Per arrivare in serata ad Axum, si parte la mattina in jeep da Gondar (città che conserva quasi intatte sia le vestigia seicentesche che l'impianto architettonico fascista) e si percorrono tornanti a oltre 3000 metri di altitudine, su una strada costruita dagli italiani negli anni '30. Verso il tramonto si è ormai scesi a 2000 metri e si incontrano carovane di cammelli dirette ai mercati di confine con l'Eritrea. Pochi chilometri prima di giungere nella millenaria capitale di quello che fu il regno axumita, si attraversa infine una distesa brulla, punteggiata da grandissimi massi di pietra basaltica che furono impiegati quasi 2000 anni fa per la costruzione degli alti e snelli obelischi che adornano la città. Da queste parti si dice che allora la zona fosse ricca di elefanti (mentre oggi questi animali vivono solo nel sul dell'Etiopia) e che siano stati loro adissare le pesantissime steli. Ma oggi per ergere nuovamente una delle steli più ricche e belle - ovvero la «stele numero 2», che per più di 60 anni è rimasta a Roma, in mezzo al traffico cittadino, ritta accanto al Circo Massimo - sono serviti ben altri mezzi. Il primo problema da affrontare almomento del rimpatrio, avvenuto al termine di diatribe decennali, fu quello del mezzo di trasporto: persa la guerra con l'Eritrea, l'Etiopia non aveva più alcuno sbocco sul mare e il viaggio a ritroso dal porto di Massaua all'altopiano non era assolutamente praticabile. Al mondo si trovò fattibile unicamente l'impiego di un veivolo di fabbricazione sovietica, l'Antonov, che compì tre voli Italia - Etiopia nella primavera del 2005 per trasportare altrettanti immensi tronconi. L'obelisco di Axum ritornò così da dove era venuto: in un'antica capitale che però oggi è una povera e cordiale cittadina semirurale della regione del Tigrè, a oltre 2000 metri di altitudine e a circa 25 km dal caldo (in tutti i sensi) confine con l'Eritrea. Accanto alla venerata chiesa di Maria di Sion, dove molti etiopi - ortodossi ferventi - favoleggiano sia conservata l'Arca dell'alleanza custodita da Mosè, una misera lamiera cinge parte del parco archeologico. Al centro di questo improvvisata recinzione svetta la maestosa impalcatura metallica a torre - alta 26 metri e di provenienza completamente italiana - che protegge ancora l'obelisco di Axum, stele lapidea pesante oltre 150 tonnellate e antica almeno 1700 anni. Permontarei tre giganteschi tronconi, nella primavera del 2008, e assicurarli con fibra ramidica, apprestando prima un complesso sistema di scorrimento su rotaie, a Giulio e ai suoi colleghi di cantiere sono serviti 26 giorni di duro lavoro. Ma da tempo erano già state scavate da operai etiopi fondamenta profonde 8 metri, che permettessero di assicurare al suolo quattro giganteschi piloni su cui fissare l'impalcatura e contro cui far scorrere in verticale il sistema di montaggio. Ma una delle obiezioni principali sollevate a tal proposito dagli archeologi è stata quella che un intervento così invasivo avrebbe potuto danneggiare l'equilibrio topografico di tutto il parco archeologico funerario, dove solo da pochi anni si vanno scoprendo nel sottosuolo un numero sempre crescente di antiche tombe. A tali inconvenienti si è tentato di ovviare monitorando costantemente la stabilità degli obelischi circostanti e in particolare della cosiddetta «stele numero 3», che si trova alla destra dell'obelisco di provenienza romana. Viceversa, sulla sinistra la «stele numero 1», la più imponente all'origine, è da tempi immemorabili riversa a terra in tronconi. Ma anche questo aspetto ha costituito fonte di polemiche: visto che sia la stele 1 che la stele 2 erano già riverse a terra quando gli italiani giunsero ad Axum e studiosi si sarebbe stato corretto riproporre uno scenario simile, senza issare alcun obelisco. Ora la cittadina di Axum attende il 4 settembre la cerimonia di apertura per il riposizionamento dell'obelisco, avvenuto ad opera del governo italiano sotto l'egida dell'Unesco (il quale nel 1980 dichiarò Axum patrimonio dell'umanità). Gli accertamenti sono in via di ultimazione e i ritocchi dell'Istituto Centrale del Restauro sulla stele saranno terminati dopo la cerimonia ufficiale di inaugurazione, che avrà luogo alla presenza di autorità e intellettuali etiopi e, per l'Italia, di un'ampia delegazione che include il sottosegretario agli Esteri, Alfredo Mantica, e l'Ambasciatore italiano Raffaele de Lutio. Quest'ultimo ci informa che è prevista una conferenza stampa dell'Unesco per la presentazione tecnica dell'imponente progetto, che è stato ideato dallo Studio Croci Associati, col supporto realizzativo di Lattanzi srl eM.H.Engineering. Il budget complessivo di trasporto e montaggio del monumento ruota attorno ai 4,5 milioni di dollari, a carico del governo italiano. Dopo la guerra d'Etiopia l'Italia fascista occupò il paese fra il 1936 e il 1941. Questa stele era fra le più grandi in loco e venne sottratta come bottino di guerra per festeggiare il quindicesimo anniversario della Marcia su Roma e il bimillenario di Augusto. Quest'ultimo aveva fatto giungere dall'Egitto i primi quattro obelischi di Roma; anche Mussolini voleva un suo trofeo, che segnasse nella capitale l'avvento dell'impero, da lui proclamato nel maggio 1936, tre giorni dopo la presa di Addis Abeba. Ma allora l'obelisco di Axum valeva anche come oggetto simbolico chiamato a cancellare il ricordo delle sconfitte italiane in terra africana, subite a Dogali e a Adua alla fine dell'800. L'articolata vicenda della stele di Axum chiama in causa, in primo luogo, questioni relative ai risarcimenti a seguito del colonialismo e ai trattati post-bellici non ottemperati; inoltre evidenzia l'applicazione della tecnologia ai beni culturali. In teoria si trattava di un affare fra Stati, già risolto sulla carta negli anni '40, alla firma del trattato di pacedopo la II Guerra Mondiale persa dall'Italia. In realtà, le vicissitudini di questo obelisco possono illustrare l'andamento tortuoso della memoria coloniale italiana: a suo tempo gonfiata e osannata, poi dimenticata, poi ancora timidamente rispolverata o reintegrata in modo ambivalente nella memoria nazionale italiana. Haile Sellassie (che aveva rivendicato l'obelisco già dal suo esilio britannico) riprese il trono ad Addis Abeba nel 1941, sebbene la zona restasse sotto tutela britannica fino alla firma del trattato di pace fra gliAlleati e l'Italia nel 1947. All'articolo 37, il trattato prevedeva che i beni sottratti dagli italiani fossero restituiti all'Etiopia entro 18 mesi. Ma i governi italiani postbellici mantennero una certa continuità con quelli prebellici, relativamente ai rapporti internazionaliconi paesi africani. Pertanto l'Italia del dopoguerra tendeva a frenare diplomaticamente alcune applicazioni del trattato del '47. Tuttavia dalla Convenzionedell'Aja del '54 emergeva già, seppur confusamente, la dimensione internazionale della tutela del patrimonio culturale, aldilà dello scoppio di conflitti bellici a carattere nazionale. Dopo numerose sollecitazioni e patteggiamenti, nel 1997 venne firmato un ultimo accordo bilaterale (confermato da Scalfaro nello stesso anno e ribadito nel 2004) che definiva le procedure di restituzione e montaggio della stele a carico dell'Italia. La restituzione dell'obelisco di Axum ci pone implicitamente di fronte alla questione del trasferimento di risorse verso il Sud del mondo. Alcuni si domanderanno se non si sarebbe potuto spendere una cifra simile in Africa in modo più fruttuoso Ma è un falso problema: in primis, se questa somma non fosse stata impiegata per tale impresa chissà se sarebbe stata investita altrimenti in Africa per progetti di sviluppo; inoltre, uno Stato che responsabile e democratico è tenuto a ottemperare agli impegni presi. Infine, la vicenda di Axum va letta pure su scala globale, all'interno di un processo storico di restituzioni, riparazioni e riconciliazioni dai crimini dell'umanità, in corso da qualche decennio nel mondo; esempio ne sia il recente accordo che prevede che l'Italia riconosca alla Libia 5 miliardi di dollari di danni nell'arco di 25 anni.
l'Unità
2 Settembre 2008
RESTITUZIONI - Axum, come si rimette in piedi l'obelisco
GI
Giovanna Trento
l'Unità
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Bene culturale
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