Un quadro famoso e bellissimo che riappare dopo cinquant'anni di buio. I dubbi, i sospetti e l'inquietudine d'una studiosa che di quel quadro inizia a ripercorrere l'accidentato cammino, tra pochi documenti, molti ostacoli e un bel po' di tranelli. L'indagine, durata cinque anni, dei carabinieri del Comando patrimonio artistico che porta al recupero e alla confisca del dipinto, e adesso al processo contro il proprietario, probabilmente un antiquario residente in Svizzera, accusato di falso e d'esportazione illecita d'opere d'arte. Il centro della storia, anzi del giallo, un olio su tela alto 117 centimetri e largo due metri e mezzo di Anton Van Dyck, il "Compianto di Cristo", una composizione "chiave" nell'opera del pittore fiammingo, la rappresentazione del corpo di Gesù deposto dalla croce e sorretto dalla Vergine e da Maria Maddalena, sotto gli occhi dolenti di un gruppo di angeli. Il quadro, di proprietà del duca palermitano Airoldi di Cruillas, che durante la guerra l'aveva nascosto sotto il suo letto, era scomparso dal 1947 e considerato uno dei grandi missing della storia dell'arte, soprattutto per la testimonianza che offre delle relazioni tra Van Dyck e la pittura del Rinascimento, Tiziano, Correggio, Annibale Carracci. Al termine di una complessa indagine, nata dalle ricerche di una storica dell'arte, Maria Grazia Bernardini, il "Complanto di Cristo", oggi ribattezzato il "Compianto di Roma" è stato restituito allo Stato italiano e sarà esposto in una mostra a Milano a Palazzo Reale, dal 19 febbraio al 20 giugno 2004. «Nel 1998 dirigevo il laboratorio di restauro della soprintendenza ai beni artistici e storici di Roma racconta Maria Grazia Bernardini quando un collezionista privato ci chiese di fare alcuni interventi di restauro su una grande tela di Van Dyck. Il quadro risultava in "temporanea importazione" dalla Svizzera, termine tecnico usato per indicare lo status di un'opera che viene dall'estero e gode in Italia di una sorta di extraterritorialità, nel senso che il paese "ospitante" non ha alcun diritto su quel bene. Mi colpì subito la grande bellezza del Van Dyck, e il suo carattere italiano, così nitido da far pensare ad un dipinto eseguito negli anni in cui il pittore si trovava nel nostro paese, tra Roma, Venezia e Palermo». Con la passione di chi è abituato a dipanare i misteri dell'arte, a risalire indizio dopo indizio ad autori e committenti di capolavori grandi e piccoli, Maria Grazia Bernardini, oggi al polo museale romano, inizia a seguire le "tracce" di quel "Compianto di Cristo" riemerso dal nulla. Dai primi documenti risultava che nel 1947 il quadro di Van Dick«era stato trasportato da Palermo a Roma dal proprietario, il duca di Cruillas, che dopo aver salvato il dipinto dalla distruzione durante la guerra, nascondendolo sotto il proprio letto, lo aveva portato nella Capitale perché fosse restaurato». Dunque il Van Dick nel 1947 è a Roma, dove, a giudicare dai documenti, resta fin o alla fine degli anni Ottanta, perché, uno studioso del pittore fiammingo, Erik Larsen, «nel 1980 e nel 1988, ne cita la presenza a Roma, in una collezione privata». Dunque nel 1988 lo straordinario "Compianto di Cristo", caposcuola di molti altri dipinti dello stesso soggetto eseguiti da Anton Van Dyck, meglio conosciuto come il grande ritrattista delle corti europee, era ancora a Roma. Nei dieci anni seguenti tutte le fonti riconfermano, aggiunge la Bernardini, «la presenza del quadro a Roma». Com'era possibile dunque che nel 1997 si facesse vivo un collezionista privato che affermava di aver riportato in Italia il dipinto dalla Svizzera, e proponendone addirittura la vendita allo Stato? Non era allora più probabile che quel quadro non fosse mai uscito dall'Italia e che dunque una maxi truffa fosse in agguato? E ancora, a che cosa serviva quel passaggio all'istituto di restauro, un organismo ufficiale, se non forse ad assicurarsi una uscita legittima dall'Italia che rendesse cosi "pulito" il quadro da immettere sul mercato mondiale? Insomma, un'opera d'arte da riciclare, fornendola di nuovi documenti e di un nuovo "pedigree". I sospetti della dottoressa Bernardini si rivelano fondati. «Devo ammettere conclude che la mia intuizione nasce da un errore. Van Dyck non dipinge quel "Compianto" a Roma, ma quando torna ad Anversa, intorno al 1630, per questo comunque l'influenza italiana è ancora così forte. Sono felice però che da un errore sia scaturito un ritrovamento così importante». Il caso passa nelle mani dei carabinieri della tutela patrimonio artistico, sotto il comando del generale Ugo Zottin. Racconta Zottin: "L'indagine è stata delicata e lunga. Partendo dalla segnalazione della soprintendenza, ci sono voluti molti accerta menti amministrativi e rogatorie internazionali. Il senso dell'operazione è stato quello di dimostrare sulla base inoppugnabile dei documenti che quel quadro era stato esportato illegalmente, e dunque non solo non poteva essere venduto allo Stato italiano, ma apparteneva comunque allo Stato, Alla fine del processo in corso infatti aggiunge il generale Zottin si dovrebbe arrivare alla confisca definitiva dell'opera». Un recupero fondamentale dunque, e il generale Zottin e il tenente colonnello Mussila, capo del reparto operativo, non nascondono la loro soddisfazione. «Nel 2003 dice Zottin il numero dei furti è calato del 15, mal'assalto della criminalità all'arte è sempre più intenso, visto il giro d'affari che tra mercato lecito e illecito si muove intorno non solo alla pittura, ma all'archeologia, agli oggetti sacri. Oggi come ieri infetti i luoghi più vulnerabili e più difficili da proteggere sono ancora le chiese e le collezioni private. Anzi, colgo l'occasione per lanciare un appello a tutti i possessori di opere d'arte: fotografate i vostri beni e catalogateli. La scheda sì può trovare sul sito dei Carabinieri o dei Beni culturali. Se un quadro o un oggetto è fotografato o descritto, prima o poi dice ottimista il generale lo ritroveremo».