È da sette anni che la Soprintendenza archeologica tenta di acquistare dalla società Frasa di Adolfo Salabè (larchitetto balzato agli onori delle cronache negli anni 90 perché coinvolto nello scandalo dei fondi neri del Sisde), una tenuta nel cuore dellAppia Antica. È il pezzo mancante del puzzle per fare di quellarea del Parco fra la colata lavica di Capo di Bove e il sepolcro di Cecilia Metella un unico luogo aperto al turismo in cui storia e natura si sposano felicemente. Gli uffici del ministero dei Beni Culturali ci stanno provando, ma non ci sono ancora riusciti perché i proprietari le hanno tentate di tutte pur di non cedere il complesso immobiliare allo Stato che vanta il diritto di prelazione. Quella tenuta del contendere di 30 mila metri di terreno con edifici al suo interno quasi tutti abusivi (negli anni Cinquanta cera una cava di basalto), si trova in via Ardeatina 285. Là, in quei locali lontani da occhi indiscreti, negli anni Novanta furono ospitati gli archivi degli 007, in attesa che la sede dei servizi segreti di Monte Oppio venisse ristrutturata dalla Frasa dei fratelli Salabè. La contesa fra i Beni Culturali e i Salabè è la più lunga del genere. Senza contare che la direttrice della Soprintendenza, Rita Paris, è stata in questo tempo sottoposta a pressioni di ogni genere. E la stessa Paris a denunciarlo a Repubblica: «In tutti i modi - ha dichiarato - hanno tentato di impedirmi di acquisire quellarea nella disponibilità del Parco. Ho subìto pressioni di ogni genere. Due interrogazioni parlamentari hanno messo in cattiva luce la mia iniziativa. E cè chi ha provato - senza ovviamente riuscirci - a corrompermi». Questa strana storia ha inizio l11 giugno del 2001 con un giallo, quando, nellufficio del notaio Giancarlo Mazza (il professionista arrestato questanno per una serie di truffe), vengono redatti, a distanza di 4 giorni, 2 misteriosi passaggi di proprietà. Nel primo, la Frasa dei Salabè vende il complesso immobiliare di via Ardeatina ad unaltra società di famiglia, la Cober. I Salabè vendono a se stessi. Nel secondo, la Cober cede il tutto alla società locataria, la Posta del Borgo dellimmobiliarista Andrea Meschini. Ma quei due atti contengono una stranezza, e una irregolarità. È strano, infatti, che nello stesso rogito siano stati dichiarati 2 prezzi di vendita differenti. «Il prezzo convenuto - si legge negli atti - è di 425 mila euro, ma il valore dichiarato dalle parti, ai soli fini fiscali, è di un milione e 380 mila». Perché questa differenza di valore? Per legge limponibile fiscale è solo la somma di denaro transitata fra le parti. Perché dichiararne un altro, è per di più di un ammontare superiore? Dopo questa stranezza, lirregolarità. Nonostante nello stesso rogito si concedano 2 mesi di tempo ai Beni Culturali per esercitare il diritto di prelazione grazie al vincolo archeologico, lo stesso notaio Mazza sigla la seconda vendita appena 4 giorni dopo la prima, senza aspettare i 60 previsti dalla legge, triplicando limponibile fiscale. Perché i Salabè hanno tutta questa fretta di vendere la proprietà al loro inquilino? Questultimo atto notarile viene nascosto alla Soprintendenza, che fa scattare la prelazione sulla prima società venditrice, la Frasa, scatenando il ricorso al Tar della Cober. Cioè dei Salabè. Linterminabile schermaglia giudiziaria passata per i 2 gradi della giustizia amministrativa e un parere dellAvvocatura generale dello Stato, si è conclusa a favore dei Beni Culturali. Ad eccezione di alcune particelle della proprietà sfuggite alla prelazione per un vizio di forma, la Soprintendenza può diventare proprietaria di una cospicua parte del complesso immobiliare che sincunea nellAppia Antica. Può. Anzi, potrebbe. Nonostante la Soprintendenza fin dal 2001 abbia a disposizione i 425 mila euro per lacquisto, il Demanio - lente che deve procedere alla transazione per conto degli uffici ministeriali - non ha ancora proceduto, inspiegabilmente, a prendere possesso della proprietà. Perché? Nei giorni scorsi, nei confronti dellagenzia demaniale è scattata la diffida della Soprintendenza. In quellaut aut, al Demanio è stato imposto di acquisire larea e, in caso di rifiuto da parte del Meschini di cederla, di procedere allo sfratto amministrativo. Ma cè un altro capitolo di questa storia che vede sempre protagonisti i Salabè e Andrea Meschini: è quello degli abusi edilizi e dei falsi condoni. Gran parte del complesso edilizio, infatti, è stato costruito dai Salabè prima, e da Meschini poi, senza licenze, trasformando gli originali magazzini dellex cava in una lussuosa villa. La Frasa aveva chiesto un condono generale, il Comune in un primo tempo glielaveva concesso, salvo poi fare una precipitosa retromarcia perché - e questo è un altro mistero - non aveva chiesto il parere, che è stato poi negativo, alla Soprintendenza, titolare dei vincoli. A quel punto sono scattate due indagini dei guardiaparco coordinate dal pm Maria Cristina Palaia. La prima, sulle opere abusive, sè conclusa con la condanna in primo grado di Andrea Meschini a un anno di arresto per reati edilizi. La seconda, invece, è relativa a un condono, risultato inveritiero, presentato in comune dai fratelli Mario e Adolfo Salabè, entrambi indagati per falso in uninchiesta tuttora pendente dal gip. È il caso di una torretta nella quale, secondo una dichiarazione della Frasa, avrebbero dovuto esserci alcuni uffici. In quellantico manufatto, invece, i guardiaparco, anziché uffici, hanno scoperto una cabina elettrica dellAcea, in funzione, ininterrottamente, dal 1935.