Nella sala vasta e silenziosa con cautela bussa un giovane con un plico piuttosto voluminoso. Sorride con fierezza Mario Torsello, capufficio legislativo del ministero dei Beni Culturali: hanno lavorato per un anno e mezzo, dopo un'apposita commissione presieduta dal professor Trotta. Ed infine il risultato agognato: la firma del Presidente Ciampi. Si tratta del nuovo Codice dei Beni culturali e del Paesaggio. Il ministro Giuliano Urbani, che lo ha voluto con tenacia, ne è soddisfatto: «Dal 1939, da quello di Bottai,, questo è il primo Codice che affronta e risistema la materia complessa del nostro patrimonio più prezioso». In effetti, tranne alcuni interventi come la Legge Galasso e un «restyling» voluto all'epoca del governo Prodi dall'allora ministro Walter Veltroni, questa è la prima volta che l'Italia possiede un Codice. «Ho lavorato con commissioni di specialisti e studiosi del calibro di Salvatore Settis, Paolucci, Godard, ho discusso a lungo con associazioni di ambientalisti e ora, assieme al riordino dell'intero ministero, siamo arrivati ad avere delle norme precise». Giuliano Urbani, da buon professore universitario, ama lavorare in equipe e poi, se possibile senza clamore, arrivare ai risultati. E' stato varato il nuovo Codice dei Beni culturali e del Paesaggio, che ha suscitato non poche polemiche. Ce n'era davvero bisogno? «C era assoluto bisogno perché nel tempo, man mano, sono sorti problemi tutti caldissimi, fonti di enormi difficoltà per l'Amministrazione e per i cittadini: tutto ciò produceva polemiche che abbassavano il livello della tutela e valorizzazione dei Beni, sovente con il caos fra Stato ed Enti locali, specie per il Paesaggio, affidato prima alle sole Regioni, con rischi gravi per la conservazione del Bel Paese. Un esempio? La Maremma, di cui la parte toscana trattata in un modo, quella laziale in un altro diverso, con risvolti imbarazzanti per i cittadini per il caos di competenze. Ora abbiamo finalmente un Codice semplice unico e certo, che ci permetterà di realizzare un sogno: avere in Italia cinquanta milioni di tutori. I cittadini sono ora in grado di capire con immediatezza cosa è bene e cosa è male per il nostro patrimonio, e possono quindi difenderlo. Ricordo che agli inizi della nostra esperienza politica nel 1994, uno degli obiettivi del nostro progetto liberale era quello di semplificare l'ipertrofica produzione legislativa italiana (c'è chi parla di qualcosa come duecentomila leggi). Quindi sono stato particolarmente soddisfatto di avere realizzato questo Codice che semplifica notevolmente anche il rapporto fra il cittadino e la pubblica amministrazione». In molti contestano la procedura del «silenzio-assenso», cioè la possibilità da parte del sovrintendente di dare parere favorevole o contrario nel giro di 120 giorni alla dismissione di un edificio o opera. Viene ritenuto un modo per svendere il patrimonio italiano. Che cosa risponde? «Intanto il termine per la procedura del silenzio-assenso, che preoccupava anche il professor Settis, prima era di soli 30 giorni. Ne no ottenuti 120, che sono già un tempo più ragionevole. Inoltre ho stabilito con il ministro Tremonti che l'elenco del demanio non solo ci venga sottoposto ma che poi si operi insieme. Gli elenchi dei beni vengono quindi stilati in collaborazione dalla nostra Direzione Generale per i Beni architettonici e il Paesaggio e dall'Agenzia del Demanio. Solo successivamente andranno per un parere alle sovrintendenze territoriali, che dovranno quindi esprimersi solo su elenchi già filtrati. Se il sovrintendente ritiene comunque che un bene non debba essere alienato, basta che in cinque minuti faccia dichiarazione di dissenso e blocca immediatamente la vendita. Vedrete che la scelta cadrà solo su edifici da dismettere, come caserme semiabbandonate che spesso si trovano nei centri urbani o altri di scarso pregio che fanno parte del nostro demanio pubblico quasi dalle dimensioni di quello di un Paese socialista e che tutte le amministrazioni, dai Comuni allo Stato, non sempre riescono a mantenere. Risulta quindi praticamente impossibile, come è stato invece detto, vendere il Colosseo o opere d'arte importanti. Preciso che il regolamento 283 del 2000 della Melandri consentiva teoricamente di vendere tutto, ora non è più possibile, facciamo la riserva indiana». L'innovazione maggiore tocca il Paesaggio. Che cosa cambia esattamente? «Il Paesaggio italiano è frutto del millenario e fortunato connubio tra natura e civiltà, città e campagna, un tutt'uno ben rappresentato dall'affresco Lorenzetti. Negli anni Sessanta e Settanta, però, lo sviluppo urbanistico non ha tenuto conto di questo, privilegiando, soprattutto in certe amministrazioni, presunti criteri sociali alla difesa del Paesaggio. Prendiamo Perugia e Siena oggi: città meravigliose, con periferie del tutto rovinate. Qui la salvaguardia non è esistita. Ora con questo Codice per la prima volta nella storia d'Italia trattiamo il paesaggio come tutto un insieme, cioè manufatto e natura sono un unicum. Il Paesaggio è un bene culturale come Te opere d'arte e i monumenti, da tutelare e, se possibile, riqualificare anche con demolizioni e rilocalizzazioni. Abbiamo bandito le cosiddette autorizzazioni in sanatoria, abbiamo reintrodotto la pianificazione paesaggistica su quella urbanistica delle regioni, cioè il Paesaggio deve avere la prevalenza sui piani urbanistici». Nel Codice si parla di tutela e valorizzazione con prevalenza della prima sulla Seconda. Non sono in realtà legate fra loro e necessitano di uguale attenzione? «Le polemiche toccano soprattutto norme competenti la gestione del Bene, da affidare anche ai privati, dove mettere ordine. E' ovvio che non si danno quadri a destra e a sinistra, il Codice stabilisce una gerarchia, esistono opere che compatibilmente alla tutela competente dello Stato, possono essere affidate in gestione ai privati. Ovviamente non diamo in tutela il Museo Egizio di Torino a un signore qualsiasi, è sempre il sovrintendente il responsabile di tutto. L'obiettivo è un rapporto virtuoso fra il pubblico e il privato per la piena valorizzazione dei nostri tesori artistici, storici e archeologici. Infine per concludere, questa specie di "miracolo" che è il Codice fa sì che il vincolo paesaggistico sia collegato alla rivalutazione dei piani paesaggistici, diventi vincolo di merito, in modo da non poter più utilizzare le varie sanatorie, all'origine di devastanti dissesti».