LEA Vergine, una vita passata a occuparsi darte. Con passione e lucidità, istigando «la salutarità dello sdegno e le gioie insolenti dellintelligenza». Basta citare Laltra metà dellAvanguardia, la grande mostra a Palazzo Reale con cui riscattava tante pittrici e scultrici dimenticate. Ha sempre raccontato gli artisti con il piacere di limare le parole e affilare i giudizi, come la punta del lapis che usa ogni giorno per mettere tutto nero su bianco. Lultimo attento alla cultura è stato Tognoli, la Moratti dovrebbe capire che ci vogliono persone responsabili Nessuno apre bocca, per paura di perdere il lavoro; solo musicisti come Pollini e Abbado hanno detto cose serie Da poco in libreria, Parole sullarte. 1965-2007 (a cura di Aurelio Pino), riunisce una carrellata fitta di suoi saggi, articoli e recensioni. Scritti con un piglio inconfondibile. Lo si capisce fin dalla copertina, che la ritrae mentre interrompe, unica donna, un dibattito officiato dallartista più autorevole degli anni 70, Joseph Beuys. «Ho sempre preso posizione, nel bene o nel male, e non ho mai scritto in clergyman» dice lei, sguardo ironico, sorriso fulminante, la voce arrochita dalla sfilza di Nazionali senza filtro che fuma nonstop. Oltre a ripercorrere la sua carriera, questo libro le sta valendo letichetta di scrittrice. Che effetto le fa? «Sono molto lusingata, ma credo di aver imparato la lezione. A ondate, sono stata la critica dei Napoletani, dellArte Programmata, dellArte e Politica, della Body Art, delle Donne, del Trash, dellOmbra. E anche un modo riduttivo di guardare al lavoro che hai fatto, che ti ridimensiona quanto il fatto di porre laccento sulla tua famiglia, i figli, i nipoti. Prima, cerano pure la bellezza, leleganza Ogni volta, il pericolo di dire che una è brava e basta, o di discutere i valori per cui si è battuta, viene allontanato. E così che si fa con le donne, di solito». Quando ha iniziato a scrivere? «Da piccolina, da sola. Al liceo scrivevo sul giornalino scolastico. Mio padre mi portava in giro per musei, così laltro mio cavallo di battaglia era la storia dellarte». Alla contemporaneità, come è approdata? «Mi sposai giovanissima, per lasciarmi alle spalle uninfanzia e unadolescenza difficili, dolorose, e decisi che volevo assolutamente stare nel vivo di quello che succedeva nella mia città. Con la faccia tosta che si ha a 18 anni, ritagliai un articolino che avevo scritto per una rivista inesistente di letteratura, Nostro Tempo, e lo spedii a una decina di redazioni. Mi telefonò la Fiera Letteraria, che mi affidava le note da Napoli. Ho cominciato così». Nel libro, emergono ritratti di figure speciali come Gina Pane o Carol Rama, cui è stata molto legata. Quali sono stati gli incontri più importanti? «In cinquantanni di lavoro, una serie infinita. A colpirmi di più, sono stati teorici come Argan, Brandi, Briganti, Cioran, Enzensberger. Dacchito, ecco, non ho citato gli artisti, sempre un po chiusi in un bozzolo, umanamente un po monchi. Ma ce sono stati tanti con cui ho potuto dialogare, da Fautrier, a Gina Pane e Fabio Mauri, da Kounellis a Zorio, da Merz a giovani come Mario Airò. Oggi, più di una volta, è difficile. Per gli artisti è dura. Gli tocca di fare la vita dei calciatori: se non entri subito nella scuderia giusta, dopo 5 anni sei già fuori, in panchina». A Milano quando è arrivata? «A metà anni '60, su suggerimento di Argan, chiesi a Enzo Mari di impaginare una rivista di cui mi stavo occupando. Ci siamo conosciuti, et voilà, ho traslocato armi e bagagli. Lui, non lo si disincaglia da qui, perché ha limpressione che questa città sia ancora un luogo di combattimento». Il suo giudizio su Milano non è tenero. Il volume si chiude con un articolo in cui sparava a zero sulla mostra Annisettanta, sulla Triennale e su tutto il panorama cittadino. «Milano è una città finita, anzi una non-città indementita, incialtronita, dove nessuno apre mai bocca, magari per paura di perdere il lavoro in piccoli protettorati come la Besana o il PAC. Chi lo fa, si sente dire che si lamenta inutilmente; solo i musicisti, maestri come Pollini e Abbado, hanno detto cose serie, lasciate cadere nel vuoto. Quellarticolo lo sottoscrivo. Non per un attacco personale a Rampello, ma perché nelle istituzioni culturali ci sono persone inadatte. La Triennale ormai è un circo». E del fatto che lassessorato alla cultura sia ora nelle mani del Sindaco, cosa pensa? «Milano ha avuto un solo sindaco capace di dar spazio alla cultura: Tognoli. Poi è iniziata la fine. Quando capita una bella mostra, come quella di Bacon a Palazzo Reale, sembra ormai un miracolo, rispetto ai soliti mercimoni lampanti. Il cartellone della Bella Estate sfoggia una mostra più malandrina dellaltra. Se solo la Signora Moratti capisse che, come per i trasporti, anche per la cultura ci vogliono persone responsabili...».