampe del Valadier: "Mi riservo di prendere una decisione definitiva, ma c'è il rischio che la modifica abbia un impatto pesante sul paesaggio, e per questo dovrò sentire anche il Consiglio superiore dei Beni culturali". Prima di esprimere un no definitivo, che pure in cuor suo confessa di caldeggiare, il ministro Bondi dunque intende seguire scrupolosamente tutte le procedure previste dall'ordinamento. "Un eventuale no al parcheggio sul Pincio sarebbe solo una scelta di merito, fondata su un giudizio attento, rigoroso, meditato e accettabile". Dice di avere tutte le carte in regola per maturarlo, di aver già dimostrato di perseguire un punto di equilibrio tra le esigenze di tutela, sancite dall'articolo 9 della Costituzione, e quelle dello sviluppo: "Per accelerare la costruzione delle linee metropolitane di Napoli e Roma, dopo le ultime scoperte archeologiche, ho proposto la nomina di un commissario straordinario nella figura del direttore generale Roberto Cecchi". Quanto al dilemma formulato da Chicco Testa, autoproclamatosi stupratore del Pincio - "meglio conservare in eterno sottoterra le rovine della città eterna o rendere vivibile e visibile la città che sta sopra?" - Bondi confessa di restare esterrefatto. "Venendo da sinistra, pensavo che la sinistra avrebbe rispettato i valori, invece di farsi condizionare dagli interessi. Non so a quando risalga l'idea di sviluppo urbanistico e architettonico di Roma, ma alla sinistra è mancata sia l'idea di tutela del centro storico sia l'idea di sviluppo della periferia. Guardi le periferie, non c'è rispetto per le classi popolari, ma solo disprezzo. E invece bisogna recuperare un'idea alta, contemperare tutela e valorizzazione, custodia e sviluppo". Per questo, Bondi ha in mente di affiancare ai soprintendenti gli addetti alla gestione, i manager dei beni culturali. L'idea gli è venuta guardando al degrado di Pompei, una delle aree archeologiche più importanti del mondo dove i turisti vengono aggrediti dalle guide clandestine e la camorra controlla gli ambulanti. "Il soprintendente Guzzo è un archeologo di fama mondiale, uno di quegli studiosi autorevolissimi per i quali valorizzare i beni culturali non fa parte della loro sensibilità. Perciò, servono figure nuove, nate dalla gestione autonoma di musei e aree archeologiche, come l'Egizio di Torino, la Reggia di Venaria, la Villa Reale di Monza, o l'area archeologica di Aquileia, gestita da un consorzio formato dal Mibac, gli enti locali e le fondazioni bancarie, secondo i nuovi criteri definiti dal Codice Urbani". E' questa secondo Bondi la strada da seguire; e se uno prospetta il conflitto di potere inevitabile tra soprintendenti privi di fondi e manager troppo rapaci il ministro insiste: "La separazione delle carriere è la soluzione migliore; bisogna dividere le responsabilità, prevedere forme di collaborazione, rafforzare quella con le regioni e gli enti locali". E davanti allo scettico che paventa gli effetti del federalismo leghista, il rischio di dissolvere lo stato centrale e il cardine stesso della tutela, Bondi replica senza tentennare: "II federalismo non può vivere senza un esecutivo forte. E' interesse di tutti lasciare la tutela in mano allo stato centrale, che essendo lontano dagli interessi localistici ha più forza nel garantire la tutela del patrimonio. Da quando sono arrivato qui al Collegio romano, non faccio che ricevere segnalazioni da tutta Italia su sindaci di piccoli comuni che, invece di garantire l'interesse generale, sono i primi a violarli, diventando gli avvocati difensori di abusivisti notori. Su cento sindaci ce ne sono solo due che resistono. Mantenere la pressione dello stato centrale significa aiutare gli enti locali. E' per questo che ho resistito alle richieste di molte regioni che volevano nominare i loro funzionari alle soprintendenze regionali". Bondi non esclude addirittura di eliminarle, le soprintendenze regionali, e intende avviare una riforma per razionalizzare gli uffici del ministero. Intanto però ha deciso di investire 20 milioni di euro nel piano Museo, per valorizzare l'Italia così detta minore e il suo "tesoro nascosto" quel tessuto continuo di paesaggio, centri urbani, città d'arte, che deliziano il turismo colto e possono servire da volano allo sviluppo civile.